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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 11-10-2014, 11.31.04   #31
maral
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Riferimento: Che cose significano le parole?

Citazione:
Originalmente inviato da laryn
Per bacio intendiamo tutti quell l'atto consistente nel toccare con le labbra qualcuno/a, qualcosa. Astratta può essere l'emozione (piacere o, se vuoi, senso di disgusto) che quel bacio provoca, ma non l'atto del baciare.
Non so, ma a me pare che definire un bacio solo come un atto (tecnico) di toccare con le labbra qualcuno o qualcosa sia una definizione molto astratta del bacio, ben più astratta e fuorviante che se vi si include anche l'aspetto emotivo ed intenzionale. Ma qui entriamo nell'ambito di cosa sia la concretezza e l'astrattezza nei discorsi che facciamo che è molto complesso.
In ogni caso è vero che bacio, capriola e corsa non sono oggetti, ma azioni rappresentate da verbi opportunamente o no sostantivati, ma è proprio qui il punto: le azioni quale riferimento materiale oggettuale hanno? Quando percepisco un'azione non percepisco forse solo un modo di agire? Se il mondo è fatto solo di cose come lo sono le mele, le sedie, i tavoli, gli atomi ecc. che cosa è un modo di agire? E' ancora una cosa?
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Vecchio 11-10-2014, 12.03.37   #32
maral
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Riferimento: Che cose significano le parole?

Citazione:
Originalmente inviato da green&grey pocket
...

Perciò se bisogna riflettere sul linguaggio, bisogna anzitutto intenderlo come quel qualcosa che originariamente si da su di un mondo che fa da sfondo.

come a dire che il linguaggio non è lo strumento principe della verità, bensì anch'esso un oggetto perfettamente passibile di essere inteso prima ancora come strumento che decide il vero e falso, se esso stesso sia vero o falso..

dove il vero o falso si deduce metafisicamente tramite una forza originaria che dispone dell'uomo come artefice del linguaggio.

solo questo spiega perchè i maya e gli egizi senza mai conoscersi costruivano piramidi.
Sono sicuramente d'accordo, il linguaggio è a sua volta elemento di rappresentazione (per noi) della realtà ontologica (in sé e per sé) che precede ogni dire e in quanto rappresentazione può essere giudicato e detto (proprio come linguaggio) vero o falso. Il punto è che qui mi pare che si rischi di evocare a tale compito un meta linguaggio che a sua volta avrà bisogno di meta...meta linguaggi all'infinito magari illudendosi di averlo in un linguaggio che si auto pretende perfetto in ogni sua definizione fosse pure anche solo per volontà condivisa (o forse l'ormai definitivamente perso linguaggio che gli uomini condividevano prima della torre di Babele?).

Citazione:
solo questo spiega perchè i maya e gli egizi senza mai conoscersi costruivano piramidi.
Mentre noi costruiamo piramidi con le parole, anziché che con le pietre ed esattamente per lo stesso motivo: dare senso di rappresentazione al reale che ci comprende.

Citazione:
Come dice sempre Peirce il calcolo la produzione umana parte sempre da una matematica, cioè da una apostasi, è questa che va spiegata!
Infatti, perché detta così, non conoscendo mio malgrado Peirce, non mi è molto chiara.
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Vecchio 11-10-2014, 15.29.45   #33
Patrizia Mura
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Riferimento: Che cose significano le parole?

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Originalmente inviato da maral
Il punto che mi lascia perplesso è la subordinazione della verità alla sua peraltro auspicabile piena comprensione condivisa, al suo funzionamento in questo senso.
Ossia io mi sono limitato a dire che la verità è proprietà di contesto esemplificata dalle relazioni degli elementi che si trovano in quel contesto, ma non è detto che le relazioni siano positive, possono pure essere oppositive ed escludenti (per qualsiasi motivo lo siano) e questo non incide sulla verità in quanto tale, mentre incide di sicuro incide sulla comunicazione positiva della verità. E' insomma la comnicazione che può o meno funzionare poiché la verità implica comunque il suo poter venire fraintesa sia in buona che in mala fede e il fraintendimento voluto o no che sia è e resta comunque elemento della verità.
Il rischio che intravedo è di finalizzare totalmente la verità alla sua comunicazione di modo che verità sia solo comunicazione riuscita e allora ecco che è indispensabile che ogni significato, ogni sintassi e ogni contesto sia perfettamente predefinito secondo accordo preventivo senza alternative e così via come accade (o si vorrebbe che accadesse) nei linguaggi rigidamente specialistici.
L'interlocutore è certo un elemento relazionale del contesto, ma può benissimo essere un elemento oppositivo e la relazione sarà di opposizione e fraintendimento e va accettato come tale, come dato di verità.
Con questo è chiaro, ripeto, che è quanto mai opportuno sentirsi compresi e accettati in quanto si esprime, ma occorre accettare anche che quanto si esprime non sia compreso e accettato perché anche questo fa parte della fenomenologia della verità, è ciò che in termini di comunicazione della verità appare non funzionante e spinge auspicabilmente a un sempre miglior funzionare.


Spero di non risultare noiosa, sto cercando di capire ed anche chiarire a me stessa.


Riassumendo:


1) esiste una realtà
2) esiste una percezione di essa che è, prima di tutto individuale, cioè la realtà che e come io la percepisco, che diventa la realtà per me

- da qui eliminiamo le posizioni estreme

a) c'è chi sostiene che esiste una realtà che è tale oltre il percepito ed indipendente dal percepito
b) c'è chi sostiene che l'unica realtà è il percepito e non ne esiste realmente alcuna altra esterna a questo

e ancora in a c'è

a1) chi sostiene che si possa percepire la realtà esattamente come essa è
a2) chi sostiene che ciò non sia mai possibile e che lo scarto esisterà sempre
a3) chi sostiene che il percipiente addirittura modifica la sostanza del percepito

Noi prendiamo la via di mezzo
esiste una realtà
un percepito
e una certa percentuale di reciproca influenza in cui sia la natura della realtà modifica il percipiente sia il percipiente modifica la natura della realtà...

che se non facciamo così non ce la caviamo più

Scegliamo ciò è diciamo che questo è un già un primo piano di verità.

Per chi la pensa diversamente il suo primo piano di verità sarà costituito da altra posizione e cioè, ad esempio,

- che esiste una realtà indipendente dal percepito, ed un percepito che è verità solo per il percipiente, se ritiene che vi sia uno scarto incolmabile.

Oppure:

- che esiste una realtà e un percepito che possono giungere ad una perfetta coincidenza, se ritiene che esista questa possibilità.


In questo caso la comunicazione
è verità

- sia quando affermo che: sto comunicando il mio percepito e il mio percepito è questo
- sia quando affermo "in questo momento fino all'orizzonte a me visibile il cielo è perfettamente completamente libero da addensamenti nuvolosi" e il mio percepito è perfettamente aderente alla realtà.


E questo, ahimè, è un esempio di percezione che può essere perfettamente aderente alla realtà, può essere perfettamente comunicata in modo inequivocabile, può essere perfettamente percepita, e qualora il mio vicino la opinasse dovrei ipotizzare

- che i suoi sensi siano difettosi
- che lo siano le sue capacità di intendere il linguaggio e le parole che uso benché facciano parte della medesima dotazione di cui siamo o ci siamo stati forniti
- che sia un folle
- che abbia insondabili motivi per negare l'evidenza.


Però ci dice che una verità comunicata che sia perfettamente aderente alla realtà esiste, nonostante esistano anche evenienze per cui qualcuno possa non riuscire a condividerla o non intendere condividerla.

In pratica potrei anche dire che accanto alla verità del fatto che "fino all'orizzonte a me visibile in questo momento non siano presenti addensamenti nuvolosi" esiste un'altra verità che contemporanemanete si pone in essere, ed è quella del mio vicino che non è in grado -per i motivi x, y, o z- di confermare l'aderenza alla realtà del mio percepito e correttamente comunicato (di una delle due o di entrambe le cose).

In sostanza convivono altri piani di "verità".


2) esiste una comunicazione tramite parola e linguaggio

3) tale comunicazione - tu dici - non può comunicare la natura e l'essenza della realtà e può riguardare "sempre e solo" il percepito, in tal caso la comunicazione ne diventa una "rappresentazione"


Qui esistono ancora una volta molteplici differenti piani di verità.

a) sto realmente comunicando il mio percepito (non sto mentendo in proposito a ciò che percepisco)

b) lo sto comunicando correttamente tale valutazione dipende dai tanti fattori della comunicazione che vogliamo tenere in considerazione

ad esempio:

- sto usando un linguaggio comprensibile al mio interlocutore e condiviso da esso


c) tale corretta comunicazione

c1) giunge a buon fine
c2) non giunge a buon fine

presso questo o quell'interlocutore.


Nel caso c2) vi sarà un elenco di circostanze e criteri che possono definire le qualità di tale buon fine (ci siamo/non-siamo capiti o fraintesi o malintesi, siamo/non-siamo d'accordo, abbiamo/non-abbiamo dato luogo a un processo di conoscenza reciproca, la comunicazione è-stata/non-stata funzionale rispetto a uno scopo prefisso, gli scopi prefissi erano-diversi/coincidenti, etc.)


In tal caso i piani di verità sarebbero molteplici, e non uno solo, et persino simultaneamente, a seconda degli elementi che inserisco nel contesto di cui una certa verità diventerà proprietà e dal punto di vista in cui li guardo.

E in tal caso ancora, una comunicazione produrrebbe sempre e comunque una qualche verità che verrebbe ad emergere dalla sua analisi e valutazione.

Verità che cambierà ancora a seconda di chi svolge l'analisi, dei suoi contesti e dei suoi criteri di valutazione.


Una solo di questi elementi dunque è verità?!
Oppure -a questo punto- "qualunque di queste cose" lo è contemporaneamente?

In questo secondo caso non potrebbe essere del tutto superfluo attribuire la qualità di "verità" alle proprietà di un contesto.

Mi resta sempre il dubbio dell'interscambiabilità fra chiamarli "diversi piani di realtà" o "diversi piani di verità".

Cioè, dove e come "verità" è qualcosa di più di "realtà", in questa disamina che ho schematizzato?


Se si assume il postulato che esiste una realtà esterna a noi e da noi indipendente la percezione della quale può essere pefetta e coincidente ad essa ("fino all'orrizzonte che mi è possibile vedere il cielo in questo momento è totalmente libero da qualunque forma di addensamento nuvoloso") allora l'unica verità è in una comunicazione che si attenga esclusicamente a descrivere la realtà delle cose così come sono e chi non percepisce correttamente tale comunicazione è semplicemente impossibilitato ad entrare in contatto diretto, pieno e completo con la realtà.

Se si assume il postulato che una realtà esterna non esista o non sia mai percepibile allora qualsiasi comunicazione descrive qualcosa che riguarda solo dei percepiti, che possono essere del tutto arbitrari così come la comunicazione può addirittura mentire in merito al proprio percepito.

Se una realtà non esiste o non è percepibile correttamente, a che mi serve comunicare in merito "al perceptito individuale"?
Dato che anche la mia comunicazione diventaerà per altro niente più che il suo percepito di essa?
Patrizia Mura is offline  
Vecchio 11-10-2014, 23.46.04   #34
maral
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Riferimento: Che cose significano le parole?

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Originalmente inviato da Patrizia Mura

Mi resta sempre il dubbio dell'interscambiabilità fra chiamarli "diversi piani di realtà" o "diversi piani di verità".

Cioè, dove e come "verità" è qualcosa di più di "realtà", in questa disamina che ho schematizzato?


Se si assume il postulato che esiste una realtà esterna a noi e da noi indipendente la percezione della quale può essere pefetta e coincidente ad essa ("fino all'orrizzonte che mi è possibile vedere il cielo in questo momento è totalmente libero da qualunque forma di addensamento nuvoloso") allora l'unica verità è in una comunicazione che si attenga esclusicamente a descrivere la realtà delle cose così come sono e chi non percepisce correttamente tale comunicazione è semplicemente impossibilitato ad entrare in contatto diretto, pieno e completo con la realtà.

Se si assume il postulato che una realtà esterna non esista o non sia mai percepibile allora qualsiasi comunicazione descrive qualcosa che riguarda solo dei percepiti, che possono essere del tutto arbitrari così come la comunicazione può addirittura mentire in merito al proprio percepito.

Se una realtà non esiste o non è percepibile correttamente, a che mi serve comunicare in merito "al perceptito individuale"?
Dato che anche la mia comunicazione diventaerà per altro niente più che il suo percepito di essa?
Non mi è stato semplice seguire questa tua argomentazione in cui vengono a intersecarsi la realtà, la verità come espressione e rappresentazione della realtà e la verità come verità della comunicazione e quindi del linguaggio. C'è un reciproco implicarsi di questi piani, ma per capirli occorre sbrogliare la complessità delle interrelazioni distinguendoli tentando di non effettuare troppe riduzioni semplificatrici e non so se ne sarò capace. Parto dalle considerazioni finali sperando che mi consentano di cogliere il tema senza tradirlo.
E parto da un presupposto: la realtà è tutto ciò che c'è e dunque non ha piani, è semplicemente il puro e neutro esserci in ogni istante e in ogni luogo ove qualcosa c'è e quindi nemmeno ha contesti (ovvero è il contesto totale di ogni rappresentazione e di ogni dire, dato da una unica fenomenologia totale e completa). La realtà comprende ogni sua manifestazione che pertanto sono (ciascuna di esse presa singolarmente) reali e possono apparire vere o no. Fin qui la verità è pura espressione del reale che per esprimersi ha bisogno di una molteplicità differenziata di verità ossia per la quale questo è questo e questo non è quello, questo cielo sereno è questo cielo sereno e non questo cielo nuvoloso che è questo cielo nuvoloso; Patrizia è Patrizia e Patrizia non è Maral, A è A e A non è né B, né C, né D e così via, ma B è B, C è C e così via. Tutto questo è immediatamente vero sia fenomenologicamente che logicamente, è immediata espressione e vera del reale che trasforma l'indifferenziata e neutra unità originaria in molteplici verità che appaiono: la verità dell'essere A, quella dell'essere B, quella dell'essere C ecc. e dunque si rappresenta e si relaziona (A si relaziona con B, C ecc già semplicemente negando di essere B, C ecc. e scoprendo quanto pur tuttavia la accomuna a B, C ecc., ossia quanto di A richiami B,C ecc.). Fin qui c'è coscienza di A, B e C, ma non c'è ancora autocoscienza che appare in quanto per poter dire che A è vero, B è vero e così via c'è bisogno anche di almeno un soggetto/osservatore che lo dica (e qui nasce la prima problematica rappresentativa) e di una molteplicità di soggetti osservatori che lo confermino rafforzandolo (e qui alla problematica rappresentativa si aggiunge quella comunicativa). Tutti costoro osservatori e osservati sono veri in quanto manifestazione effettiva del reale e non c'è nessuno che possa guardare la realtà da fuori, non essendoci nulla al di fuori del reale, proprio per quello che abbiamo prima postulato, ossia che la realtà comprende tutto quello che c'è e dunque ogni cosa che c'è è vera poiché è vera manifestazione del reale. Tutti gli osservatori esprimono la verità, ma nell'ambito della loro visione parziale di verità, ossia quella visione che fa riferimento al loro particolare contesto di senso che determina e alterna sfondi e figure. Il fatto che sia la verità di una rappresentazione necessariamente parziale non toglie nulla al suo valore di verità a patto che sia riconosciuta come parziale ed è proprio tale riconoscimento di parzialità che spinge continuamente verso una totalità in cui vuole riconoscersi la realtà stessa (realtà in sé -ossia né vera né falsa- e dunque per sé . ossia realtà che si riconosce vera.). Gli osservatori sono dunque il mezzo per questo riconoscimento e per realizzarlo comunicano tra loro. ciò che sentono, ripeto, è vero, e quindi comunque correttamente percepito (anche se l'osservatore fosse folle) ed è vero proprio in quanto è verità parziale che vuole sempre essere totalità vera ma sa di non poterlo essere. Ma la comunicazione di queste verità può essere sincera o no e non è sincera quando si vuole comunicare la parzialità del proprio sentire la verità come totalità già raggiunta (e qui scatta la falsità della follia), non è vera quando l'osservatore avoca a sé stesso una posizione di supremazia (magari anche subendone la pretesa) che esige che l'altro osservatore taccia e non si dispone all'ascolto in quanto lo ritiene inutile. E' falsa per volontà di potenza che è essenzialmente volontà falsificante, ma pur tuttavia anche la volontà di potenza è vera e se l'osservatore riconosce la propria vera volontà di potenza il suo potere falsificante sarà neutralizzato.
Dunque non esiste una realtà comunicata perfettamente aderente alla realtà come unica totalità, perché dovrebbe essere la verità della totalità, ma ne esiste il bisogno continuo che si esprime in un gioco di verità parziali che ne danno infinita rappresentazione e questo gioco può comprende una vera comunicazione e veri linguaggi e dunque discorsi veri che mirano a quella completezza che non possono raggiungere ma a cui non possono fare a meno di mirare.
Il percepito individuale è vero, ma a patto che sappia del suo essere individuale a fronte di una molteplicità necessaria di diversi altri individuali modi di percepire e come tale si comunichi. Poi comunque si comunichi, anche se nella falsità delle sue pretese di potenza queste non avranno nel gioco globale alcuna rilevanza, il falso non c'è proprio in quanto falso e solo si illude e ci illude di esserci poiché il vero è necessità originaria e non possibilità.
Sperando di non aver deragliato.
maral is offline  
Vecchio 12-10-2014, 11.21.42   #35
Patrizia Mura
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Riferimento: Che cose significano le parole?

@Maral

Hai esposto e spiegato molto bene il tuo darshana (visione globale), in modo molto chiaro e ordinato e lo trovo, in sé per sé, condivisibile (qualche curiosità mi sorge - ma la riservo per poi - qualora lo si vada ad applicare alle necessarie funzionalità del vivere pratico e quotidiano).

Se lo ho ben compreso, in questo quadro, le uniche evenienze in cui ritieni di applicare l'imputazione di non-verità, cioè di falso sono queste:

- una rappresentazione è necessariamente rappresentazione di una porzione di realtà e

diventa falsa solo

1) quando non è riconosciuta come parziale
2) per volontà di potenza (anche se non ho chiaro cosa intendi esattamente per volontà di potenza)
3) quando l'osservatore avoca a sé stesso una posizione di
supremazia


Ed è a queste cose che ti riferisci quando affermi che

"La realtà comprende ogni sua manifestazione che pertanto sono (ciascuna di esse presa singolarmente) reali e possono apparire vere o no."

Sono dunque solo queste 2 o 3 (la seconda e la terza mi par che indichino la stessa cosa, ma non sono sicura).

Non riesco invece a collocare questo:

"per poter dire che A è vero, B è vero e così via c'è bisogno anche di almeno un soggetto/osservatore che lo dica (e qui nasce la prima problematica rappresentativa) e di una molteplicità di soggetti osservatori che lo confermino rafforzandolo (e qui alla problematica rappresentativa si aggiunge quella comunicativa)."

Su questa necessità di conferme all'atto pratico ho qualche dubbio.


Troverò interessante vedere poi, come, assumendo questa visione la facciamo funzionare sul piano pratico.


Ultima modifica di jeangene : 13-10-2014 alle ore 12.46.49.
Patrizia Mura is offline  
Vecchio 13-10-2014, 19.44.50   #36
Mariano
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Originalmente inviato da Patrizia Mura

Altrove è passata in sordina una osservazione che a me ha fatto piacere leggere, e cioè che

"Il significato delle parole è una convenzione ...

... che deve essere riconosciuta da entrambi gli interlocutori".

Condivido pienamente la precedente osservazione e buona parte delle riflessioni successive che ritengo possano essere sintetizzate nella considerazione che la convenzione e' basata su di un codice (vocabolario) che ha molte limitazioni rispetto al pensiero è che per tale motivo da anche significati polivalenti a molte parole che quindi assumono un significato relativo alle modalità ed alle circostanze in cui vengono usate, oltre che alla cultura di chi le usa.

Avevo scaricato solo questa considerazione,ma nel rileggere l'anteprima ho ricevuto un messaggio di errore da parte del sito: ...deve raggiungere almeno 15 caratteri.
Ho scritto un'altra frase è di nuovo nel rileggere l'anteprima ho ricevuto la stessa segnalazione di errore.
Sono andato a vedere il significato di "carattere" nell'enciclopedia Treccani: segno tracciato,... a cui si dia un significato; ..la forma delle lettere dell'alfabeto o dei segni di una scrittura...

Penso di aver ricevuto una conferma dell'esattezza dell'essere azione di Patrizia Mura e forse anche della mia considerazione.

Ultima modifica di albert : 14-10-2014 alle ore 08.44.14.
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Vecchio 14-10-2014, 09.50.08   #37
maral
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Originalmente inviato da Patrizia Mura
- una rappresentazione è necessariamente rappresentazione di una porzione di realtà e

diventa falsa solo

1) quando non è riconosciuta come parziale
2) per volontà di potenza (anche se non ho chiaro cosa intendi esattamente per volontà di potenza)
3) quando l'osservatore avoca a sé stesso una posizione di
supremazia
Queste 3 condizioni si implicano strettamente in quanto la volontà di potenza vuole che il falso sia vero e il vero falso, quindi vuole anche che il parziale (che è parziale per identità) sia totale e il parziale è il prodotto del campo di senso dell'osservatore per cui il parziale può essere creduto come totale solo se l'osservatore avoca al proprio campo di senso una supremazia totale.


Citazione:
Non riesco invece a collocare questo:

"per poter dire che A è vero, B è vero e così via c'è bisogno anche di almeno un soggetto/osservatore che lo dica (e qui nasce la prima problematica rappresentativa) e di una molteplicità di soggetti osservatori che lo confermino rafforzandolo (e qui alla problematica rappresentativa si aggiunge quella comunicativa)."

Su questa necessità di conferme all'atto pratico ho qualche dubbio.
La necessità di conferma è quella dell'io che avverte la sua parzialità e pensa di poterla superare a mezzo di un noi, ossia di una pluralità di soggetti concordi che, ad esempio adottano tutti lo stesso rigoroso metodo di osservazione, ossia la stessa prospettiva. Anche in questo caso però ad agire è sempre la volontà di potenza che appare come pretesa di supremazia di un plurale soggettivo anziché di un singolare. e il plurale soggettivo, per quanto esteso resta sempre un parziale che mentirebbe di se stesso qualora si proclamasse totale.


Citazione:
Troverò interessante vedere poi, come, assumendo questa visione la facciamo funzionare sul piano pratico.
Mi pare che le implicazioni pratiche si possano già intravedere. Il punto centrale è che la realtà può solo apparire come gioco di una molteplicità di verità e che tale gioco ha aspetti di comunicazione tra visioni parziali di soggetti. La comunicazione riuscita sarà dunque quella che sostiene il gioco rispettandone nel modo più completo possibile la verità interattiva, ossia comprendendo gli aspetti di senso e di reciproco richiamo delle verità parziali in gioco.

maral is offline  
Vecchio 14-10-2014, 20.55.30   #38
Patrizia Mura
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Maral, posso chiederti che cosa intendi esattamente con l'espressione "volontà di potenza"?

Intendi la volontà di prevaricare gli altri?

Insomma esattamente all'atto pratico e concreto, prima di tutto, e poi a livello di pensare e di sentire, potresti descrivermi cosa intendi con "volontà di potenza"?

Ho necessità di riuscire a rappresentarmi questa cosa cui ti riferisci con altre parole o immagini. Ho la sensazione di non riuscire a fare centro nel tuo intendimento e nell'oggetto che indica il tuo linguaggio.

Colpa mia, sono spesso assai amante di molti ambiti di indagine che riguardano anche la filosofia, ma non sono pratica del linguaggio specifico, quindi probabilmente io definisco la stessa cosa con altre parole, ma non riesco a fare fuoco, a dirmi una cosa del tipo "con il mio linguaggio sarebbe quello che io chiamo 'così'".
Patrizia Mura is offline  
Vecchio 14-10-2014, 22.47.56   #39
maral
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Originalmente inviato da Patrizia Mura
Maral, posso chiederti che cosa intendi esattamente con l'espressione "volontà di potenza"?

Intendi la volontà di prevaricare gli altri?

Insomma esattamente all'atto pratico e concreto, prima di tutto, e poi a livello di pensare e di sentire, potresti descrivermi cosa intendi con "volontà di potenza"?
La volontà di prevaricare gli altri è un aspetto della volontà di potenza. Ma è volontà di potenza in primo luogo la volontà di prevaricare l'identità ontologica di ogni cosa a se stessa.
Da un punto di vista più pratico la volontà di potenza si rappresenta originariamente nell'io: io voglio senza che ci siano limiti insuperabili al mio volere, qualsiasi cosa voglia.
maral is offline  
Vecchio 15-10-2014, 09.05.34   #40
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Originalmente inviato da maral
La volontà di prevaricare gli altri è un aspetto della volontà di potenza. Ma è volontà di potenza in primo luogo la volontà di prevaricare l'identità ontologica di ogni cosa a se stessa.
Da un punto di vista più pratico la volontà di potenza si rappresenta originariamente nell'io: io voglio senza che ci siano limiti insuperabili al mio volere, qualsiasi cosa voglia.

"volontà di prevaricare l'identità ontologica di ogni cosa a se stessa"

Questo non mi dice ancora nulla.

"io voglio senza che ci siano limiti insuperabili al mio volere, qualsiasi cosa voglia."

E' il c.d. "delirio di onnipotenza"? (comunemente conosciuto con questa denominazione in riferimento a Freud?).
Patrizia Mura is offline  

 



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