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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 08-04-2013, 09.42.33   #11
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Riferimento: L' intangibilità dell' IO

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Originalmente inviato da ceccodario
Sì, questo è un po' il problema di questa teoria. Proprio per questo Husserl inizialmente era molto titubante di fronte all'idea di un "io puro". Accettare l'esistenza di un io formale voleva dire in qualche modo compromettere il "principio fenomenologico dell'intenzionalità", secondo il quale qualsiasi cosa può essere intesa direttamente e resa oggetto. Tuttavia alla fine il filosofo ha adottato l'io puro per il problema dell'identità: una coscienza non può essere anonima, è sempre una coscienza DI QUALCUNO.

L'io puro è una sorta di perno vuoto attorno al quale ruotano, e vengono accomunate, le nostre esperienze. Se ci rivolgiamo verso di esso lo intendiamo come oggetto (per esempio adesso che ne stiamo parlando ci stiamo riferendo all'io-puro oggetto) quindi mai in sè stesso. Insomma è qualcosa di inafferrabile, per questo viene detto "residuo fenomenologico".


Mi pare un ottimo modo di definire l'Io

La cosa più strana è il fatto che ci pare di parlare di questo "residuo fenomenologico" nonostante tale concetto non abbia un contenuto per noi. Forse ne delineamo il senso semplicemente negando che sia una qualsiasi delle cose di cui abbiamo conoscenza diretta o indiretta (nel senso di Russell).
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Vecchio 09-04-2013, 09.43.48   #12
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Riferimento: L' intangibilità dell' IO

Ma è proprio qui che devo porre un nuovo interrogativo, qualcosa che mi stò chiedendo da un pò. L'Io formale non è l'unico residuo fenomenologico a cui ci accostiamo, ditemi cosa ne pensate ma a me pare che lo siano tutti quei concetti che sono irriducibilmente universali o forse tutti gli universali; mi spiego.
Quando penso all'Essere il problema del contenuto di una simile parola è lo stesso di quello dell'Io, e ancora si potrebbe dire lo stesso di qualcosa come l'intuizione pura di spazio-tempo. Cioè, se questi concetti si riempiono di senso solo quando sono applicati ad oggetti, cosa resta di loro nella forma pura? Come distinguerli tra loro nella rispettiva forma pura?

Mi sono posto questi interrogativi a partire dalla teoria delle idee di Platone. Cosa è il bello al di fuori dell'oggetto che partecipa della bellezza? Cosa è l'Io al di fuori dell'esperienza in cui si realizza? E, di nuovo, come potrebbero distinguersi il bello in sé, lo spazio-tempo in sé, e/o l'Io formale al di fuori del loro accostamento ad oggetti che ne relizzano l'essenza? Platone ammetterebbe che questi concetti universali esistono per se stessi, ma ciò vorre dire che possiedono un contenuto a sé stante, come se avessero un modo d'essere che, invero, a noi sfugge, se li consideriamo a quel modo (nella forma pura). Oppure considerandoli nella forma pura noi siamo in grado di distinguerli l'uno dall'altro? Ma se questo è possibile allora un contenuto ce l'hanno, un modo d'essere gli è proprio.

In non appoggerei questa ultima affermazione, credo piuttosto che spesso si crede ciò per il fatto che pensando, ad esempio, allo spazio-tempo, noi ci accostiamo già ad una visione mentale con oggetti estesi e temporalmente collocati, cioè focalizziamo la nostra attenzione su questi aspetti dell'essere che nella loro forma pura, invero, coinciderebbero con tutti gli altri. Stò dicendo che il contenuto di una parola come "Io fenomenologico" è lo stesso della parla "Essere" o dell'unità (=> in quanto esempio di universale platonico, cioè ciò che l'unità è per se stessa).

Ultima modifica di Aggressor : 09-04-2013 alle ore 22.19.25.
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Vecchio 09-04-2013, 18.09.17   #13
ceccodario
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Riferimento: L' intangibilità dell' IO

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Originalmente inviato da Aggressor
Ma è proprio qui che devo porre un nuovo interrogativo, qualcosa che mi stò chiedendo da un pò. L'Io formale non è l'unico residuo fenomenologico a cui ci accostiamo, ditemi cosa ne pensate ma a me pare che lo siano tutti quei concetti che sono irriducibilmente universali o forse tutti gli universali; mi spiego.
Quando penso all'Essere il problema del contenuto di una simile parola è lo stesso di quello dell'Io, e ancora si potrebbe dire lo stesso di qualcosa come l'intuizione pura di spazio-tempo. Cioè, se questi concetti si riempiono di senso solo quando sono applicati ad oggetti, cosa resta di loro nella forma pura? Come distinguerli tra loro nella rispettiva forma pura?

Mi sono posto questi interrogativi a partire dalla teoria delle idee di Platone. Cosa è il bello al di fuori dell'oggetto che partecipa della bellezza? Cosa è l'Io al di fuori dell'esperienza in cui si realizza? E, di nuovo, come potrebbero distinguersi il bello in sé, lo spazio-tempo in sé, e/o l'Io formale al di fuori del loro accostamento ad oggetti che ne relizzano l'essenza? Platone ammetterebbe che questi concetti universali esistono per se stessi, ma ciò vorre dire che possiedono un contenuto a sé stante, come se avessero un modo d'essere che, invero, a noi sfugge, se li consideriamo a quel modo (nella forma pura). Oppure considerandoli nella forma pura noi siamo in grado di distinguerli l'uno dall'altro? Ma se questo è possibile allora un contenuto ce l'hanno, un modo d'essere gli è proprio.

In non appoggerei questa ultima affermazione, credo piuttosto che spesso si crede ciò per il fatto che pensando, ad esempio, allo spazio-tempo, noi ci accostiamo già ad una visione mentale con oggetti estesi e temporalmente collocati, cioè focalizziamo la nostra attenzione su questi aspetti dell'essere che nella loro forma pura, invero, coinciderebbero con tutti gli altri. Stò dicendo che il contenuto di una parola come "Io fenomenologico" è lo stesso della parla "Essere" o dell'unità (=> in quanto esempio di universale platonico, cioè che l'unità è per se stessa).
Beh, devo dire che hai posto un problemino di nulla Il problema degli universali e la contrapposizione realismo-nominalismo affliggono i filosofi da secoli. Io partirei la riflessione sintetizzando brevemente il capitolo 5.1 de "I Problemi della filosofia" di Russell, dove questo difende a spada tratta la teoria platonica della forme (chiamandole idee, facciamo confusione):

1) partiamo dalla certezza che sia nelle scienze, sia nell'esperienza quotidiana la generalizzazione di più particolari è possibile. Anche se sei un "maledetto nominalista" deve pur ammettere che di fatto è possibile per esempio classificare più particolari bottiglie diverse, o tutte le penne, tutte le matite ecc...
2) a questo punto il nominalista sostiene: queste classificazioni non sono esistenti di per sè, bensì sono frutto di intuizioni che permettono di accomunare più entità particolari. E' possibile infatti pensare ad una qualche categoria generale senza far riferimento ad un contenuto particolare? Tuttavia perchè riusciamo a classificare le entità particolari? Hume (empirista-nominalista) ci dice perchè l'intelletto è capace di abbinare le varie cose esistenti per relazione di causa-effetto, contiguità, somiglianza ecc...
3) ammesso questo però, devi ammettere per forza anche una certa susstenza ontologica di queste relazioni che sono appunto universali. Affinchè la classificazione universale degli enti sia possibile, queste relazioni devono esistere in modo universale e indipendente. Improvvisiamente quindi, anche il nominalista più estremo ripiomba nel realismo platonico.
4) dimostrato ciò, Russell distingue fra esistenza ed essere. Esistenza è propria di ogni entità collocata spazio-temporalmente, mentre essere è proprio degli universali che sono al di fuori dello spazio e dal tempo. Se pensiamo alla categoria generale "bianchezza", il nostro atto del pensiero è collocato in parametri spazio-temporali, invece l'oggetto inteso "bianchezza" è un oggetto che è al di fuori dello spazio e del tempo.

Commento: è evidente che quando affermiamo l'esistenza di entità al di fuori dello spazio e del tempo rischiamo di cadere in un pericoloso circolo vizioso (Husserl lo sapeva bene ed infatti cercava di evitarlo come la peste). Sul fatto che ogni nostro pensiero, e quindi ogni nostro enunciato, sia relativo e collocato spazio-temporalmente siamo tutti d'accordo. Detto questo, come facciamo a riferirci (denotare) attraverso un linguaggio spaziale-temporale a qualcosa di formale a-spaziale e a-temporale? Questo è un po' il nodo del problema degli universali secondo me; per questo molti filosofi infatti hanno spostato la loro riflessione dagli enti stessi al linguaggio.

Secondo me il guaio del platonismo più estremo è stato quello di classificare come forme eterne ogni proprietà-relazione universale. Prendiamo però le proprietà universali "computer" o "comunità virtuale": esse esistono eternamente (quindi anche prima che i computer furono pensati)? Difficilmente sostenibile. Che le categorie universali esistano non lo metto in dubbio, tuttavia penso che l'esistenza della stragrande maggioranza di esse dipenda dai particolari che ne partecipano, e quindi anche la loro esistenza sia legata a parametri spazio-temporali (finiti). Se tutte le particolari bianchezze sparissero, sparirebbe anche l'universale "bianchezza" (e viceversa).

Eppure ci sono certi concetti "trascendentali" (in senso medievale) come "io", "verità", "bene", "bellezza", "essere", "realtà" ecc. che sono sempre presenti nei nostri pensieri, discorsi. Per quanto tentiamo di sbarazzarcene negandoli, essi continuano a sussistere, indifferenti. Nonostante ci risulti veramente arduo de-finirli (racchiuderli in certi confini), ne facciamo continuamente ed inevitabilmente riferimento. Forse per questo numero ristrettissimo di predicati potremmo parlare di forme al di fuori dello spazio e del tempo. L'errore della filosofia tradizionale è stato quello di considerarli come tutti gli altri predicati e quindi di de-finirli e relativizzarli. Al momento che cerchi di racchiudere entro certi confini questi predicati-limite non ti stai più riferendo ad essi (formali) ma ad oggetti delimitati e collocati spazio-temporalmente. La mia opinione è che possiamo (e dobbiamo) riferirci a queste forme senza cadere nella trappola della delimitazione. Alcuni filosofi sostengono che l'essere, la verità, il bene siano entità intrinseche al linguaggio. Io credo che se anche non fossimo capaci di comunicare e di pensare essi sussisterebbero comunque e ci guarderebbero comunque dall'alto, voi?
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Vecchio 11-04-2013, 12.07.08   #14
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ceccodario:
2) a questo punto il nominalista sostiene: queste classificazioni non sono esistenti di per sè, bensì sono frutto di intuizioni che permettono di accomunare più entità particolari. E' possibile infatti pensare ad una qualche categoria generale senza far riferimento ad un contenuto particolare? Tuttavia perchè riusciamo a classificare le entità particolari? Hume (empirista-nominalista) ci dice perchè l'intelletto è capace di abbinare le varie cose esistenti per relazione di causa-effetto, contiguità, somiglianza ecc...

3)ammesso questo però, devi ammettere per forza anche una certa susstenza ontologica di queste relazioni che sono appunto universali. Affinchè la classificazione universale degli enti sia possibile, queste relazioni devono esistere in modo universale e indipendente.



Ho letto quel libro di Russell, fondamentalmente egli mostra come, volendo ammettere l'inesistenza per sé degli universali, dovremmo ammettere che creiamo dei concetti che additiamo ad oggetti diversi grazie alla somiglianza degli enti. Cioè se affermo che il rosso non è un universale del tipo platonico, devo pure dire che io riesco ad usare la parola "rosso" per indicare enti diversi grazie al fatto che questi rossi particolari si somigliano; al che Russel si chiede se la somiglianza non sia un universale, e sembra che la questione non lasci scampo. Poi, ammettere l'esistenza di questo universale vorrebbe dire non poter escludere che ne esistano altri.

Ma ho tentato di trovare un escamotage a questo problema: è possibile che la smiglianza non sia qualcosa di intrinseco agli oggetti, ma che siamo noi ad individuare come simili (cioè ad accostare facilmente, in qualsiasi senso) degli oggetti a seconda di ciò che è comodo per la nostra natura. Inoltre se si considera che nessuna proprietà è intrinseca ad un ente se non per il tramite del rapporto che intrattiene con gli altri (Es. sono veloce tot rispetto a..; sono alto tot rispetto a..), allora ogni ente per se stesso è "noumeno" o "Essere" allo stato puro, cioè è lo stesso degli altri enti pensati per sé. Per esempio una sfera pensata senza confini che ne delimitino la forma ci porterebbe ad un immagine mentale identica a quella di un cubo pensato allo stesso modo (no contrapposizione con l'altro -cioè che è "fuori" dalla sfera- no forma). Di qui trovo una identità originaria degli enti nella loro forma pura, e forse un tale uomo può risultare simile ad un'altro uomo semplicemente perché il cervello deve fare meno operazioni per arrivare ad una identità formale tra i due, più che per il fatto che i due siano per sé simili o partecipanti di una stessa essenza (che non sia l'Esistenza, quantunque si voglia ammettere che abbia senso parlare dell'Essere e che sia, almeno questo, qualcosa di comune tra tutte le cose che esistono).



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Vecchio 11-04-2013, 20.31.32   #15
ceccodario
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Originalmente inviato da Aggressor
Ho letto quel libro di Russell, fondamentalmente egli mostra come, volendo ammettere l'inesistenza per sé degli universali, dovremmo ammettere che creiamo dei concetti che additiamo ad oggetti diversi grazie alla somiglianza degli enti. Cioè se affermo che il rosso non è un universale del tipo platonico, devo pure dire che io riesco ad usare la parola "rosso" per indicare enti diversi grazie al fatto che questi rossi particolari si somigliano; al che Russel si chiede se la somiglianza non sia un universale, e sembra che la questione non lasci scampo. Poi, ammettere l'esistenza di questo universale vorrebbe dire non poter escludere che ne esistano altri.

Ma ho tentato di trovare un escamotage a questo problema: è possibile che la smiglianza non sia qualcosa di intrinseco agli oggetti, ma che siamo noi ad individuare come simili (cioè ad accostare facilmente, in qualsiasi senso) degli oggetti a seconda di ciò che è comodo per la nostra natura. Inoltre se si considera che nessuna proprietà è intrinseca ad un ente se non per il tramite del rapporto che intrattiene con gli altri (Es. sono veloce tot rispetto a..; sono alto tot rispetto a..), allora ogni ente per se stesso è "noumeno" o "Essere" allo stato puro, cioè è lo stesso degli altri enti pensati per sé. Per esempio una sfera pensata senza confini che ne delimitino la forma ci porterebbe ad un immagine mentale identica a quella di un cubo pensato allo stesso modo (no contrapposizione con l'altro -cioè che è "fuori" dalla sfera- no forma). Di qui trovo una identità originaria degli enti nella loro forma pura, e forse un tale uomo può risultare simile ad un'altro uomo semplicemente perché il cervello deve fare meno operazioni per arrivare ad una identità formale tra i due, più che per il fatto che i due siano per sé simili o partecipanti di una stessa essenza (che non sia l'Esistenza, quantunque si voglia ammettere che abbia senso parlare dell'Essere e che sia, almeno questo, qualcosa di comune tra tutte le cose che esistono).

E' chiaro che la strada più naturale per coinciliare l'empirismo nominalista di Hume con il problema dell'identità e della continuità spazio-temporale del mondo è il trascendentalismo kantiano. Porre le categorie universali come intrinseche del modo di conoscere della nostra coscienza è stato il grande tentativo della filosofia ottocentesca. Tuttavia, per diversi motivi, secondo me non il trascendentalismo non ha funzionato del tutto. Anche in una prospettiva trascendentalista comunque, sei costretto a porre certe categorie universali e fondamentali al di sopra delle indefinite particolarità. Indipendentemente se le categorie di "somiglianza", "spazio", "tempo" sono intrinseche alla nostra coscienza o forme al di fuori di essa, queste sempre in un piano superiore e distinto stanno rispetto alle particolarità.

Come ho cercato di spiegarti prima, bisognerebbe ritornare ad un realismo, ma un realismo più maturo di quello platonico, che ridia una certà autonomia ontologica alla realtà ma che limiti "le forme essenziali" ad un numero nettamente più ristretto di predicati rispetto a ciò che intendeva Platone. La maggior parte dei particolari e universali si implicano e si escludono a vicenda. Forse possono essere considerati come "forme" indipendenti e a sè, solo quei 5-6 predicati fondamentali e inde-finibili come "tempo", "verità", "realtà", "essere" ecc...
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Vecchio 12-04-2013, 12.04.16   #16
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La mia, ceccodario, non è una soluzione trascendentalista, cioè non stò dicendo che la somiglianza o che altri universali, siano pure quelli che tu individui come fondamentali, sono modi d'intendere la realtà a cui qualsiasi conoscenza non può sfuggire (in quanto modi di una conoscenza possibile in sé). Io credo che concetti come quelli di "tempo", "verità", "realtà", "essere" ecc abbiano avuto un senso diverso nella storia e tuttora nei vari individui tale che sia impossibile ammettere una loro indipendenza dai soggetti. Certamente una situazione pragmatica ha portato quasi tutte le civiltà umane a concepire idee che si riferiscono più o meno allo stesso denotato, ma con tutta la vaghezza e mescolanza (di senso) possibile.

Del libro di Russell c'è una cosa in particolare che stò riprendendo spesso; è la teoria della conoscenza diretta e indiretta. Cioè quando nominiamo qualcosa, per non emettere solo qualche rumore, deve esserci un riferimento a ciò di cui si è avuto esperienza diretta o indiretta (dove indiretta vuol dire comunque con riferimento ai dati sensibili).
Ho trovato del buono in questa posizione perché mi pare risolvere il problema, per esempio, della cupola-sfericoquadrangolare (e mostrerò come mi sembra che ci aiuti a comprendere il problema dell'Io fenomenico e degli altri concetti puri). Cioè questa cupola è impossibile ma a noi sembra di parlarne. Io mi chiedo: noi ne parliamo davvero? Che rappresentazione abbiamo della cupola-sfericoquadrangolare? Il riferimento sarebbe rivolto ad una condizione spaziale della realtà, ma anche se sappiamo cos'è una cupola, un quadrato e una sfera, non abbiamo nessuna cognizione mentale di queste cose poste assieme, così noi non ci riferiamo veramente a questo "ente" e negandone l'esistenza noi ammettiamo che un'incognita non esiste. Altre teorie metafisiche ammetterebbero invece l'esistenza in altri mondi possibili di queste entità di cui parliamo ma che non sembrano avere senso (Quine, per esempio, parla di "un uomo grasso nel vano di una porta"); io trovo questa soluzione implausibile, perché se parliamo di qualcosa deve pur esserci un "oggetto denotato" dietro (ma non per forza nel senso di una entità a sé stante lì fuori, almeno nel senso di un riferimento a ciò che è effettivamente nella mia mente), così quei concetti che non si aggrappano a niente di concreto li trovo piuttoso spogli, senza un reale contenuto, e così pure identici nella loro impensabilità.
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Vecchio 30-04-2013, 22.15.02   #17
maral
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Originalmente inviato da jeangene
L' io è intangibile?

Se io affermo di avere esperienza e affermo anche che io non sono questa esperienza che mi investe allora chi/cosa sono?
Sono ciò di cui non posso avere esperienza in quanto soggetto a cui l' esperienza è rivolta?

Se io non sono la mia esperienza allora evidentemente non sono la realtà a me esterna (perchè ne ho esperienza),
non sono il mio corpo (perchè ne ho esperienza), non sono i miei pensieri (perchè ne ho esperienza).

Io mi percepisco nel riflesso della mia azione: quando penso, quando parlo, quando agisco.. ma io non sono quel pensiero, non sono quelle parole, non sono quella azione.

Io non riesco ad identificarmi con nulla, continuo a sfuggire ad ogni sorta di identificazione.

Chi/cosa sono? E' possibile rispondere a questa domanda?


Certo che è possibile, tu sei l'esperiente, ovvero il soggetto, l'unico vero soggetto.
Vedi che disastri procuri il pensiero oggettivo? Il soggetto svanisce dall'orizzonte e l'io non capisce più chi è.
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Vecchio 01-05-2013, 02.57.58   #18
leibnicht
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Originalmente inviato da jeangene
Si, ora il concetto mi è più chiaro, ti ringrazio!

Come affermi anche tu l' io è qualcosa di puramente formale, vuoto, inaffarrabile, intangibile o come affermano alcune culture orientali: "L' io è come una spada che non può fendere se stessa".
L' io non può oggettivarsi ed avere esperienza di sè, è assurdo.
In ogni caso l' io non può essere pensato come indipendente dall' esperienza.
Come si diceva la caratteristica principale della coscienza è l' intenzionalità, è sempre una coscienza di qualcosa, non si può considerare la coscienza come indipendente dall' esperienza.

Sì, ma tu ti riferisci a quella coscienza che ha per oggetto se stessa. Essa assomiglia alla Ragione in Habermas. Ma fuori dalle ridondanze di riferimenti, che sono inutili data la semplicità del problema, resta il punto critico.
L'Io è un'ipostasi psicologica, mentre la coscienza è un effimero antropologico. L'Autocoscienza, infine, è un assunto Idealistico. Punto.
Confondere l'Io con la coscienza o l'Autocoscienza è superficialità.
Inutile sprecare intelligenza (che rilevo) quando i concetti sono confusi.
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Vecchio 01-05-2013, 08.09.10   #19
sgiombo
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Originalmente inviato da jeangene
L' io è intangibile?

Se io affermo di avere esperienza e affermo anche che io non sono questa esperienza che mi investe allora chi/cosa sono?
Sono ciò di cui non posso avere esperienza in quanto soggetto a cui l' esperienza è rivolta?

Se io non sono la mia esperienza allora evidentemente non sono la realtà a me esterna (perchè ne ho esperienza),
non sono il mio corpo (perchè ne ho esperienza), non sono i miei pensieri (perchè ne ho esperienza).

Io mi percepisco nel riflesso della mia azione: quando penso, quando parlo, quando agisco.. ma io non sono quel pensiero, non sono quelle parole, non sono quella azione.

Io non riesco ad identificarmi con nulla, continuo a sfuggire ad ogni sorta di identificazione.

Chi/cosa sono? E' possibile rispondere a questa domanda?


Sono pienamente d' accordo con questo atteggiamento scettico, che mi sembra ineccepibile.
Se accadono sensazioni (interiori o mentali e/o esteriori o materiali), allora tutto ciò che é possibile sapere é l' accadere di queste sensazioni (che consiste ne -la sensazione de- il giudizio che queste sensazioni accadono, qualora tale sensazione -di tale giudizio- accada): “esse est percipi” (Berkeley, a proposito delle sensazioni materiali; da Hume conseguentemente esteso alla sensazioni mentali).
E se qualcosa accade anche allorché le sensazioni non accadono, allora questo “qualcosa” non si identifica con le sensazioni stesse, è da esse diverso e non conoscibile (per lo meno non al modo in cui sono conoscibili le sensazioni): non è apparire sensibile (a la Kant: fenomeni) ma cosa in sé congetturabile (a la Kant: noumeno).
Che l’ io come soggetto delle sensazioni esiste (realmente; anche allorché le sensazioni non accadono) si può solo congetturare, ipotizzare e non dimostrare logicamente né tanto meno constatare sensibilmente, in quanto non è sensazioni fenomeniche ma noumeno.
Si può congetturare un tipo di “entità noumenica” tale che ad essa (a ciascuna di esse) corrisponda un flusso di sensazioni fenomeniche coscienti, tale che allorché essa é in determinati rapporti con se stessa nel “sua” coscienza fenomenica accadano determinate sensazioni interiori o mentali e allorché è in determinati rapporti con altre, diverse entità noumeniche vi accadano determinate sensazioni materiali o esteriori; ma trattandosi di cose in sé e non di sensazioni fenomeniche, il significato di queste parole (“entità noumenica”, ”determinati rapporti fra di esse”, ecc.) è per lo meno metaforico, se non decisamente problematico: si tratta di considerazioni e pensieri sensati? Se si il loro senso non è certamente letterale, tendono semplicemente ad “adombrare” ciò di cui parlano o ad “alludervi in un qualche modo”).
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Vecchio 03-05-2013, 09.21.29   #20
jeangene
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Originalmente inviato da maral
Certo che è possibile, tu sei l'esperiente, ovvero il soggetto, l'unico vero soggetto.
Vedi che disastri procuri il pensiero oggettivo? Il soggetto svanisce dall'orizzonte e l'io non capisce più chi è.

Si, ma l' esperiente può essere tale senza esperienza?
Se io non avessi esperienza svanirei?
Io ho necessità di esperienza (che sia essa esperienza del "mondo esterno" o del mio corpo, emozioni o pensiero) nella quale riflettermi per percepirmi. Esperiente ed esperienza non sono forse complementari?

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Originalmente inviato da leibnicht
Confondere l'Io con la coscienza o l'Autocoscienza è superficialità.
Inutile sprecare intelligenza (che rilevo) quando i concetti sono confusi.

Su questo hai perfettamente ragione, putroppo confondo spesso Io, Coscienza e Autocoscienza, anzi spesso li uso come sinonimi. Purtroppo non sono un esperto di filosofia, sono un semplice "autodidatta".

Sai consigliarmi un testo o anche un sito web dove posso approfondire la differenza fra queste tre entità?

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Originalmente inviato da sgiombo
Si può congetturare un tipo di “entità noumenica” tale che ad essa (a ciascuna di esse) corrisponda un flusso di sensazioni fenomeniche coscienti, tale che allorché essa é in determinati rapporti con se stessa nel “sua” coscienza fenomenica accadano determinate sensazioni interiori o mentali e allorché è in determinati rapporti con altre, diverse entità noumeniche vi accadano determinate sensazioni materiali o esteriori; ma trattandosi di cose in sé e non di sensazioni fenomeniche, il significato di queste parole (“entità noumenica”, ”determinati rapporti fra di esse”, ecc.) è per lo meno metaforico, se non decisamente problematico: si tratta di considerazioni e pensieri sensati? Se si il loro senso non è certamente letterale, tendono semplicemente ad “adombrare” ciò di cui parlano o ad “alludervi in un qualche modo”).

Cioè semplificando intendi dire che si può congetturare una "entità noumenica" che ha esperienza di sè stessa attraverso un flusso di sensazioni fenomeniche?
Questo descriverebbe l' inscindibile rapporto fra esperiente ed esperienza?
Esperiente ed esperienza si identificano con questa "entità noumenica"?

jeangene is offline  

 



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