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Le finestre dell'anima di Guido Brunetti

Le Finestre dell'Anima

di Guido Brunetti   indice articoli

 

L'eclissi dell'anima. Dallo spirito al neurone

Novembre 2022


Introduzione

Il concetto di anima ha una lunga storia. Comincia dai tempi più antichi, soprattutto attraverso la filosofia greca, prosegue con il cristianesimo e giunge fino al Novecento, quando l’anima, la mente, la psiche passano nella sfera di competenza delle nuove neuroscienze.
L’esperienza dell’anima e dello spirito nel tempo subisce - come scrive Carlo Vannini nel libro “La morte dell’anima” (Casa Editrice Le Lettere) - un processo di “impoverimento principalmente con la nascita della psicologia e delle neuroscienze, nelle quali l’anima è andata incontro “ad una morte, che non è quella spirituale, ma una vera e propria scomparsa”.
Sia la psicologia che le neuroscienze “non sono in grado di spiegare” l’anima né “precisare” contenuti, metodi e strumenti perché non hanno un concetto di anima. Hanno un concetto di mente o psiche, che però risulta “incerto e ondeggiante”, e comunque privo di significato spirituale.
Per le neuroscienze tutti i processi della psiche, normali ed anormali, sono funzione del cervello (Kandel). Non esistono eventi mentali, ma solo cerebrali. C’è “identità” tra mente e cervello.


L’origine del concetto di anima

L’origine del concetto di anima nasce dalla condizione del respiro, del soffio vitale. Il termine latino anima infatti ha la stessa origine del greco ànemos (vento, soffio, alito) e rappresenta la vita di ogni essere vivente: animato, cioè animale. Anima e spirito sono “uniti” e sono connessi con l’idea di “sopravvivenza” e “immortalità”. La religione inizia infatti dal culto dei morti, ossia delle anime, stabilendo in tal modo quel rapporto tra anima e Dio che i filosofi greci prima e il cristianesimo poi videro molto chiaramente. Emerge una figura di uomo “essenzialmente” anima, spirito, concepiti come parte dello spirito divino.


L’idea di anima è “solo greca”

Nasce in Grecia l’idea di anima: essa è presente fin dai primi testi, come quelli di Omero, e nell’orfismo. Pitagora è ritenuto il primo autore ad affermare che l’anima non ha fine né principio e che è immortale in quanto eterna. Il divino - dicono Talete ed Eraclito - è “dappertutto” e la natura è divina (anima del mondo). I primi filosofi costruiscono intorno alla nozione di anima concetti fondamentali, come nùs, lògos, pneuma. Il termine nùs compare per la prima volta in Anassagora, mentre lo scopritore del lògos è Eraclito. La prima definizione dell’anima come pneuma, (spirito) appartiene a Senofane, il fondatore della scuola eleatica. L’anima quindi non è la psiche delle neuroscienze.


Platone, Aristotele, stoicismo, Plotino

Invero, l’inventore dell’anima (immortale e immateriale) è Platone, il padre della filosofia occidentale. L’anima è principio immortale, principio divino, capace di cogliere l’essere eterno. Essa è come una biga alata, composta da due cavalli: uno nero (gli istinti) e uno bianco (le passioni più nobili). L’auriga è la ragione. Il mondo, per Platone, è prodotto da un artefice divino (demiurgo). La morte è vista come “distacco”, separazione dell’anima dalla “prigione” del corpo.
L’anima, per Aristotele, è la forma di un corpo che ha la vita in potenza. Oltre al corpo e all’anima, c’è l’intelletto o spirito (nùs). Mentre l’anima scompare con la morte lo spirito è trascendente. È intelletto divino, è universale e dunque imperituro. Vi è perciò un’anima mortale e un nùs immortale, eterno. C’è la concezione di Dio come spirito e dell’uomo come spirito. C’è “unità” spirituale tra Dio e l’uomo. Anche per lo stoicismo, l’anima è pensata come parte del divino. Dopo la morte, l’anima ritorna “nell’Uno-Tutto”.
Ancorato al pensiero di Platone, quello di Plotino, uno dei più grandi filosofi del mondo antico, ha influenzato Agostino e il mondo cristiano. Per questo filosofo, l’elemento più importante è l’Uno. L’anima non è separata dall’Uno e perciò rimanda allo spirito. L’essenza dell’anima è l’interiorità, il Sé, l’autocoscienza.


Il cristianesimo

L’analisi del concetto e dell’evoluzione di anima mostra che nel mondo cristiano appare “prevalente” l’influsso platonico. La Bibbia infatti non possiede una nozione di anima, compare il corpo e il respiro, ma il respiro dell’uomo non è il concetto greco di pnèuma, termina con la morte e quindi non c’è alcuna immortalità dell’anima.
I primi testi del cristianesimo, le epistole di Paolo e i vangeli utilizzano - sottolinea Vannini - un’antropologia greca, della quale i concetti di anima e spirito sono “parte essenziale”. La concezione dello spirito di Dio che tramite Cristo passa nell’animo dei fedeli penetra nella Chiesa delle origini e nei testi evangelici. Nel vangelo di Giovanni, ritenuto il testo più importante in materia di anima e di spirito, viene espressa una concezione dell’uomo come spirito e di Dio ugualmente come spirito. Tutto è avvenuto per mezzo del lògos (Dio, Cristo, spirito). Dio, per Giovanni, è spirito, che non si onora nei templi, ma in spirito e verità (Gv.4,24).
Una sintesi di platonismo molto efficace è stata operata da Agostino, considerato il fondatore del cristianesimo occidentale. La via maestra della conoscenza dell’anima e della conoscenza di Dio – dichiara - è “l’introversione, l’interiorizzazione” (In interiore homine habitat veritas). Ogni vera conoscenza di sé “presuppone una discesa nella profondità dell’anima”.
La conclusione di un millennio di filosofia cristiana è condotta da Tommaso D’Aquino, la cui opera è giudicata l’analisi più completa in questo campo. Il vertice dell’anima, per l’Aquinate, è l’intelligenza illuminata dalla sapienza. Attraverso la sapienza, l’uomo “si unisce a Dio”. La nùs è un dono divino ed è concepita come potenza spirituale che ha la capacità di “cogliere Dio”.
Per il cristianesimo medioevale, che è ricco di trattati sull’anima, sulla sua immortalità, e sul suo rapporto con il corpo e lo spirito, l’anima e Dio sono la stessa cosa. Dio è spirito e anche l’uomo e la sua anima, sono spirito.


Cartesio, Spinoza, Hegel.

La sapienza antica, basata sulla conoscenza dell’anima e sulla conoscenza di Dio, continua a manifestarsi con i grandi esponenti del razionalismo filosofico moderno, soprattutto con Cartesio, Spinoza ed Hegel.
Cartesio è stato l’iniziatore della filosofia moderna e uno dei principali esponenti del nuovo spirito scientifico, dando una grandissima attenzione ai problemi del rapporto anima-cervello. Per Cartesio, esistono due regioni ontologiche (dualismo): res cogitans (anima, spirito) e res extensa (materia, corpo). L’uomo è “essenzialmente anima, spirito”, che trova nel puro pensiero, nel cogito ergo sum, il primo fondamento di verità.
La mens (lo spirito umano), secondo Spinoza, è una parte dell’infinito intelletto divino. Lo spirito, in quanto ragione, non desidera altro che la conoscenza. Il bene supremo dello spirito è la conoscenza di Dio. Virtù assoluta dello spirito è dunque la conoscenza, ma l’oggetto fondamentale che lo spirito può conoscere è Dio. Tutto ciò che è - aggiunge Spinoza - è in Dio, e senza Dio nessuna cosa può essere né essere pensata. Senza l’idea di Dio, non vi è pensiero, ma solo confusione mentale. L’intelletto dell’uomo diventa divino e gode dell’eternità e della beatitudo divina.
Anima e spirito sono anche al centro della concezione di Hegel. La sua filosofia si basa infatti sulla conoscenza spirituale, nella quale si disegna la realtà dell’uomo come spirito e la realtà di Dio come spirito. Nel concetto di spirito trova spiegazione anche l’idea dell’anima. La malattia dell’anima, per Hegel, è quella di restare “confinata” nella prigione dello psichismo e non diventare quella che è realmente: “l’universale spirito”. Essere spirito è pertanto conoscenza di sé e conoscenza di Dio.


Le neuroscienze. Dallo spirito al neurone.

Fino al Novecento, il concetto di anima, mente e coscienza rimane al di fuori della scienza, in quanto patrimonio esclusivo della filosofia, dell’etica e della religione. Tutto cambia a partire dagli anni sessanta del secolo scorso, quando le nuove neuroscienze s’impadroniscono della nozione di cervello, mente e coscienza.
Anche la maggior parte della filosofia, per Vannini, prende in maniera decisa la via del corpo, lasciando cadere l’anima e lo spirito. È la strada che nel Seicento e nel Settecento approda al positivismo fino a giungere al comportamentismo e alle scienze cognitive. È la via che porta alla perdita dell’anima, alla perdita del lògos e alla perdita di Dio. “Abbiamo lasciato andare - scrive Nietzsche - l’anima. Insieme all’anima, abbiamo lasciato andare tutto quel mondo morale e religioso che per secoli ha sostenuto la civiltà occidentale”. Lasciata l’anima, è rimasto il corpo e il tempo del corpo è “la negazione della ragione, dei valori e della virtù, il tempo dell’esaltazione degli istinti, dell’irrazionale”. Viene abbandonata la concezione dell’essere come spirito, conoscenza di sé e conoscenza di Dio. Non più la “divinità” dell’anima stessa.
Scompare lo spirito e subentra una scienza attenta alle “potenze”, ossia alle facoltà psichiche, dimenticando lo spirito, il “fondo”. A una fenomenologia dello spirito, si sostituisce un determinismo biologico che fa “sparire” lo spirito, prendendo la strada dell’empirico, del fatto, del dato, avendo a modello le scienze fisiche e quelle naturali.
Oggi, viene negato dunque il concetto di anima, ma viene negato anche il concetto di Dio. Alla nozione forte di anima è stata sostituita quella, vaga e debole, di psiche, insieme con le altrettanto vaghe “psicologia, psicoanalisi, psicoterapie, ecc.”. Nella scienza dell’anima, ha preso perciò il sopravvento l’irrazionale, il soggettivismo, l’arbitrio. È la fine della scienza dell’anima, della conoscenza di sé e della conoscenza di Dio. È la “riduzione” dell’anima, dello spirito (sostanza immateriale) al cervello (sostanza materiale). È la malattia dell’anima.


La crisi della psicoanalisi e della psicologia

Già ai primi del Novecento si comincia a parlare di crisi della scienza dell’anima, non più di psicologia, ma di psicologie (funzionalismo, comportamentismo, teoria della gestalt, psicoanalisi). Secondo Buhler, la “torre di Babele della psicologia”. Abbiamo cioè psicologie “senza spirito e senz’anima”, dunque, per Vannini, “non-psicologie”. Watson parla di questa disciplina come di un sapere ancora “pre-paradigmatica”, ossia “non scientifica”.
La psicologia non riesce nemmeno a definire il suo oggetto: non l’anima, che è scomparsa insieme con Dio, ma neanche la mente, la coscienza, la persona. Già, il fondatore del positivismo, Auguste Comte, aveva negato statuto di scienza alla psicologia. Anche Nietzsche parla di “debolezza” della psicologia, mostrando un io sottomesso al determinismo. Lo spirito - spiega il filosofo tedesco - è “distacco”, è “guardare oltre sé e cercare un sé più alto”. Lo spirito non è l’io della psicologia, è una “realtà profonda ed essenziale dell’uomo”. Anche la psicoanalisi è sottomessa al determinismo e al materialismo. Molti autori confutano il carattere scientifico della psicoanalisi (Grumbaum), una disciplina che si sviluppa su un “terreno irrazionale”, poiché nega l’essenza razionale e spirituale dell’uomo (il lògos). Per Freud, l’uomo è un deterministico fascio di istinti e il paziente “un bel pesciolino dorato. Se accetto di curarlo - scrive Freud a Fliess - dipende da quanto posso guadagnarci su”. L’uso della psicoterapia poi è ritenuto da autorevoli studiosi “disastroso”, poiché la sua discesa agli inferi dell’inconscio “non è seguita da nessuna risalita”.


Una società di malati. Le terapie “impossibili”

L’inizio del terzo millennio dunque registra uno “spostamento” del concetto di anima e della cura delle anime dal campo filosofico, morale e religioso a quello delle scienze naturali. C’è di conseguenza un approccio positivistico - medico, psichiatrico, psicoterapeutico e scientifico - all’individuo e alla sua sofferenza. La malattia ha un’origine biologica nel cervello. La cura dell’anima è un errore proprio per la concezione materialistica dell’anima, la quale viene curata come si curano il fegato o i polmoni. Il paziente così “cade” nella trappola del determinismo, affidandosi ai farmaci, che lasciano “danni cerebrali irreversibili”, e alle tante psicoterapie (sono state riconosciute finora quattrocento ‘scuole” di psicoterapia). La realtà profonda dell’anima, dello spirito, del lògos resta in tal modo estranea all’individuo.


Conclusione

La società ex-cristiana ha perduto la sua “capacità salvifica” e presenta “una società di malati” alla ricerca di terapie dell’anima di vario tipo, da quelle farmacologiche a quelle psicologiche. Ribadiamo: è la fine dell’anima, la morte dell’anima.


Guido Brunetti


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