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Riflessioni Filosofiche   a cura di Carlo Vespa   Indice

 

O'Brien

Di Massimo Fontana - Ottobre 2015

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Premessa – Non di rado si tira in ballo la distopia di Orwell, 1984, per richiamare l’attenzione sulle condizioni di vita in un regime dispotico o per denunciare alcune anomalie nel funzionamento di una democrazia; oppure si evocano forze tramanti nell’ombra a corrompere l’ordine democratico.
Nel pensiero comune, anche grazie a film come V per vendetta di James McTeigue e fratelli Wachowski (tratto dal romanzo grafico scritto da Alan Moore e illustrato da David Lloyd), il racconto sul potere e sulla prevaricazione nei regimi totalitari continua e veicola una descrizione che non sembra essere cambiata molto negli ultimi decenni.
Mi sto riferendo all’idea che in qualche luogo occulto e in qualche modo vi sia qualcuno, o alcuni, a tirare le fila dell’ordine nazionale e mondiale, esercitando un potere esclusivo.
Vorrei iniziare con le parole di George Orwell da un breve trattato sulla libertà di stampa che in origine precedeva Animal Farm (opera che l’autore faticò non poco a pubblicare in Inghilterra).

“In questo momento il pericolo principale per la libertà di pensiero e di parola non è l'interferenza diretta del Ministero dell'informazione o di un corpo ufficiale qualsiasi. Se gli editori e i direttori di giornali fanno di tutto per sottrarre alla stampa alcuni argomenti, non è per paura di essere perseguiti, ma per timore dell'opinione pubblica (…) Il fatto sinistro per quanto riguarda la censura letteraria in Inghilterra è che essa è in larga misura volontaria. Le idee impopolari si possono mettere a tacere, e i fatti inopportuni si possono tenere all'oscuro, senza bisogno di nessun bando ufficiale”. George Orwell, La fattoria degli animali, Milano 1947, pagina 28 (Animal Farm, Londra 1945).

Ora, giacché il 1984 è passato da un pezzo e il 2015 non ha sortito regimi liberticidi in UK, possiamo intanto dire che le previsioni di 1984 e V per vendetta non si sono avverate (anche se nel caso di Orwell i regimi comunisti del Novecento hanno inverato per decenni la sua distopia).
Rimangono la proliferazione globale delle maschere di Guy Fawkes (dal film di James McTeigue) e i paralleli, forse poco fondati, tra la distopia di 1984 e quella di V per vendetta.

 

W V – Il linguaggio di V, il protagonista del film diretto da James McTeigue, si muove in rifugi sotterranei, veste di nero, capelli lunghi, mantello e indossa una maschera dal bizzarro sorriso a V stampato. Il viso riprodotto nella maschera è appunto quello di Guy Fawkes, uno degli artefici della congiura delle polveri che il 5 novembre 1605, a Londra, tentò di far esplodere la Camera dei Lord.
Il linguaggio di V è segnato da un’aura di nobiltà d’altri tempi, a volte retorico, talvolta melodrammatico. La particolare forza fisica sembra venirgli da esperimenti biologici, ai quali è sottoposto nei primi anni del regime, durante la sua prigionia (genesi che ricorda quella di alcuni supereroi Marvel).
V trama per abbattere il governo dispotico dell’Alto Cancelliere Adam Sutler, leader del partito conservatore britannico (figura abbastanza caricaturale e scontata se considerata nell’economia della narrazione).
V è mosso da una determinazione che lo distingue dal malinconico Winston di 1984, che finisce per amare il Big Brother dopo le torture subite al Ministero dell’amore. Winston non solo non ha le certezze e il coraggio di V, ma a un certo punto teme di sbagliarsi, non riesce più a distinguere bene verità e menzogna.
Per Orwell, se togli la libertà di parola, le capacità creative e l’intelligenza si inaridiscono. Nel caso di Winston chi ci prova è O’Brien, un importante funzionario del Socing, il partito al potere, che prima finge di essere dalla sua parte e poi lo fa catturare e torturare. O’Brien intende fare di più che giustiziare Winston, desidera eliminarlo fisicamente solo dopo che questi abbia accettato senza riserve di amare un’icona video, il Big Brother.
Nel totalitarismo di 1984 i prolet, coloro che vivono al di fuori delle gerarchie del partito, ai margini della società, sono una speranza per Winston; il vecchio prolet che avvicina non gli fornisce però le informazioni generali che si aspetta sul passato e sulle versioni menzognere diffuse dal partito. Quel vecchio ricorda nitidamente solo alcuni eventi particolari della propria vita.

Il vecchio prolet vive fuori dagli schemi comportamentali seguiti dai membri del partito e Winston non comprende subito il significato di una modalità di vita snobbata e disprezzata dal Socing, ancora corrispondente a qualcosa di autonomamente vissuto.
Chissà, forse attraverso Winston Orwell pensa dei pensieri non troppo diversi da quelli che qualche decennio dopo in Italia assillano Pasolini, impegnato a riconoscere nel residuo di civiltà rurale e operaia tracce di un’antica umanità, meno acculturata e segnata dal duro lavoro in fabbrica o nei campi, non ancora inglobata nel nuovo fascismo.
Certo questa è una digressione, le analisi pasoliniane sul mondo dei consumi non mi pare trovino riscontri nell’opera di Orwell… e tuttavia non voglio privarmi di questa possibilità, per riprendere ancora qualche breve tratto del pensiero di Pasolini.
Torniamo alla distopia di 1984, a Winston. Sappiamo che oltre a sconfinare temporaneamente nel mondo dei prolet, violando le oscure regole del Socing, egli riesce a procurarsi un quaderno allo scopo di annotare alcune impressioni, fornire una possibile testimonianza, una propria traccia.
Le annotazioni sgrammaticate e parziali di Winston sono una risposta alla negazione linguistica totale auspicata dal partito attraverso la neolingua, il progetto di semplificazione del linguaggio inseguito dal Socing.
Nonostante il Socing, tuttavia, in 1984 si ha l’impressione che non ci siano regole precise che proibiscano di…, i membri esterni del partito paiono quasi avvertire senza bisogno di regole il dovere di privarsi di alcuni piaceri o libertà.
L’ordine in Oceania non sembra sempre essere determinato da sequele di termini proibitivi calati dall’alto, attraverso l’autorità del partito; forse serpeggia un desiderio di conformazione al linguaggio unico che sacrifica ciò che sta nel dettaglio, nell’intuizione.
In tutto ciò, la trasgressione apparentemente innocua di Winston, procurarsi un quaderno e scrivere; un’azione discreta e priva della magniloquenza ostentata da V nel film di McTeigue.

 

Possibili neolingue

Mi sembra già utile tornare al Pasolini di Scritti corsari, là dove ricorda in Italia un fascismo che potremmo considerare dissociato dalla coscienza e uno che diremmo totale, realizzato.
Il primo è quello storico, del Ventennio di Mussolini. Questo primo fascismo lo distingui perché coloro che vi aderiscono lo fanno in modo superficiale e talvolta plateale. L’esistenza e le antiche consuetudini di ampia parte della popolazione continuano a essere quelli che erano sempre stati, soprattutto nei contesti extraurbani.
Il secondo è quello che Pasolini ritiene realizzato da e per la società dei consumi e che cancella ogni substrato culturale e tradizionale, realizzando l’uomo a una dimensione.
Il parallelo possibile è con le strategie di uniformazione della società attuate dal Socing: bipensiero e neolingua.
Il primo corrisponde al fascismo superficiale, che bisogna di un’opera di rimozione di ciò che poi realmente la persona pensa, sente; la seconda è fascismo in atto, realizzato, senza spazi vitali esterni. Meglio sarebbe dire, a questo punto, totalitarismo.
1984, il bipensiero. Al Ministero dell’Abbondanza si proclama che per l’anno in corso la produzione di scarpe è aumentata considerevolmente. Ogni ascoltatore dei proclami del partito sa di non aver ricevuto un paio di scarpe nuove da molto tempo. In casi come questi s’innesca il meccanismo del doppio pensiero: il secondo pensiero, negativo, annulla il primo e fa spazio alla nuova verità. Oppure, per i lavoratori del Ministero della Verità è necessario non solo riscrivere il passato, manipolando libri e giornali, ma anche scordarsi di averlo fatto.
Il bipensiero si manifesta alla maniera di una controllata schizofrenia autoindotta che permette al Socing di divulgare ogni sorta di menzogna, prevalentemente rettifiche di notizie di segno opposto date qualche mese o qualche giorno prima.
Oppure, assomiglia a un regolare esercizio di rimozione.
Il problema del bipensiero è che non può ancora prescindere da ciò che Orwell nel suo romanzo chiama “archelingua”, in quel caso l’inglese. La lingua d’origine permette ancora di pensare alla verità, prima che questa sia superata da un termine che la nega attraverso il bipensiero. C’è ancora la consapevolezza culturale, linguistica della menzogna e della contraddizione logica.
La libertà è schiavitù, Freedom is slavery, è un esempio di quanto sia rozza la contraddizione logica, dal momento in cui questi slogan sono ancora costretti a prendere forma in archelingua.
La strategia politica del Socing in Oceania è nebulosa, confusa, non s’intravvedono scelte amministrative pragmatiche, mirate a risolvere singoli problemi, ma solo semplificazioni brutali e demagogiche. Quasi come non vi fosse alcun governo o, nel caso ne agisse uno, come fosse privo di direzioni e pronto a virare indifferentemente in una direzione o nell’altra.

“Noi ci permettiamo il lusso di essere aristocratici e democratici; conservatori e progressisti; reazionari e rivoluzionari; legalitari e illegalitari, a seconda delle circostanze di tempo, di luogo, di ambiente, in una parola di “storia”, nelle quali siamo costretti a vivere e a agire”. Benito Mussolini, Il popolo d’Italia, 23 marzo 1921.

Gli annunci del Socing paiono costruiti, più che per manipolare l’opinione pubblica in vista di un fine concreto, per stregarla e assecondarla. La vacuità delle scelte di governo sono compensate dalla proposizione di slogan che sembrano bastare a se stessi e soddisfare un bisogno di rassicurazione.
Il passo successivo deve essere quello della modificazione del linguaggio. Un linguaggio nuovo, semplificato, che non permetta più di esprimersi tentando di dare corpo a un concetto come “verità” e che metta al riparo dall’artificio di doverla in un secondo momento negare.
Se ci riferiamo al caso della produzione di scarpe prima ricordato, occorre togliere dal vocabolario il termine “menzogna” per evitare di poter anche solo pensare che questa sia praticabile dal Partito. Se il Socing sostiene che la produzione di scarpe aumenta, aumenta. Vengono tolti dal vocabolario i termini che permettono di riferirsi al concetto di menzogna, di inganno, di contraffazione, che smettono di essere dicibili e dunque pensabili.
Un concetto come libertà, come ricorda lo stesso autore in I principi della neolingua, potrà essere usato solo in funzione di frasi quali “Questo cane è libero da pulci”, ma non in sé, a indicare un concetto complesso e pericoloso come quello di “libertà” (ancora in uso con il bipensiero, come si è visto con lo slogan Freedom is slavery).
Mentre il bipensiero consiste nella menzogna elevata a legge, alla negazione della ragione, la neolingua introduce la verità a portata di mano e la possibilità di superare anche la tecnica del bipensiero. Non c’è più la necessità di eliminare un certo pensiero, perché questo, tramite il toglimento del termine che lo tiene in vita, viene meno.
Essere contro il Socing non è più possibile perché ciò che non è dicibile smette di essere pensabile. La neolingua è una lingua totale, un linguaggio ripulito da ogni particolarità e da ogni termine “non indispensabile” al funzionamento di una società come quella dell’Oceania.
C’è un vocabolario che va progressivamente assottigliandosi e semplificandosi e c’è da capire se quest’eclissi di parole non sia riconducibile a un oblio rassicurante più assecondato che temuto.
Nell’appendice a 1984, I principi della neolingua, Orwell ricorda come sia prerogativa d’ogni regime autoritario esprimere un vocabolario costruito su neologismi nati da abbreviazioni di termini in uso come Nazi, Gestapo, Agitprop, parole che ricordano quelle in uso in 1984, come Minipax, Miniabb, Miniamor, Miniver.

"‘Il linguaggio burocratico è la mia unica lingua’ (sostiene Eichmann) il fatto è però che il gergo burocratico era la sua lingua perché egli era veramente incapace di pronunciare frasi che non fossero cliché”. Hannah Arendt, La banalità del male, Milano, 1964 (Eichmann in Jerusalem, 1963): pag. 56.

In secondo piano, ma forse non meno rilevante. In 1984 ci sono i "versificatori", compositori di canzoncine vagamente patriottiche e innocue, tristemente automatiche e dai termini semplici e rassicuranti. L'attività dei versificatori va di pari passo con quella degli adattatori dei testi classici ai termini della neolingua.

 

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