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La morte spiegata ai miei Figli

Di Roberto Fantini - Novembre 2011
Due capitoli tratti da: La Morte spiegata ai miei figli, ed. Sensibili alle foglie, 2010.

 

Questo libro è nato dalla voglia di comunicare ai miei figli i risultati di una vita di ricerca e di insegnamento, e dal desiderio di donare loro un forte messaggio di fiducia nella vita. Pertanto, ho fatto il possibile per parlare in maniera semplice di cose che certamente semplici non sono e non possono essere, evitando tecnicismi e fastidiosi sfoggi di erudizione.

Il libro, quindi, mira a rivolgersi, in stile sobrio ed essenziale, ad un pubblico ampio e variegato, offrendo molteplici spunti di riflessione, stimolando al dibattito e stuzzicando l’immaginazione e l’intuizione.

Nel mio lavoro, ho affrontato la questione della morte su un piano colloquiale, con un dichiarato intento problematico, volto a liberarla dall’alone tragico che, in genere, la ricopre.

Al di fuori di qualsiasi angusta visione confessionale (al di là, cioè, del credere o del non credere), bensì in un’ottica critica e sensibile alle suggestioni provenienti dal mondo della teosofia e del paranormale, nonché da esperienze di frontiera come quelle delle NDE (stati di cosiddetta “pre-morte”), della regressione sotto ipnosi verso vite precedenti e dei ricordi di altre vite, la mia ricerca finisce per approdare ad una prudente ma rasserenante prospettiva ultraterrena.

Per completare il quadro della ricerca, poi, ho deciso di toccare anche questioni di grande attualità, come quella della pena di morte (in chiave abolizionista), quella della morte cerebrale e dei trapianti di organi (in chiave fortemente critica e controcorrente), nonché quella tanto dibattuta della povera Eluana.

I guadagni ricavati dalla pubblicazione del libro saranno destinati al sostegno delle attività di Emergency.

 

   Roberto Fantini

 

 

Cerchiamo di essere onesti

 

Conoscere la nostra mortalità non consiste semplicemente nell’anticipare la nostra fine, così come quella di tutti e di tutto quel che amiamo: saperci mortali è innanzitutto saperci votati alla perdita. La cosa più grave non è esattamente non durare ma, piuttosto, che tutto si perda come se non fosse mai esistito”. - F. Savater

 

Con la morte è necessario essere onesti fino in fondo. Non ha senso pregarla di attendere, di ripassare più tardi. Non ha senso fuggirle lontano… Samarcanda è ovunque e lei è sempre lì, imperturbabile ad attenderci, mai davvero stupita del nostro correre di qua e di là. E non ha senso maledirla, vituperarla. Se c’è un colpevole in tutta questa stranissima storia che siamo chiamati a vivere non è certo lei. Lei non è altro che un’umile operaia di questa sconfinata vigna, incaricata di recidere, senza un attimo di sosta, tralcio dopo tralcio.

Forse ha ragione il saggio, stravagante poverello e giullare dei semplici e dei sofferenti: dovremmo imparare a vederla, a sentirla come una “sorella”. Una sorella in un mondo di affratellati dalla consapevolezza dell’essere nati da un’unica grande madre.

Di una cosa sono fermamente convinto: quando ci chiediamo che cosa sarà di noi “dopo” ci domandiamo soprattutto che senso potrà mai avere tutto quello che facciamo “adesso”. E il nostro “adesso” cambia colore e sapore a seconda del come rispondiamo alla domanda sul “dopo”. E’ un po’ quello che diceva un filosofo francese del ‘600, un certo Blaise Pascal, a proposito dell’esistenza di Dio. A seconda del fatto che Dio ci sia o non ci sia, tutto il senso della nostra vita cambia radicalmente. Perché se “non c’è” vuol dire che c’è solo l’”adesso”  e che l’”adesso” è destinato a ricevere un valore assoluto (perché non c’è altro: tutto si gioca qui e tutto finisce qui). Se, invece, “c’è”, allora tutti gli “adesso” finiscono per essere premesse, preamboli, prefazioni o, se preferite, aperitivi rispetto al “dopo”. O, meglio, laboratori, palestre, accademie dove noi siamo chiamati a dimostrare quel che valiamo, per capire a quale “dopo” avremo diritto.

In ogni caso, però, io penso che  non si dovrebbe arrivare alla conclusione pascaliana, in linea con la tradizione medioevale-controriformistica del cattolicesimo, secondo cui la vita terrena andrebbe vissuta nella prospettiva del sacrificio, della penitenza e della rinuncia ascetica.

Credo, infatti, che nel “qui e ora”, in ogni caso, siamo chiamati
  1. a chiederci chi siamo;
  2. a fare cose che ci permettano di stare bene con noi stessi;
  3. a fare cose che ci permettano di stare bene con gli altri (possibilmente, non soltanto con coloro che ci stanno vicino, ma anche con chi ci è lontano);
  4. ad operare in vista di un nostro sviluppo positivo, nella soddisfazione e nel compiacimento intellettuale, morale, emotivo e fisico;
  5. ad operare affinché tutti, nel mondo, abbiano la possibilità di condurre la propria esistenza in questa prospettiva;
  6. a far sì che la felicità riempia i cuori umani, sempre più e sempre meglio, rimuovendo tutto quello che la ostacola, in un’ottica di affratellamento progressivo con tutto il genere umano e, anche, con tutto ciò che vive.
Insomma, sia che io veda la mia vita come un “prima di ”, sia che la veda come un “tutto qui e basta”, dovrei sentirmi chiamato ad impegnarmi affinché sia possibile ridurre, per tutti gli esseri, il fardello di fatica e di dolore che l’esistenza sempre comporta, e ad attivare tutto quello che, invece, può aiutare a far sviluppare una felicità piena, estesa e duratura.

Per cui, si potrebbe anche dire che il problema del “dopo”, come il problema di “dio”, ragionando in una consapevole e responsabile prospettiva umanistico-filantropica, verrebbe ad essere, se non del tutto accantonato, almeno messo fra parentesi.

Oppure, si potrebbe dire che l’unica risposta valida al problema del “dopo” stia tutta qui, nel nostro presente, in quello che noi siamo e vogliamo essere, nell’essere che vogliamo per noi e per gli altri.

 

Una salutare meditazione
                           
 “ ''E la morte dov’è?'' Cercò la sua solita paura della morte, la  paura d’un tempo, e non la trovò. Dov’era? Quale morte? Non c’era nessuna paura perché non c’era nemmeno la morte. Al posto della morte c’era la luce.” - L. Tolstoj

 

Molti filosofi ci hanno detto che, per vivere bene, dovremmo meditare a lungo sulla morte, anzi, che la meditazione sulla morte dovrebbe diventare il vero centro gravitazionale e direzionale della nostra esistenza. “Pensa sempre alla morte, se non vuoi mai temerla”, ripete con insistenza, ad esempio, Seneca nelle sue bellissime lettere a Lucilio! (L.A. Seneca, Lettere a Lucilio, lett.30.)

A dire il vero, però, un po’ tutti quanti noi (dotti e meno dotti), ma soprattutto i giovani come voi, quando sentono fare discorsi di questo tipo, in genere reagiscono con scongiuri più o meno grossolani, pensando che siano discorsi tetri, pessimistici, roba da vecchi, da gente che vive nei musei e nelle biblioteche e che farebbe bene ad andare un po’ a spasso, magari a prendersi un gelato o a bersi una birra con gli amici.

Ma provate, almeno per un attimo, a chiedervi, con un pizzico di serena disponibilità, quale potrebbe essere il senso dei discorsi di questi filosofi. Che cosa, cioè, avranno voluto dirci? Era, il loro, soltanto un modo sfibrato, sfiduciato di vedere le cose, o, forse, volevano farci capire qualcosa di importante su di noi?

Chissà, forse volevano dirci che quello che stiamo vivendo, per quanto grande e bello, dovrà sparire e che, poi, ci troveremo a vivere un’altra vita per la quale dovremmo, fin da ora, imparare ad “attrezzarci”. A capire, cioè, in cosa consista, a capire come potrà funzionare, come dovremmo noi orientarci a ben affrontarla.

O, forse, volevano dirci che, essendo fugace l’esistenza terrena, dovremmo capire che ciò che veramente importa è quello che noi sapremo fare di essa. E cioè che, soltanto ricordandoci della morte che, implacabile ci attende, sarà possibile, per noi, scegliere bene fra le infinite opportunità che abbiamo di fronte, in modo da far nascere solo ciò che veramente merita di nascere. Perché il tempo è poco e sono poche le cose che meritano di viverci dentro. Insomma, ci vorrebbero dire: “Attenti a non sperperare in modo sciocco, avventato, impulsivo il tempo (sempre poco, pochissimo) che ci è dato. Valutate bene come investirlo, a cosa dedicarlo, a chi donarlo. State attenti, soprattutto, a non buttarlo, a non farvelo rapinare, a non farvelo inquinare. Sforzatevi di capire che ogni briciola di tempo è un tesoro, è un capitale preziosissimo che va difeso, ma, soprattutto, usato per vivere esperienze degne di essere vissute!”.

Volevano dirci, come afferma Seneca, che “solo il tempo è nostro” e che quanto più riusciremo ad essere padroni dell’oggi, tanto più saremo padroni del domani!

Il confronto con la morte dovrebbe diventare, quindi, una fonte di riflessione per far sì che il nostro pensiero si ponga, innanzitutto, il problema del significato, del valore delle scelte che facciamo, chiedendosi quali criteri utilizzare, chiedendosi quali concetti di bene e di male prendere in considerazione, interrogandosi su quali valori e quali gerarchie di valori adottare, ecc. In pratica, il pensiero della morte dovrebbe condurci a prendere consapevolezza del carattere limitato del nostro essere e a far sì che dalla coscienza della nostra finitezza possa scaturire non un vivere cicalone, bensì un vivere ragionato, capace di conferire diritto di cittadinanza nella sfera del nostro io soltanto a quanto risultato idoneo, o, almeno, a sbarrare la porta a tutto quello che ci apparisse non meritevole del nostro assenso, delle nostre attenzioni, del nostro breve, brevissimo tempo che la vita ci dona.

In definitiva, il meditare sulla morte ci obbligherebbe a non essere più figli del caos e del caso,  a costruire un cosmos di princìpi, di idee-guida, di finalità individuali e collettive. A far sì, come diceva Marco Aurelio, che, indipendentemente dal credere nella casualità o meno del mondo, si riesca a fare della nostra vita qualcosa di non affidato unicamente all’arbitrio del caso.

Se, infatti, la nostra esistenza fosse illimitata, se non fossimo neppure sfiorati dal pensiero della fine, il nostro vivere sarebbe un vivere dilatato, senza argini, senza confini, un vivere che assai difficilmente sarebbe in grado di problematizzarsi, di partorire concetti come quello di “fine”.

Senza la certezza della nostra fine, tutto scorrerebbe senza ansia e senza fretta (ma anche senza alcun valore!), senza che in noi possa sorgere l’esigenza, il bisogno di interrogarsi in merito al “fine”, e quindi al significato, di questa esistenza “finita”.

Si potrebbe affermare, addirittura, che tutto il pensiero umano scaturisce dalla dolorosa consapevolezza della nostra finitezza e che tutto ciò che esso produce aspira (in un modo o nell’altro) ad assegnarle una qualche forma di finalità.

Perché, altrimenti, nulla si capirebbe, nulla avrebbe senso.

 

Da: La morte spiegata ai miei Figli di Roberto Fantini
Editore Sensibili alle Foglie - 2010

 

 

Roberto Fantini,  docente di Filosofia e Storia al Liceo Classico, si occupa da qualche decennio, come volontario, di Educazione ai diritti umani all’interno di Amnesty International. Per questa associazione, ha preso parte a molti interventi pubblici e corsi di formazione per docenti, nonché curato le seguenti pubblicazioni: Pena di morte: parliamone in classe (EGA Editore, Torino 2006); Liberarsi dalla pauraTutela dei diritti umani e “guerra al terrore” (EGA Editore, Torino 2007); in collaborazione con Antonio Marchesi, Una giornata particolare (ed. Sinnos, 2010). Ma, senza alcun dubbio, l’opera che più lo rappresenta e che maggiormente esprime la globalità del suo pensiero è il saggio La Morte spiegata ai miei figli (ed. Sensibili alle foglie, 2010). Ha in cantiere un libro di interviste sul tema dei Diritti Umani, che dovrebbe uscire nella primavera del 2012.
Inoltre, cura sul sito della Free Lance International Press, la rubrica Human Rights.
Dal 2004, ha intrapreso un interessante percorso di sperimentazione pittorica www.fantiniartemente.com, partecipando anche ad alcune mostre collettive e allestendo tre mostre personali, il cui ricavato è stato interamente donato ad Emergency.

 

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