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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 21-05-2012, 18.28.41   #81
paul11
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Riferimento: Non Puo' Esistere Un Rimedio?

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Originalmente inviato da CVC
Citazione: #74, postato da Il Dubbio



"Siccome la ricerca della verità non è la verità, ma è qualcosa che precede la verità, la frase non vuole affermare che l'angoscia scompaia (o si attenui) in presenza della verità, ma solo attraverso la sua ricerca."
.


Certo che la ricerca della verità non è ancora verità.
Dov'è l'origine dell'essere e dov'è la sua mèta. Se la verità coincidesse con la mèta e fosse anche l'origine che coincide con la mèta, al di là che siamo nell'eternità o nel divenire, perchè allora siamo comunque angosciati? Il sapere dove sta la verità offrirebbe comunque una coordinata al nostro cercare, un punto di riferimento, ma non sappiamo dov'è. Siamo in una foresta dove non ci appare nè l'origine e nè la mèta e ci costruiamo dei sentieri, ma non conosciamo "IL sentiero".
Noi cerchiamo senza mèta.
Da cristiano credente almeno ho attenuato questa angoscia.
Perchè sul palcoscenico della vita che la scenografia dietro l'essere sia in divenire o nell'eterno, sento comunque suonare la campana a morte.
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Vecchio 21-05-2012, 20.27.07   #82
ulysse
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Riferimento: Non Puo' Esistere Un Rimedio?

Citazione:
Originalmente inviato da paul11
Certo che la ricerca della verità non è ancora verità.
Dov'è l'origine dell'essere e dov'è la sua mèta. Se la verità coincidesse con la mèta e fosse anche l'origine che coincide con la mèta, al di là che siamo nell'eternità o nel divenire, perchè allora siamo comunque angosciati? Il sapere dove sta la verità offrirebbe comunque una coordinata al nostro cercare, un punto di riferimento, ma non sappiamo dov'è. Siamo in una foresta dove non ci appare nè l'origine e nè la mèta e ci costruiamo dei sentieri, ma non conosciamo "IL sentiero".
Noi cerchiamo senza mèta.
Da cristiano credente almeno ho attenuato questa angoscia.
Perchè sul palcoscenico della vita che la scenografia dietro l'essere sia in divenire o nell'eterno, sento comunque suonare la campana a morte.
Infatti, non dico la felicità, ma l'interesse, la passione ed, eventulmente, l'eutorealizzione, stanno nelle continua ricerca, non nella meta raggiunta...che, ben sappiamo è sempre solo illusoriamnte raggiunta.
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Vecchio 22-05-2012, 10.50.01   #83
CVC
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Riferimento: Non Puo' Esistere Un Rimedio?

Citazione:
Originalmente inviato da Il_Dubbio
Sicuramente non parlerò di Severino, ma del tema che hai proposto.

Un'altra considerazione su questo tema: nel momento in cui poni una domanda così specifica: esiste un Rimedio? Ci si pone la domanda (almeno è quel che ho fatto io) se esista un problema a cui tentare di porre rimedio.

Io il problema l'ho già descritto; non è il divenire, non è l'angoscia e ne tanto meno la verità o la sua ricerca. Il problema è la conoscenza-coscienza.

Infatti ho detto che qui stiamo (o staremmo tentando) di fare filosofia e non psicoanalisi. Un filosofo dovrebbe (ma forse sbaglio) dare una risposta centrando il problema profondo. Se invece c'entrasse un problema superficiale, come quello dell'angoscia del divenire, che non tocca tutti ma solo alcuni (infatti ad altri può venire l'angoscia della monotonia), non staremmo facendo "buona filosofia".

In un senso ancora più generale troviamo la conoscenza-coscienza ancora al centro del vero problema, in quanto il problema c'è solo quando uno se ne accorge. Ed infatti ci sono uomini e donne che vivono (apparentemente) in modo felice e non hanno interesse per sentimenti angoscianti verso il futuro, e nemmeno per la monotonia. Per loro la vita è bella così com'è. Forse non hanno incontrato mai il dolore, i dispiaceri... oppure riescono a condividerne, senza esserne angosciati, lo stesso spazio. Sanno che esiste il dolore, la sofferenza ecc., ma li accettano. Accettare non significa andarsela a cercare, significa essere coscienti e consapevoli che questo mondo che fatto così. Questa non è ricercare la verità, è la verità. Il nostro piacere (felicità) sarà tentare di condividere con il maggior numero di persone-enti (anche cani, criceti o giraffe...) questo mondo ben sapendo che esiste il dolore e la sofferenza e che va sicuramente evitata o controllata ma no condannata.
Chi non accetta questo è angosciato.
Chi vive nel dolore e nella sofferenza deve essere aiutato, non solo a farlo passare ma anche ad evitarlo fin che è possibile, ed infine anche ad accettarlo come facente parte del mondo. Un mondo che ci vede testimoni del mondo stesso, così com'è e come è conosciuto dal nostro individuale Io.

Sono sempre stato dell'idea, infine, che noi viviamo la verità. Non abbiamo bisogno di andarla a cercare. Porta angoscia più pensare che la verità sia da qualche altra parte e che il nostro presente che viviamo ne sia privo che viceversa.
Idea che non sposa il linguaggio scientifico, anche se ne ho gran rispetto, perchè è anch'essa parte del nostro mondo. Ma se dovesse crearci qualche problema, basta evitarlo (non toccandolo)... magari estraendo da essa solo il nettare, il meglio.
Se è per quello esiste anche l'angoscia per i ragni o per i serpenti, ma non tutti reagiscono allo stesso modo allo stesso stimolo. C'è chi diventa cianotico davanti ad un ragno o ad un serpente e c'è chi prende i ragni a mani nude e chi si mette i serpenti intorno al collo.
Ciò di cui si intende qui parlare non è l'angoscia in sè, bensì l'oggetto dell'angoscia.
L'angoscia del divenire è più generale rispetto ad altri tipi di angoscia, compresa quella della monotonia. L'angoscia della monotonia dovrebbe cogliere chi ha una vita non soddisfacente, non stimolante, il che rappresenta una parte delle persone. L'angoscia del divenire dovrebbe invece riguardare tutti dato che il fenomeno del "tempo che passa" è comune a tutti.
Per uscire dal cul de sac del pensiero di Severino, anche Bertrand Russell nella Storia della Filosofia Occidentale dice che la ricerca di un qualcosa di permanente è una delle ragioni più profonde che spingono gli uomini alla filosofia. Anche lo psicologo Abraham Maslow sostiene che la tendenza ad avere una religione o una filosofia è in parte motivata dalla ricerca di sicurezza.
Quindi si può dire che per vari importanti autori la filosofia rappresenti una ricerca di sicurezza, un punto d'appoggio in un mondo che muta di continuo. In questo senso costituirebbe un rimedio.
Poi c'è chi dice che il rimedio è peggiore del male, perchè una vita controllata dal rimedio non sarebbe più la vita intesa nella sua pienezza. Un qualcosa per cui ci sia bisogno di un rimedio somiglia più ad una malattia che a ciò che si intende per vita vera e propria, con i suoi imprevisti, le sue emozioni, le sue esperienze, i suoi dubbi, le sue incertezze e contraddizioni.
Questo era il senso della discussione, se non si è inteso o non si intende tutt'ora, ciò è dovuto senz'altro alla mia scarsa capacità d'esposizione.


Quello che tu scrivi nel post cui ti sto rispondendo da "In un senso ancora più generale troviamo la conoscenza-coscienza..." in poi, non è altro che un esporre una tua filosofia per affrontare la vita. Ne deduco che anche tu sei per il rimedio. Lo stesso Nietzsche, colui che ha affermato che il rimedio dell'uomo (la filosofia) è stato peggiore del male, ha comunque fatto filosofia.
La domanda più esplicita sarebbe forse: è possibile vivere senza nessuna filosofia? Se si, come?
Ma non può esserci una risposta affermativa che non entri in contraddizione con la domanda, perchè avere un modo di vivere senza seguire nessuna filosofia sarebbe comunque una filosofia, sarebbe la filosofia del non avere nessuna filosofia.
CVC is offline  
Vecchio 22-05-2012, 15.52.43   #84
Giorgiosan
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Riferimento: Non Puo' Esistere Un Rimedio?

Con un argomento ad personam hai tentato di “rimpiccolire” Giovanni Reale, ed ora mi citi un filosofo “ a testimoniare” la tua verità, Leonardo Messinese, che non ha certamente il riconoscimento accademico di cui gode Reale, ma questo non vorrebbe dire molto, solo due e pesi e due misure.

Ho citato un passaggio di Fusaro e da una sintesi un poco più strutturata, della minima sintesi di Messinese.
Di Fusaro hai detto che non aveva sicuramente letto tutto Severino; forse che lo ha fatto Messinese … o tu?

Veniamo ora alla perorazione:

Citazione:
Originalmente inviato da il Seve
Giorgio, ti prego ….. a se continui così, come interprete di Severino cominci a fare un pessimo servizio al buon senso oltre che alla filosofia. Non dovrei preoccuparmene più di quanto abbia fatto finora, se non fosse che poi qualcuno finisce per credere a quel che scrivi.
Ognuno crede ciò che vuole credere e ognuno è influenzato da tutti. Dopo aver vagliato con la propria mente, sceglie cosa introiettare e cosa lasciare fuori. La tua preoccupazione non la capisco e mi fa sorridere. Cosa pretendi che la tua interpretazione sia accolta da tutti?
O sei l’unico interprete autorizzato del pensiero di Severino?
La sintesi di Messinese non dirime alcunché. Se fossi a digiuno del pensiero di questo filosofo non capirei niente da quella striminzita sintesi, se masticassi qualcosa non mi chiarirebbe alcunché.

E poi ... e poi … avrei da risponderti in merito all’intenzionalità da te "epurata" dopo averla etichettata come tema superato e anacronistico, con un vago riferimento alla filosofia contemporanea.
Fatti una circumnavigazione della "filosofia della mente" contemporanea.
Hai millantato o non sei informato? Vedi tu.
Ciao, datti pace.

Ultima modifica di Giorgiosan : 23-05-2012 alle ore 00.19.59.
Giorgiosan is offline  
Vecchio 22-05-2012, 20.26.56   #85
il Seve
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Riferimento: Non Puo' Esistere Un Rimedio?

Citazione:
Originalmente inviato da Giorgiosan
Con un argomento ad personam hai tentato di “rimpiccolire” Giovanni Reale, ed ora mi citi un filosofo “ a testimoniare” la tua verità, Leonardo Messinese, che non ha certamente il riconoscimento accademico di cui gode Reale, ma questo non vorrebbe dire molto, solo due e pesi e due misure.

Ho citato un passaggio di Fusaro e da una sintesi un poco più strutturata, della minima sintesi di Messinese.
Di Fusaro hai detto che non aveva sicuramente letto tutto Severino; forse che lo ha fatto Messinese … o tu?

Ma è mai possibile che non si sia capito nemmeno che mi riferivo alla diversa competenza che questi tre filosofi hanno della filosofia di Severino e non al livello globale delle loro competenze? Ti assicuro che per le sue pubblicazioni, Messinese, che non è un severiniano, ha molti più titoli di Reale e a maggior ragione di Fusaro per parlare di quello specifico che è la filosofia di Severino. Non a caso è stato scelto dalla maggiore enciclopedia filosofica italiana per illustrarne una sintesi del pensiero.

Ma poi, mi sembrava che la questione non fosse un’interpretazione di Severino. Per questo ho detto che non sto difendendo la sua filosofia, e tantomeno una mia interpretazione della sua filosofia. La questione era come Severino pensasse il rimedio dell’Occidente all’angoscia per il divenire. Ora, penso che per esprimere una tra le cose che tra l’altro Severino ripete maggiormente fino alla noia, non ci sia bisogno di un sommovimento di chissà quali categorie interpretative, ma basti riferirsi al significato letterale di quello che ha scritto il filosofo. Per questo ho detto che si va ormai contro il buon senso, non la filosofia.

Guarda che io mi darò anche pace, perché tra l’altro non posso inseguire all’infinito persino le negazioni delle ovvietà. Ma mi sembra chiaro che il problema non è convincere me, ma di evitare il ridicolo difronte a chiunque abbia un minimo di competenze di una delle filosofie più originali, coerenti e ormai note, e legge sul forum cose che appunto contestano l’ovvio. Peccato che ancora non salti fuori nessuno degli utenti che un tempo avevano mostrato di avere delle conoscenze in materia, perché altrimenti (ma certamente solo difronte a chi è sprovvisto di conoscenze per giudicare) sembra che quelle che sostengo essere delle ovvietà sono una mia interpretazione.

Per quello che riguarda l’intenzionalità, ricordo innanzitutto ancora una volta che, per certe filosofie (citavo almeno la fenomenologia e il neopositivismo), si parla della problematicità., se non della negazione, dell’esistenza dell’intenzionalità altrui, ancorché io neghi anche l’esistenza dell’intenzionalità propria. Per quanto riguarda le altre filosofie (compreso l’ambito della filosofia della mente), non mi risulta assolutamente che l’ammissione di intenzionalità altrui si smarchi da una condizione di ipoteticità. Anche perché le filosofie della mente danno troppo per scontato la constatazione che ci sia una mente, e quindi avrebbero molto da imparare dal discorso tra me e Aggressor sulla necessità della sua esistenza, nel thread “Definire il concetto di libertà”.

Saluti.
il Seve is offline  
Vecchio 23-05-2012, 01.00.41   #86
Il_Dubbio
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Riferimento: Non Puo' Esistere Un Rimedio?

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Originalmente inviato da CVC
Ciò di cui si intende qui parlare non è l'angoscia in sè, bensì l'oggetto dell'angoscia.
L'angoscia del divenire è più generale rispetto ad altri tipi di angoscia, compresa quella della monotonia.

Mi permetto di sottolineare questo problema che forse ci è sfuggito.

Se io avessi una "conoscenza assoluta" del divenire, questa conoscenza sarebbe equiparabile alla monotonia. Se vuoi lo spiego meglio.
Quindi il problema non è il divenire e nemmeno la monotonia, ma la conoscenza (ed è su questa che ho incentrato il mio discorso).
Mi spiego meglio: noi pensiamo che la conoscenza non sia assoluta. Ma il fatto di pensare che questa conoscenza non sia assoluta non ci autorizza a credere che l'oggetto dell'angoscia sia il divenire. Il problema è sempre la conoscenza.

Il divenire è una deduzione, non è un fatto. L'unico fatto è la mia o la tua conoscenza. Io posso interpretarlo come monotonia, mentre tu come divenire. Se invece io te rimanessimo ai fatti, elimineremmo (in modo democratico) ogni tipo di angoscia.
Siccome ci piace interpretare i fatti ecco che l'angoscia fa capolino.
Il mio invito, perciò, non voleva essere un "rimedio" ma un invito a constatare un fatto, l'unico che non ha bisogno di essere interpretato, ma solo accettato. E per sottolineare questo ho detto che qui stiamo (o staremmo) facendo filosofia e no psicanalisi. Non stiamo cioè tentando di capire come nasce l'angoscia del divenire, ma a quale problema si pensa di porre rimedio. Se esiste un problema dovremmo distinguerlo da un falso problema. Quello falso, almeno secondo me, è il divenire.
Il_Dubbio is offline  
Vecchio 23-05-2012, 10.12.20   #87
il Seve
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Citazione:
Originalmente inviato da Il Dubbio
Mi permetto di sottolineare questo problema che forse ci è sfuggito.

Se io avessi una "conoscenza assoluta" del divenire, questa conoscenza sarebbe equiparabile alla monotonia. Se vuoi lo spiego meglio.
Quindi il problema non è il divenire e nemmeno la monotonia, ma la conoscenza (ed è su questa che ho incentrato il mio discorso).
Mi spiego meglio: noi pensiamo che la conoscenza non sia assoluta. Ma il fatto di pensare che questa conoscenza non sia assoluta non ci autorizza a credere che l'oggetto dell'angoscia sia il divenire. Il problema è sempre la conoscenza.

Il divenire è una deduzione, non è un fatto. L'unico fatto è la mia o la tua conoscenza. Io posso interpretarlo come monotonia, mentre tu come divenire. Se invece io te rimanessimo ai fatti, elimineremmo (in modo democratico) ogni tipo di angoscia.
Siccome ci piace interpretare i fatti ecco che l'angoscia fa capolino.
Il mio invito, perciò, non voleva essere un "rimedio" ma un invito a constatare un fatto, l'unico che non ha bisogno di essere interpretato, ma solo accettato. E per sottolineare questo ho detto che qui stiamo (o staremmo) facendo filosofia e no psicanalisi. Non stiamo cioè tentando di capire come nasce l'angoscia del divenire, ma a quale problema si pensa di porre rimedio. Se esiste un problema dovremmo distinguerlo da un falso problema. Quello falso, almeno secondo me, è il divenire.

Forse è bene fare un po’ di chiarezza, definendo preliminarmente il termine “divenire”, per poi mostrare in primo luogo perché fa problema, e in secondo luogo perché questo problema richieda una soluzione e quindi un rimedio all’angoscia che genera. Altrimenti sembra che il problema del divenire sia qualcosa di astratto, un falso problema che non ha a che fare con quei problemi pratici che generalmente l’uomo pensa che siano le cose più importanti. Fermo restando che l’autenticità di ogni problema non può essere notificata, da ultimo, misurando il problema in base al punto di vista della pratica umana.

Il divenire è innanzitutto genericamente la variazione dello spettacolo che appare, cioè la non permanenza dei suoi contenuti sulla base della permanenza dello sfondo rappresentato dalla coscienza. (In questo senso, sono i suoi contenuti che divengono, mentre il divenire non diviene, come già Kant metteva in chiaro che sono le cose a scorrere nel tempo, mentre il tempo non scorre. Ancora in questo senso, come oggetto immediato di conoscenza, il divenire è un dato incontrovertibile, cioè non democratico, mentre come oggetto di una certa conoscenza, il divenire può risultare un’interpretazione.) L’Occidente però (non certo il solito Severino) pensa quella certa conoscenza del divenire che consiste nell’uscire e il ritornare nel nulla da parte dei suoi contenuti. In relazione alla dimensione pratica dell’uomo, questa interpretazione crea angoscia, perché tra i contenuti di un divenire così inteso (cioè, ripeto, come iniziare e finire di tutte le cose nel nulla totale) l’uomo crede di vedere le sue cose più preziose (la vita propria e dei propri cari, la realizzazione dei suoi progetti, la prova di ciò in cui crede). Quindi in questo senso, l’angoscia non ha un’origine psicologica, perché non è un problema che trova fondamento nella semplice e privata dimensione individuale dell’uomo (anzi, di quella sua parte, ancorché preminente, che è la psiche), e dunque non può essere oggetto ad esempio di psicanalisi (ancorché la psicanalisi tratti dei problemi afferenti alla psiche, ma sul fondamento che questi si originino nel mondo esterno). L’angoscia è uno stato esistenziale legato ad un certo tipo di ontologia del significato di esistenza (cioè del significato di divenire), che si origina quando alla volontà non corrisponde il suo oggetto (e il suo oggetto è sempre in via generale un tipo di dominio).

Anzi, nella civiltà occidentale, proprio perché il divenire coinvolge il nulla come estremo capo opposto dell’essere, l’angoscia è altrettanto estrema, perché ciò che muore non va semplicemente in un altro luogo dal quale è sempre possibile ritornare in qualche modo e in qualche forma, ma non ritorna mai più perché non c’è più nulla che possa ritornare. I Greci, padri dell’Occidente, sono i primi a pensare questo senso estremo della lontananza del nulla. L’esistenzialismo contemporaneo invece prende in esame non solo il senso di un finire del nulla, ma anche il senso di un provenire dal nulla, chiarendo che ciò che non possiede una dimensione di riferimento da cui provenire, è un essere senza fondamento, sradicato da ogni perché e ogni sicurezza, completamente gettato nel mondo così com’è. Quando l’esistenzialismo esprime il cuore del suo pensiero nel famoso inciso che “l’esistenza precede l’essenza” (cioè non esiste un senso a priori dell’uomo, ma solo quello che si mostra e nei limiti in cui si mostra), lo prende di peso da quel senso del divenire che è il dato costante e incontrovertibile che percorre la storia dell’Occidente fin dai suoi inizi, e che da subito è esorcizzato evocando gli enti immutabili (il dio, l’anima, le leggi, ecc.) che lo contrastino e lo orientino. Chiarito quindi che il divenire è sia il divenire della morte e della dissoluzione di tutto ciò che via via assume significato nella nostra vita e sia il nascere dall’assenza di fondamento, porre il problema del divenire non significa porre un problema astratto, perché dalla sua corretta comprensione dipende tutto quello che noi (crediamo che) siamo e (crediamo che) possiamo fare.

Prima ancora che si edifichino le civiltà in senso storico, appare la civiltà in senso ideale del linguaggio come prima forma di contrasto e orientamento del divenire. La parola non è la cosa, ma il feticcio, il totem, che si può (o si crede di poter) controllare, e che a sua volta si crede che possa controllare il divenire della cosa. Non a caso la parola continua a riferirsi alla cosa anche quando quest’ultima è distrutta. (Sulla base di questo assunto, il primo Wittgenstein riteneva di poter affermare che oltre la dimensione sensibile delle cose vi fosse la loro forma “indistruttibile”, come diceva lui, e che fosse a questa che il linguaggio si rivolge.) Non a caso, la crisi contemporanea di un valore assoluto della verità porta in luce tutta la problematica di un linguaggio che non riesce più a corrispondere alle cose (cioè il cui legame con le cose non è più assoluto). E che anzi passa dal significare la rimandatività dei segni ai significati, al significare la rimandatività dei segni tra loro, concludendosi in un sistema trascendentale, inoltrepassabile, e autoriferito. Il linguaggio che guida attualmente la civiltà occidentale (e ormai la civiltà planetaria) non è quello delle lingue naturali, né tantomeno quello della poesia o della letteratura o dell’arte, ma quello della tecnica che ha la sua punta di diamante nell'ipoteticità del sapere scientifico strutturato dalla formalizzazione matematica, essa stessa ipotetica. Era inevitabile che anche in campo logico-matematico si facessero sentire i problemi di corrispondenza tra i linguaggi formalizzati e i loro oggetti non linguistici (cioè si facessero sentire i problemi di semantica), e infatti è fallito il progetto di riduzione dell’aritmetica alla logica, e cioè è fallito uno degli ultimi progetti di pensare la prevedibilità in senso assoluto dell'assolutamente imprevedibile.

Saluti.
il Seve is offline  
Vecchio 23-05-2012, 10.27.54   #88
paul11
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L'allegoria biblica ne dà una interpretazione.
Il serpente tentatore fa prelevare il frutto dall'albero della conoscenza.
La conoscenza diventa coscienza e gli umani sono ora consapevoli della nudità e si vergognano. Ma non hanno colto il frutto dall'albero della vita ,dove esiste la verità.
La conoscenza quindi potrebbe essere interpretata come una dannazione, che oltre al dolore fisico degli esseri inconsapevoli ( animali,ecc.) porta la sofferenza , diciamo psichica, degli esseri consapevoli ( umani).

Quindi sì, il vero problema è nella conoscenza, l'angoscia ne deriva.
paul11 is offline  
Vecchio 23-05-2012, 18.27.01   #89
Giorgiosan
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Originalmente inviato da CVC
Se l'unica realtà è il divenire e non ci può essere niente di immutabile o permanente, ci dovrà pur essere una rappresentazione nella mente che rimane identica a se stessa, almeno per ricordare alla mia coscienza che esiste un qualcosa come il divenire.

Sono certo che non c'è soluzione di continuità nel mio "sono", nel mio io nella mia "autocoscienza" o in qualunque modo si voglia chiamare purché quel nome voglia significare una unica identità, distinta da ogni altra identità.

Nello stesso tempo sono altrettanto certo che questa unità è in qualche modo la risultante di componenti che evolvono, divengono, in relazione al divenire, essa diviene insomma.


Il corpo umano cresce da una cellula, e via via si sviluppa incrementando le sue dimensioni, le sue capacità fra le quali anche quella riproduttiva.


Se da queste, per me inuppugnabili, constatazioni, da queste per me evidenze devo trarre una conclusione astratta sul piano dell'essere direi che c'è qualcosa che permane e c'è qualcosa che diviene.

Dire che ciò che diviene passa attraverso il non essere perchè A diviene B e quindi deve cessare di essere A mi sembra un giochetto sofistico del tutto simile a quello di Zenone sempre smentito da Achille che raggiunge la tartaruga, sempre.... ma lo sapeva anche Zenone.


E chiaro che se si pone B come termine ad quem di A (a quo)
ho già imposto quello che dovrei dimostrare.

Se si pone come termine a quo A e come termine ad quem A+X avrò dimostrato che il termine ad quem ciò che è divenuto Aè ancora A.
Per forza l'ho posto io ... è una dimostrazione circolare.

Questo vuol dire conferire alla logica uno statuto metafisico ma
il nulla è una pura invenzione come lo 0 senza essere.

Ciò che è difficile è cogliere con la mente ciò che permane nel panta rei

Ciò che permane deve potersi cogliere con l'esperienza prima che con la ragione invece di risultare da una specie di masturbazione mentale praticata sul termine astratto essere
Giorgiosan is offline  
Vecchio 24-05-2012, 10.09.37   #90
CVC
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Originalmente inviato da Il_Dubbio
Mi permetto di sottolineare questo problema che forse ci è sfuggito.

Se io avessi una "conoscenza assoluta" del divenire, questa conoscenza sarebbe equiparabile alla monotonia. Se vuoi lo spiego meglio.
Quindi il problema non è il divenire e nemmeno la monotonia, ma la conoscenza (ed è su questa che ho incentrato il mio discorso).
Mi spiego meglio: noi pensiamo che la conoscenza non sia assoluta. Ma il fatto di pensare che questa conoscenza non sia assoluta non ci autorizza a credere che l'oggetto dell'angoscia sia il divenire. Il problema è sempre la conoscenza.

Il divenire è una deduzione, non è un fatto. L'unico fatto è la mia o la tua conoscenza. Io posso interpretarlo come monotonia, mentre tu come divenire. Se invece io te rimanessimo ai fatti, elimineremmo (in modo democratico) ogni tipo di angoscia.
Siccome ci piace interpretare i fatti ecco che l'angoscia fa capolino.
Il mio invito, perciò, non voleva essere un "rimedio" ma un invito a constatare un fatto, l'unico che non ha bisogno di essere interpretato, ma solo accettato. E per sottolineare questo ho detto che qui stiamo (o staremmo) facendo filosofia e no psicanalisi. Non stiamo cioè tentando di capire come nasce l'angoscia del divenire, ma a quale problema si pensa di porre rimedio. Se esiste un problema dovremmo distinguerlo da un falso problema. Quello falso, almeno secondo me, è il divenire.
Ma anche se vogliamo rimanere ai fatti dobbiamo pur comprendere e interpretare questi fatti.
Un fatto non interpretato è un qualcosa di non intelleggibile.
Il divenire mi si presenta come un fatto perchè ho una memoria degli eventi, dei miei pensieri e dell'io, se non l'avessi non avrebbe senso per me il divenire. Ma siccome per me ha senso dato che ho il ricordo di com'ero 10, 20, 30 anni fa e lo confronto con l'oggi, per me il divenire è un fatto.
Potrei scegliere di non interpretare il fatto come mi sembra che tu suggerisca, fare così è una filosofia di vita. Perchè se decido che è meglio non interpretare il divenire significa che ho un concetto di che cos'è il divenire ed in funzione di questo decido che è meglio non interpretarlo.
Puoi decidere di non interpretare il divenire, ma non puoi dire che esso non costituisce un fatto dal momento che condiziona la tua scelta. Sarà si una deduzione, ma dal momento che la prendi per vera diventa un fatto. Per non pensare al problema devi comunque ammettere che il problema esiste.
CVC is offline  

 



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