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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 16-05-2012, 21.30.31   #61
jador
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Riferimento: Non Puo' Esistere Un Rimedio?

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Originalmente inviato da Giorgiosan
Uno degli elementi del pensiero in controtendenza di Severino che apprezzo, antico e quanto mai attuale è che la ragione non può essere in contrasto con la fede, che non vi è né vi può essere opposizione.
Se la ragione è capace e libera di indagare allora non vi si possono mettere dei limiti “dogmatici”. E la ragione è intrinsecamente libera.

Severino ha tentato con questa avventura intellettuale, di esprimere la verità, senza assecondare alcun dogma, fuori da ogni narrazione religiosa.

Di dimostrare e raggiungere con la ragione quella Verità che il Cristianesimo predica e intende raggiungere con la fede . Come ha scritto Silvio Manieri in una “breve” recensione dell’ultimo libro di Severino, La morte e la terra.

Severino stesso ha scritto in questo libro (che non ho ancora letto):
Per quanto grandi siano le speranze e le supposizioni umane esse si accontentano di poco, rispetto a ciò da cui l'uomo è atteso dopo la morte e a cui è necessario che egli pervenga.”

In questo suo percorso Severino, rendendo la” gloria” un destino ineluttabile, inevitabile e necessario per ogni essere umano e per tutti, vanifica l’esistenza o meglio la de-responsabilizza, vanifica la storicità dell'essere umano. Vivere in un modo o nel modo contrario, il destino necessario è lo stesso qualitativamente per ognuno e per tutti.
La sofferenza dell'innocente, del perseguitato, del povero, del giusto, del mite, non acquista alcun valore ... il destino è quello stesso dell'ingiusto, del carnefice, dell'assassino, del violento ....

La coerenza che spinge il suo pensiero a questo esito, mi lascia molto perplesso.
Pur non ritenendomi un moralista una qualche differenza c’è, a meno che non si sostenga che male e bene sono categorie che non significano alcunché.Non sono esattamente di questa opinione.

Severino è vivente, forse avrà modo di implementare in questa direzione il suo valoroso pensiero.

Non poteva restare nell’ambito di una chiesa che non tollera i liberi pensatori e lo capisco, e nello stesso tempo non era compatibile con una chiesa che deve considerare molte cose, .. ed anche questo lo capisco.

Se non si coglie l'aspetto della sua "religiosità anonima", per così dire, cosa rimane di Severino ... solo la sua lucida intelligenza?


Se la religiosità di Severino e' autenticamente "anonima", se ritiene che non ci sia posto per il Dio comunemente inteso, se il divenire autentico (cioe' non nichilistico) non e 'il crearsi e l'annullarsi dell'essente, ma il comparire e lo sparire di cio' che e' eterno, se tutto cio' de-responsabilizza l'esistenza, il bene e il male non possono avere nessun effetto sull'ineluttabile destino che e' la "Gloria", destino uguale per tutti.
Altrimenti la sua religiosità non sarebbe piu' anonima, ma la ben conosciuta religiosità.

Ma Severino come la intende questa "Gloria"?
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Vecchio 16-05-2012, 23.08.22   #62
Giorgiosan
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Quale è la malattia e quale è il rimedio.

Quale è “ il male” dell'Occidente a cui si è cercato di trovare un rimedio, un farmaco?
“Lungo la storia dell’Occidente varieranno i rimedi, ma rimarrà costante sia l’essenza del dolore, sia la volontà di trovare il rimedio al dolore” Emanuele Severino, Il giogo, Adelphi ed., 1989, p. 385

E’ l’angoscia o meglio il dolore provocato dall’angoscia.

Angoscia per che cosa, di che cosa, per esorcizzare la quale l‘essere umano ha cercato o inventato dei rimedi?

L’angoscia del divenire.

Per curare questa angoscia i rimedi sono stati molti, in forza di questa logica umana del rimedio: l'essere umano ha evocato quelli che Severino chiama gli "immutabili" che possono essere definiti nel percorso del tempo: Dio o le leggi della natura, la dialettica, il libero mercato, le leggi etiche, le leggi politiche. L’ultimo rimedio che ha trovato, nei nostri tempi è la tecnica.
“…la tecnica del nostro tempo, cioè il nuovo rimedio con cui l’uomo tenta oggi di salvarsi dal nulla.” Emanuele Severino, Le tracce e la terra, in La legna e la cenere, Rizzoli ed., Milano 2000, pag. 131.

(Bisognerebbe poi capire o conoscere che cosa è, per Severino, la tecnica e la relazione, che secondo il nostro, corre fra quella e il nichilismo. E’ un discorso interessante ed accessibilissimo)

Severino ritiene che tutti questi rimedi, o farmaci non curino la vera radice profonda della malattia, dell’angoscia; l’essere umano non ha compreso che la malattia è proprio la fede nel divenire, l'essere umano, infatti, crede che il divenire esista.
La vera radice malata è, dunque, la fede nel divenire e l’essere umano cerca un rimedio contro l’angoscia del divenire.

Il rimedio implicito di Severino è semplice: l’essere umano si renda conto che il divenire non esiste e molto dello sforzo intellettuale di Severino è teso, quindi, a dimostrare tale inesistenza.

(E' chiaro a che campo semantico appartiene "rimedio" ?)

Questa è in estrema sintesi la pars destruens del pensiero di Severino, poi viene la strabiliante pars construens.

( segue ...)

Ultima modifica di Giorgiosan : 17-05-2012 alle ore 09.37.33.
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Vecchio 17-05-2012, 11.55.51   #63
Il_Dubbio
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Riferimento: Non Puo' Esistere Un Rimedio?

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Originalmente inviato da CVC
Emanuele Severino afferma che la ricerca della verità è il rimedio dell'uomo all'angoscia del divenire. Ma tale rimedio si rivela però peggiore del male, perchè esaminando il senso della vita si priva la vita di tale senso, la si svuota cancellandone l'imprevedibilità.

La conoscenza come rimedio all'angoscia del divenire è uno slogan, uno dei tanti nati sotto il modulo: evoluzione-sopravvivenza-selezione.

Vorrei soffermarmi su alcuni aspetti che ritengo fondamentali.
Spesso molti (tra filosofi e scienziati) usano il termine conoscenza come se stessero parlando di una "formula" magica. Non si sa come e non si sa perchè ad un certo punto l'uomo incomincia a studiare la natura (e poi anche se stesso, come facente parte della natura stessa).
Si dice che l'evoluzione ha donato (casualmente) all'uomo il linguaggio, l'intelligenza, le astrazioni ecc. ed è così che l'uomo li ha utilizzati per sopravvivere. Nello stesso tempo però (come nel caso citato di Severino) sembra che assieme a queste cose bellissime (apparentemente) ve ne siano alcune non buone, come per esempio la paura o l'angoscia.

Vorrei far notare che questo discorso è poco coerente. Da una parte si dice che la paura è uno stato naturale a cui l'uomo rimedia con la conoscenza della natura stessa attraverso gli attrezzi in dotazione (linguaggio, astrazione ecc.), dall'altro si presume che anche la conoscenza sia uno stato naturale.
Non so se è arrivato il messaggio; in pratica la conoscenza della paura e dell'angoscia è vista come un sotto-prodotto della conoscenza del rimedio alla paura e all'angoscia.
Per un filosofo che si rispetti dovrebbe essere chiaro che la conoscenza della paura e dell'angoscia non può essere diversa dal rimedio alla paura e all'angoscia.

In base a questo mio piccolo contributo, noi "conosciamo la paura". Quindi è falso (ed anche abbastanza ridicolo) supporre che utilizziamo la conoscenza come rimedio alla paura.
Così si da dimostrazione di intendere la paura e l'angoscia oggetti astronomici (scherzo, lo faccio per enfatizzare) che ruotano attorno alla Terra. Siccome non sappiamo quando ci colpiranno speriamo di conoscere la loro direzione e velocità in tempo.
Non è così che funziona!
Noi abbiamo una conoscenza della paura.
Quindi il male (se proprio ne vogliamo travare uno) è la conoscenza, non la paura!

Esiste un rimedio?
Forse: l'eterna felicità, paradiso terrestre ecc. ecc.
Ma vorrei sottolineare soprattutto come l'evento vita + coscienza-conoscenza sia un fatto strabiliante e per nulla compreso. Mettere in evidenza solo la paura e l'angoscia come elemento negativo di un quadro naturale, significa davvero aver fatto solo le scuole elementari (della filosofia).
Il_Dubbio is offline  
Vecchio 17-05-2012, 17.26.01   #64
femmefatale
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Originalmente inviato da il Seve
Ciao femmefatale, se mi provi con la citazione della pagina che questo



lo ha scritto Severino volendo esprimere il suo pensiero e non quello di un altro, io pubblico la foto di me stesso nudo. Intanto mando la mia faccia



P.S.
Mi rammarico solo che Paul Newman mi somigli.


io ho letto "il muro di pietra" e quella frase era riportata lì. difatti io ho trascritto la frase precisa parola per parola, virgola per virgola, perchè per i fatti miei, mi diletto a leggere e a studiare riportando ciò che mi colpisce sui miei quadernetti di studio, e non solo, ultimamente mi sono data anche alla creazione di miei spazi personali sul web, dove riporto parola per parola e virgola per virgola ciò che mi piace dei Pensatori che amo.
mi piace considerarli come i miei migliori amici, del resto, è come sentirli su facebook, come fanno i giovani della mia età, solo che io sento i miei amati Cioran, Quinzio, Altizer, Stirner....io e loro.

ad ogni modo, rinoleggerò al più presto il libro in bilioteca, e ti farò avere la pagina precisa, come da tuo desiderio. non vorrei che magari pensassi che me la sono inventata.
femmefatale is offline  
Vecchio 18-05-2012, 11.31.44   #65
paul11
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Originalmente inviato da Il_Dubbio
La conoscenza come rimedio all'angoscia del divenire è uno slogan, uno dei tanti nati sotto il modulo: evoluzione-sopravvivenza-selezione.

Vorrei soffermarmi su alcuni aspetti che ritengo fondamentali.
Spesso molti (tra filosofi e scienziati) usano il termine conoscenza come se stessero parlando di una "formula" magica. Non si sa come e non si sa perchè ad un certo punto l'uomo incomincia a studiare la natura (e poi anche se stesso, come facente parte della natura stessa).
Si dice che l'evoluzione ha donato (casualmente) all'uomo il linguaggio, l'intelligenza, le astrazioni ecc. ed è così che l'uomo li ha utilizzati per sopravvivere. Nello stesso tempo però (come nel caso citato di Severino) sembra che assieme a queste cose bellissime (apparentemente) ve ne siano alcune non buone, come per esempio la paura o l'angoscia.

Vorrei far notare che questo discorso è poco coerente. Da una parte si dice che la paura è uno stato naturale a cui l'uomo rimedia con la conoscenza della natura stessa attraverso gli attrezzi in dotazione (linguaggio, astrazione ecc.), dall'altro si presume che anche la conoscenza sia uno stato naturale.
Non so se è arrivato il messaggio; in pratica la conoscenza della paura e dell'angoscia è vista come un sotto-prodotto della conoscenza del rimedio alla paura e all'angoscia.
Per un filosofo che si rispetti dovrebbe essere chiaro che la conoscenza della paura e dell'angoscia non può essere diversa dal rimedio alla paura e all'angoscia.

In base a questo mio piccolo contributo, noi "conosciamo la paura". Quindi è falso (ed anche abbastanza ridicolo) supporre che utilizziamo la conoscenza come rimedio alla paura.
Così si da dimostrazione di intendere la paura e l'angoscia oggetti astronomici (scherzo, lo faccio per enfatizzare) che ruotano attorno alla Terra. Siccome non sappiamo quando ci colpiranno speriamo di conoscere la loro direzione e velocità in tempo.
Non è così che funziona!
Noi abbiamo una conoscenza della paura.
Quindi il male (se proprio ne vogliamo travare uno) è la conoscenza, non la paura!

Esiste un rimedio?
Forse: l'eterna felicità, paradiso terrestre ecc. ecc.
Ma vorrei sottolineare soprattutto come l'evento vita + coscienza-conoscenza sia un fatto strabiliante e per nulla compreso. Mettere in evidenza solo la paura e l'angoscia come elemento negativo di un quadro naturale, significa davvero aver fatto solo le scuole elementari (della filosofia).



Ciao, Il Dubbio, l’argomento che poni è intrigante.

La paura è una reazione legata all’istinto di sopravvivenza L’angoscia penso sia più di natura psichica, per cui è attribuibile agli esseri che hanno consapevolezza di sé: gli umani .
Per cui relazionerei la conoscenza e l’angoscia.
Può la conoscenza avere potere taumaturgico nei confronti dell’angoscia? E’ una domanda esistenziale che mi pongo da un sacco di anni.
Lo può fare più o meno in parte la conoscenza a gestire l’angoscia se quest’ultima viene razionalizzata.

Ma non riusciamo totalmente a”vincerla” perché l’angoscia rappresenta l’insicurezza , mentre la conoscenza cerca un ordinamento nella sicurezza di una struttura protettiva.
Ma la conoscenza per essere stabile deve trovare una verità che acquieti la continua domanda esistenziale che la conoscenza/coscienza cerca di rispondere; diventa un gatto che si morde la coda.
Quindi la precarietà dell’esistenza non trovando attraverso la conoscenza una risposta definitiva in una verità incontrovertibile che dia senso al “muoversi” nella vita , che dia significato al relazionarsi con sé e il mondo, cede all’angoscia
L’ontologia dell’essere non ha mai trovato una risposta ed è questa la sua contraddizione, la cerca solo nella logica della ragione, ma l’angoscia non ha “ una ragione” ed è questa la differenza fra l’ontologia di Heidegger che è appunto esistenziale e quella della tradizione, infatti nella parte incompiuta di essere e tempo cerca il linguaggio che non appartiene più alla logica della ragione , bensì alla poesia ; il decostruzionismo di Derrida continuerà proprio da qui.
Personalmente la strada intrapresa da Heidegger la ritengo fondamentale per il futuro culturale, è stato l’ultimo grande pensatore riconosciuto per la sua influenza, tra l’altro anche sull’ermeneutica di Gadamer.
Le scienza naturali non fanno altro che spostare questo limite conoscitivo, consapevoli di rincorrere una verità che forse non esiste e le religioni spostano la verità dall’al di quà ,all’al di là.

Non c’è quindi UN rimedio universale per l’intera umanità; ognuno di noi non fa altro che cercare di trovare delle forme protettive esistenziali alle grandi domande , fra un libro di Aristotele, una preghiera e un cornetto in tasca; se precaria è l’esistenza si precarizza anche la conoscenza: questo è molto in sintesi il relativismo, l’aver spostato al livello più basso le riposte ai grandi problemi insolubili, in una miriade di sotto branche scientifiche, dove ognuna concorre alla ricerca, ma senza una sintesi per tornare al livello più alto.
Rimane quindi il nodo gordiano dell’angoscia che può essere reciso solo da una verità se esiste, oppure questa è la nostra condizione umana e non possiamo che farcene una ragione, anche se la ragione stessa non può trovare risposte.
paul11 is offline  
Vecchio 18-05-2012, 17.29.19   #66
Giorgiosan
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Originalmente inviato da jador
Se la religiosità di Severino e' autenticamente "anonima", se ritiene che non ci sia posto per il Dio comunemente inteso, se il divenire autentico (cioe' non nichilistico) non e 'il crearsi e l'annullarsi dell'essente, ma il comparire e lo sparire di cio' che e' eterno, se tutto cio' de-responsabilizza l'esistenza, il bene e il male non possono avere nessun effetto sull'ineluttabile destino che e' la "Gloria", destino uguale per tutti.
Altrimenti la sua religiosità non sarebbe piu' anonima, ma la ben conosciuta religiosità.

Ma Severino come la intende questa "Gloria"?

Ebrei 1:3 Questo Figlio, che è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza
Questo è il versetto che ha ispirato Severino.

In Gloria scrive:
Nell’apparire del Luogo della terra che salva il destino dalla morte e si dispiega all’infinito nella Gloria, la Gioia stessa dell’infinito, lo splendore della infinita ricchezza del Tutto, si fa innanzi mostrando un volto nuovo.


Gloria è lo splendore dell'eternità, l'eternità beata, il paradiso.
Le parole non sono di Severino

Qui però non filosofa, è lirico come lo è anche altre volte.

A me piace il suo "modo filosofico" di trattare il tema della vita e della morte e mi piace anche il suo affermare che siamo già nell’eternità, e che lo siamo da sempre e per sempre anche se l’apparire empirico ci confonde. E' l'equivalente severiniano della dottrina che le anime sono da sempre, in quanto sono nella mente di Dio. Severino accusa il pensiero cristiano, di essere una filosofia mondana che solo in modo contradditorio si solleva al divino ... ma ha imparato e preso molto dalla scolastica!
Ho già detto cosa non mi convince.

Per Severino l’Assoluto è il Tutto e quindi non solo l’essere umano ma ogni ente è ”divino”, in sostanza dice questo.

L’ispirazione religiosa è fuor di dubbio e la sua narrazione filosofica è religiosa, nel senso ampio del termine.
Conosce benissimo Agostino, Tommaso, la scolastica, è sempre in rapporto “dialettico” con loro.
Nelle sue opere cita sovente Paolo.

Man mano che lo conoscerai meglio credo che te ne renderai conto da solo.

Ps. Ricordati anche dell'apocatastasi di Origene.

Ultima modifica di Giorgiosan : 18-05-2012 alle ore 20.18.01.
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Vecchio 18-05-2012, 18.39.36   #67
Giorgiosan
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Originalmente inviato da il Seve


E’ possibile dici? Ma io spero che tu stia citando da una fonte seria che non sia il solito Wikipedia o qualche sito di dilettanti, perché così almeno ti salveresti per la tua buona fede. Perché se non è così e ti affidi alle fonti meno attendibili del mare magnum della rete, non riesco ad immaginare a quale altra scusante tu possa ulteriormente appellarti.

Ma da una facile ricerca salta fuori che la fonte è Diego Fusaro di filosofico.net, un filosofo che sicuramente ha dei titoli di studio in materia che perlomeno io non metto in dubbio, sicuramente lo conosco da tempo come un giovane molto volenteroso nella divulgazione della filosofia, sicuramente qualcuno gli ha dato una certa fiducia chiamandolo ad insegnare alla Facoltà di filosofia di don Verzè (alla quale, caso unico per un insegnante, fa pubblicità commerciale sul proprio sito), sicuramente non ha capito molte cose se propone un imbelle ritorno a Marx (magari con tanto di rivoluzione e dittatura del proletariato?), e che infine altrettanto sicuramente (molto sicuramente) non è un fine conoscitore della filosofia di Severino. Anzi, ne è un conoscitore (e purtroppo divulgatore) in genere mediocre e, proprio per le cose che tu hai riportato, a tratti pessimo.

Ho citato dalla rete per tentare di persuaderti che ciò che sostenevo era condiviso ed ovvio.

Non puoi negare il curriculum di Fusaro ma non capisco, e sono certo che saprai darne ragione, cosa c'entri con la validità del suo giudizio il fatto che nel suo sito ospiti della pubblicità commerciale.
Penso che Fusaro abbia il talento della sintesi cosa piuttosto rara, certo è difficile che abbia letto tutto Severino.
Tu l'hai letto tutto?
Beato te. Da parte mia, dei libri che non leggo mi informo sui contenuti attraverso sintesi, commenti critici di altri, e tutto ciò che mi sembra opportuno per apprendere.

Non snobbo wiki, sono anche stato un collaboratore "assiduo" anzi me ne servo ma per Severino non ne ho avuto bisogno.

Comunque non basta leggerlo bisogna anche capirlo e capirlo senza doverlo percorrere proprio tutto ... specie Severino che è un poco logorroico, a lui non basta un rotolone Regina per scrivere la sua opera.

Dovresti anche suggeririmi qualche nome di "fine conoscitore" del pensiero di Severino, si trova qualcosa in rete?


[/quote]

Ultima modifica di Giorgiosan : 19-05-2012 alle ore 12.51.29.
Giorgiosan is offline  
Vecchio 18-05-2012, 19.04.32   #68
Giorgiosan
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Emanuele Severino afferma che la ricerca della verità è il rimedio dell'uomo all'angoscia del divenire. Ma tale rimedio si rivela però peggiore del male, perchè esaminando il senso della vita si priva la vita di tale senso, la si svuota cancellandone l'imprevedibilità.
Placando l'ansia nei confronti delle incertezze della vita ne verrebbe meno lo slancio vitale che di tale imprevedibilità si nutre.
Per Aristotele solo il filosofo può essere felice, perchè è il solo che può conoscere. Ora lo scettro della conoscenza sarebbe passato di mano dalla filosofia alla scienza, che scardina ad una ad una le antiche certezze: l'esistenza di Dio, l'antropocentrismo, i dogmatismi religiosi e via dicendo.
Ma se fosse stata la paura la scintilla del conoscere, non impicherebbe ciò una perdita di dignità delle conquiste dell'uomo? Una civiltà evoluta come la nostra sarebbe quindi una civiltà che fugge in continuazione dalle angosce della vita, cercando disperatamente un rifugio nelle certezze della conoscenza? Se così fosse, difficilmente una tale civiltà potrebbe essere felice. Forse il vero senso della vita è quello di affrontare la vita stessa nella sua imprevedibilità e con le sue incertezze, accettando il fatto che per l'inquietudine verso il futuro non ci sia rimedio, e che le certezze della conoscenza siano in un certo senso un'amputazione della vita stessa.
L'incremento del logos degli stoici, la ricerca di chiarezza e distinzione degli illumisti sarebbero quindi un sottrarsi alla lotta dell'esistenza?
Io non ne sono per niente sicuro, così come non lo sono di aver bene compreso cosa intendesse Severino.

Sono anch'io convinto che non c'è alcun rimedio filosofico all'incertezza del divenire e alla angoscia che questa incertezza può generare.
Il discorso metafisico di Severino non può valere, da solo più di una pacca sulle spalle e di un " ... vedrai che ce la faremo tutti !".

Il suo, però, è un pensiero positivo, ottimistico che può consolare, non come un vero rimedio ma come un pannicello caldo che, però, quando sei nel dolore può anche irritare maggiormente la ferita.
Non sei il solo che non ha capito bene o tutto il suo pensiero, l'unico che lo ha capito bene è Severino ... forse... ma questo si può dire di tutti i filosofi che hanno tentato di costruire un edificio ideale onnicomprensivo, una Vision direbbe ulysse.
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Vecchio 19-05-2012, 12.21.10   #69
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Uno degli elementi del pensiero in controtendenza di Severino che apprezzo, antico e quanto mai attuale è che la ragione non può essere in contrasto con la fede, che non vi è né vi può essere opposizione.
Se la ragione è capace e libera di indagare allora non vi si possono mettere dei limiti “dogmatici”. E la ragione è intrinsecamente libera.

Severino ha tentato con questa avventura intellettuale, di esprimere la verità, senza assecondare alcun dogma, fuori da ogni narrazione religiosa.

Di dimostrare e raggiungere con la ragione quella Verità che il Cristianesimo predica e intende raggiungere con la fede . Come ha scritto Silvio Manieri in una “breve” recensione dell’ultimo libro di Severino, La morte e la terra.

Severino stesso ha scritto in questo libro (che non ho ancora letto):
Per quanto grandi siano le speranze e le supposizioni umane esse si accontentano di poco, rispetto a ciò da cui l'uomo è atteso dopo la morte e a cui è necessario che egli pervenga.”

In questo suo percorso Severino, rendendo la” gloria” un destino ineluttabile, inevitabile e necessario per ogni essere umano e per tutti, vanifica l’esistenza o meglio la de-responsabilizza, vanifica la storicità dell'essere umano. Vivere in un modo o nel modo contrario, il destino necessario è lo stesso qualitativamente per ognuno e per tutti.
La sofferenza dell'innocente, del perseguitato, del povero, del giusto, del mite, non acquista alcun valore ... il destino è quello stesso dell'ingiusto, del carnefice, dell'assassino, del violento ....

La coerenza che spinge il suo pensiero a questo esito, mi lascia molto perplesso.
Pur non ritenendomi un moralista una qualche differenza c’è, a meno che non si sostenga che male e bene sono categorie che non significano alcunché.Non sono esattamente di questa opinione.

Severino è vivente, forse avrà modo di implementare in questa direzione il suo valoroso pensiero.

Non poteva restare nell’ambito di una chiesa che non tollera i liberi pensatori e lo capisco, e nello stesso tempo non era compatibile con una chiesa che deve considerare molte cose, .. ed anche questo lo capisco.

Se non si coglie l'aspetto della sua "religiosità anonima", per così dire, cosa rimane di Severino ... solo la sua lucida intelligenza?
Ma il Cristianesimo cos'è, mito o episteme?
Dal punto di vista soggettivo del Cristianesimo, quello del cristiano praticante, il Cristianesimo è verità, episteme. Ma da un punto di vista oggettivo il Cristianesimo è una religione, ha quindi riferimenti mitologici.
Secondo Feuerbach Dio, in quanto accessibile alla ragione, non è altro che la ragione.
Il problema è che la Chiesa per attestare l'esistenza di Dio fa ricorso alla testimonianza dei miracoli ufficialmente riconosciuti, ma questo è un far ricorso all'esperienza (il verificarsi del miracolo in quanto fenomeno) per attestare un qualcosa, l'esistenza di Dio, in un modo che fa presumere che la sola ragione non sia sufficente per tale scopo.
La frase che ho citato di Feuerbach è al momento la migliore sintesi dei miei pensieri riguardo Dio, ma rimane il problema di stabilire in che modo quel Dio accessibile alla ragione sia verità e non mito.
Forse ci complichiamo le cose continuando a voler vedere un Dio personale, con una forma, un carattere, un temperamento, una personalità.
Forse sarebbe meglio pensare ad un Dio impersonale, sotto forma di principio, di logos.
Quanto più senso allora avrebbero le parole: in principio era il logos, e il logos era presso Dio, e il logos era Dio!
Un logos non inteso come verbo, ma come ragione seminale presente in tutte le cose. E cos'altro può conquistare l'uomo che nessun'altro possa strappargli di dosso, se non la propria stessa ragione?
E cos'altro può rendere un uomo più uomo di quello che è se non un incremento della propria ragione?
E che male potrebbe commettere un uomo che abbia realizzato in sè la propria ragione? Non sarebbe forse altrettanto perfetto di un Cristiano che porti con sè il proprio Dio?
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Vecchio 19-05-2012, 16.41.44   #70
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Originalmente inviato da CVC
Ma il Cristianesimo cos'è, mito o episteme?
Dal punto di vista soggettivo del Cristianesimo, quello del cristiano praticante, il Cristianesimo è verità, episteme. Ma da un punto di vista oggettivo il Cristianesimo è una religione, ha quindi riferimenti mitologici.
Secondo Feuerbach Dio, in quanto accessibile alla ragione, non è altro che la ragione.
Il problema è che la Chiesa per attestare l'esistenza di Dio fa ricorso alla testimonianza dei miracoli ufficialmente riconosciuti, ma questo è un far ricorso all'esperienza (il verificarsi del miracolo in quanto fenomeno) per attestare un qualcosa, l'esistenza di Dio, in un modo che fa presumere che la sola ragione non sia sufficente per tale scopo.
La frase che ho citato di Feuerbach è al momento la migliore sintesi dei miei pensieri riguardo Dio, ma rimane il problema di stabilire in che modo quel Dio accessibile alla ragione sia verità e non mito.
Forse ci complichiamo le cose continuando a voler vedere un Dio personale, con una forma, un carattere, un temperamento, una personalità.
Forse sarebbe meglio pensare ad un Dio impersonale, sotto forma di principio, di logos.
Quanto più senso allora avrebbero le parole: in principio era il logos, e il logos era presso Dio, e il logos era Dio!
Un logos non inteso come verbo, ma come ragione seminale presente in tutte le cose. E cos'altro può conquistare l'uomo che nessun'altro possa strappargli di dosso, se non la propria stessa ragione?
E cos'altro può rendere un uomo più uomo di quello che è se non un incremento della propria ragione?
E che male potrebbe commettere un uomo che abbia realizzato in sè la propria ragione? Non sarebbe forse altrettanto perfetto di un Cristiano che porti con sè il proprio Dio?

Sì è una religione nella quale i contenuti della fede sono espressi anche attraverso miti. Di questo c’è consapevolezza.
Ne è la prova la “demitizzazione”, cioè quella linea di interpretazione della Bibbia che vide Bultmann alla sua origine e che aveva il fine di rendere il messaggio del Nuovo Testamento più accessibile all’umanità dei nostri tempi. Bultmann nonostante quelli che reputo eccessi , ha dato un notevole impulso all’ ermeneutica e ha tracciato una linea di non ritorno.
La ricaduta del suo pensiero ha modificato in meglio la interpretazione della Sacra Scrittura.
Stesso discorso per la critica storica che ha avuto notevoli sviluppi anche con l’elaborazione di precisi criteri storici

Certo che nel distinguere ciò che è mitico da ciò che è storico molto dipende dalla soggettività dello storico stesso che interviene in tutti gli stadi del suo lavoro, nel momento in cui investiga la verità nella storia, come sostiene giustamente Gadamer. Nessun storico prescinde dalla propria “precomprensione” che anticipa sempre la comprensione.

Feuerbach considera Dio un ente metafisico, “pensiero di pensiero” si potrebbe dire , e dunque pensando Dio in realtà pensi la ragione; rispettabile opinione filosofica.

La metafisica, è stato lo strumento filosofico per costruire e strutturare la teologia cattolica, ma gli strumenti si usurano e mostrano la corda, col tempo. In più la metafisica teologica è stato a lungo il mezzo per “imporre” una oggettività forzosa. Ed oggi la metafisica è difficilmente decifrabile dai più come lo è il pensiero di Severino

Solo che il Dio cristiano è un uomo, completamente immerso nella storia e non un ente metafisico.
Il rapporto del cristiano con Dio non è mediato dal Libro sia pure il più sacro, il Libro resta sempre un libro, né è mediato dalla filosofia, neanche dalla filosofia metafisica. Il rapporto del cristiano con Dio è personale ed esistenziale. Nessuna teoria filosofica, nessuna “diagnosi” psicologica potranno convincerlo che non esperimenta quello che esperimenta.
“In principio era il Logos, e il Logos era presso Dio e il Logos era Dio” è una ricapitolazione della storia biblica che ci spedisce in una dimensione più che originaria … con tutte le difficoltà di fare questo volo.

Anche quello di Severino può essere considerato una specie di deismo nel quale Dio si chiama Tutto e il suo profeta Severino, lo gnostico dei nostri tempi …. ma è una gnosi cristiana.

L’esperienza precede qualsiasi riflessione e la sola episteme che mi persuade è quella che deduco da ciò che ho esperimentato … sono convinto che sia così per tutti.

La ragione che cosa tesse se non la lana dell’esperienza?

Chi crederebbe ad uno che si proclama Salvatore, se non avendo esperito la sua potere o il suo amore?

Fede e ragione, questo lo ammette anche Severino, non sono antitetiche, né disgiunte
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