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Vecchio 18-10-2007, 16.29.39   #1
spirito!libero
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Il Paradiso non c'è Ma siamo destinati alla felicità

Vorrei condividere con voi questo articolo sul nuovo lavoro di Severino, cosa ne pensate ?


Il Paradiso non c'è
Ma siamo destinati alla felicità.

Emanuele Severino disegna uno scenario ultraterreno alternativo a ogni fede


Luca Signorelli (1455-1523), «La chiamata degli eletti», particolare degli affreschi nella cappella di San Brizio nel Duomo di Oriveto
Che cosa angoscia l'uomo da sempre? La risposta è semplice: la morte. Lo sapevano già egizi, babilonesi ed ebrei, lo compresero magnificamente i greci, a Roma Lucrezio spiegò le conseguenze mondane e religiose di questa paura. Ma forse tali caratteristiche le ebbe (le ha) quella morte che non lascia una possibilità di salvezza. Il nulla che ci avvolge, per dirla in parole semplici. Giacché siamo fatti della stessa sostanza di cui sono composti i sogni, e la nostra breve vita è circondata dal sonno: così, almeno, scrisse ne La Tempesta il sommo Shakespeare.

Emanuele Severino ha mostrato in Gloria (Adelphi, 2001) come la salvezza da questo concreto nulla non sia una semplice possibilità ma una vera e propria necessità, perché «l'uomo è atteso dalla terra che salva». In altri termini, anche se non lo sa o non se ne accorge o non ci crede, ognuno di noi è in cammino verso un immenso che non immagina. E ora il discorso, che si dipana attraverso scenari a dir poco sconvolgenti, è affrontato da Severino in un'altra opera, che esce in questi giorni e alla quale ha lavorato negli ultimi anni: Oltrepassare (Adelphi). In essa un messaggio forte e sintetico colpisce il lettore: noi siamo destinati alla felicità, per necessità e non come premio. E la vita eterna non è quella di cui parlano le religioni. Per talune tematiche il libro è, rispetto a Gloria, «rischiaramento e sviluppo», il medesimo autore lo considera come la seconda parte e la naturale conclusione (p. 30); tuttavia in questa nuova opera si mostra come «la terra che salva» sia «infinitamente più ampia, cioè più salvatrice».

Non soltanto: in Oltrepassare il senso autentico del divenire rivela una «complessità che in Gloria non viene ancora indicata». Insomma, pagine ricchissime di spunti, da meditare, che portano alle estreme conclusioni quel discorso che il maestro italiano avviò nel 1958 con La struttura originaria. Severino ha filosofato partendo dalle istanze iniziali del pensiero occidentale e ha sempre tenuto presente il principio di non contraddizione insegnato da Aristotele. Anzi, egli ha via via indicato i punti deboli di molti edifici abitati dal nostro sapere. In un colloquio ci ha fatto notare che all'alba della sapienza greca si è cercato un linguaggio che non potesse essere smentito né dagli uomini né dagli dei, meno che mai da variazioni epocali o catastrofi o da qualsiasi innovazione dell'anima. Eraclito di Efeso, sei secoli prima della nostra era, raccomandava di non ascoltare lui ma il Logos, vale a dire qualcosa da cercarsi oltre le opinioni. Severino ha sempre percorso tale via sino a giungere a Oltrepassare: con questa opera apre scenari che parlano di «attesa e gloria della gioia», invitando il lettore in quella costellazione dove «l'essenza dell'uomo, che ora è contesa dal destino e dalla terra morta, è destinata alla più ampia arcata d'immenso».

La domanda che ha accompagnato la sua instancabile ricerca — che cosa si apre al di là della contraddizione? — ora trova requie in una risposta che si confonde con il nostro sorriso. Detto in soldoni, a noi sembra che il messaggio di Oltrepassare sia la conferma per il pensiero di Severino che «l'estrema delle follie», vale a dire la persuasione che le cose e l'uomo «sporgano provvisoriamente dal nulla», rappresenti il più terribile degli equivoci. Ci confida: «La gran ventura è rendersi conto che c'è un sapere non smentibile, più radicale di quello scientifico, che afferma l'eternità di ogni cosa, situazione, stato del mondo». Tale sapere è il «destino». Qualcuno ha trovato una corrispondenza tra codesti temi e la teoria della relatività, per la quale tutte le cose— le passate e le future, non meno delle presenti— sono fotogrammi che esistono già, eterni, prima dello loro proiezione. Ma questa metafora deve essere abbandonata, giacché ci può aiutare ma non ci consente di entrare nell'ultima fase rappresentata in Oltrepassare. Si può essere d'accordo o no con Severino, comunque gli va riconosciuta una coerenza estrema nel linguaggio e nel metodo.

Gli abbiamo chiesto di sintetizzare il suo percorso, in modo da offrirlo senza equivoci al lettore. Ha risposto: «Ne La Gloria si mostra che l'ombra della Notte, cioè della follia, da cui "il destino" è nascosto, è qualcosa che tramonterà ed è necessariamente "oltrepassata": con essa finiranno anche le opere, le civiltà e le epoche ad essa appartenenti. Si fa innanzi il Giorno che salva dalla Notte. In Oltrepassare si mostra che il Giorno è lo stesso apparire in noi della totalità infinita e concreta dell'essere ». Parlare con Severino è una continua sorpresa. Mentre risponde, alcune sue frasi si ficcano come spilli nella memoria. Inoltre Oltrepassare conduce in scenari a dir poco affascinanti, per i quali vale la seguente regola: «Il linguaggio che testimonia il destino della verità indica qualcosa che sta al di là di ogni sapienza dei mortali». Attraverso queste pagine si comprende come «il cambiamento — il divenire — non può essere la creazione e l'annientamento delle cose, che sono eterne »; anzi ogni mutare si dovrebbe intendere come «il sopraggiungere mai compiuto degli eterni nell'eterna luce dell'uomo».

Di più, ribadisce nel nostro colloquio, sillabando: «Nel sopraggiungere gli eterni sono oltrepassati e insieme totalmente conservati. Tutta questa nostra vita è destinata a essere oltrepassata e conservata in ognuno di noi». Chi scrive, più semplicemente, rivede in Oltrepassare un foglietto volante inserito nella dispensa dell'Università Cattolica di Ritornare a Parmenide. In esso le ultime righe — che poi non saranno riprese ne L'essenza del nichilismo — recitavano: «Tutte le vite che vivo, le vivo eternamente; tutto ciò che ho deciso o decido, l'ho già eternamente deciso...». Ora ci accorgiamo che quelle parole erano l'inizio di un'odissea alla ricerca di quanto si svela in questo ultimo libro, nel quale, tra l'altro, Severino affronta il tema dello «smembramento del Dio», atto essenziale perché «se ne mangino le carni e se ne beva il sangue». Ma qui il discorso si fa ampio: occorre evocare il mito, comprendere la violenza e l'isolamento delle cose, il loro divenire altro. Accanto a questi e a ulteriori scenari, troverete alcune commoventi riflessioni sulla nostra fine. Con una conclusione che in molti giudicheranno paradossale: la morte, così come la intendiamo, non esiste. Ma non si tratta di un'affermazione assurda, se vista nella luce che si apre dopo il tramonto della follia attuale dell'uomo. Emanuele Severino

Armando Torno
18 ottobre 2007

fonte:corriere.it
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Vecchio 19-10-2007, 06.35.42   #2
epicurus
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Originalmente inviato da spirito!libero
Vorrei condividere con voi questo articolo sul nuovo lavoro di Severino, cosa ne pensate ?

Non conosco il contenuto del nuovo lavoro di Severino, se non da quel poco che si capisce dal testo dell'articolo che ci hai incollato.

Non ti so dire molto quindi, anche se in generale 'non capisco' Severino, cioè fa un 'genere' di filosofia un po' fuori dai miei canoni. Comunque aspetto che il discorso entri nel maggior dettaglio, per postare eventualmente dei veri e propri commenti. Magari Maxim (che so essere un severiniano, se non sbaglio ) ci può dire qualcosa di più.

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Vecchio 19-10-2007, 11.53.43   #3
maxim
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Originalmente inviato da epicurus
Non conosco il contenuto del nuovo lavoro di Severino, se non da quel poco che si capisce dal testo dell'articolo che ci hai incollato.

Non ti so dire molto quindi, anche se in generale 'non capisco' Severino, cioè fa un 'genere' di filosofia un po' fuori dai miei canoni. Comunque aspetto che il discorso entri nel maggior dettaglio, per postare eventualmente dei veri e propri commenti. Magari Maxim (che so essere un severiniano, se non sbaglio ) ci può dire qualcosa di più.


E’ pienamente comprensibile che un uomo di scienza come te non valorizzi appieno il pensiero severiniano.

Non ho ancora letto il libro però non mancherò di farlo, postando in questa discussione le eventuali critiche. Severino ho avuto modo di seguirlo anche personalmente. Nell’ultimo suo dibattito disquisiva sull’embrione e chi ha avuto modo di ascoltarlo in qualche discussione avrà saputo senz’altro cogliere il fluire penetrante della sua filosofia ricca di argomentazioni. Severino parte sempre da molto lontano in qualsiasi sua discussione e verrebbe quasi da chiedersi…me che c’entra questo?...in realtà l’esperienza e la bravura dell’uomo rafforzano il suo pensiero e rendono estremamente piacevoli, e convincenti, le sue argomentazioni.
Nella sua metafisica Severino pare quasi aver “inventato” un nuovo tipo di spiritualità che vede nell’osservazione degli eventi naturali l’eternità della vita dell’uomo. Attraverso questa visione (emblematiche le sue spiegazioni con la legna e la cenere), l’uomo non abbisognerebbe di alcuna religione tradizionale.
Siccome la critica è l’anima di qualsiasi dibattito, non mi astengo, ora, dall’esprimere qualche perplessità sull’ultimo Severino. Molti filosofi, sul far degli anni, hanno affinato le loro idee metafisiche cercando di trarre delle conclusioni quasi a voler portare velocemente a compimento il loro lavoro di domande. Perfette le osservazioni che portano a speculazioni che offrono la possibilità di ulteriori domande, lasciando sempre aperta la porta del dubbio…quando però si vuole perfezionare ulteriormente la risposta è possibile che le relative conclusioni diventino difficilmente argomentabili e quindi credibili.
Mi riservo una miglior risposta nel momento in cui avrò letto l’ultima sua opera.

maxim is offline  
Vecchio 19-10-2007, 14.59.38   #4
spirito!libero
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Originalmente inviato da maxim
E’ pienamente comprensibile che un uomo di scienza come te non valorizzi appieno il pensiero severiniano.

Non ho ancora letto il libro però non mancherò di farlo, postando in questa discussione le eventuali critiche. Severino ho avuto modo di seguirlo anche personalmente. Nell’ultimo suo dibattito disquisiva sull’embrione e chi ha avuto modo di ascoltarlo in qualche discussione avrà saputo senz’altro cogliere il fluire penetrante della sua filosofia ricca di argomentazioni. Severino parte sempre da molto lontano in qualsiasi sua discussione e verrebbe quasi da chiedersi…me che c’entra questo?...in realtà l’esperienza e la bravura dell’uomo rafforzano il suo pensiero e rendono estremamente piacevoli, e convincenti, le sue argomentazioni.
Nella sua metafisica Severino pare quasi aver “inventato” un nuovo tipo di spiritualità che vede nell’osservazione degli eventi naturali l’eternità della vita dell’uomo. Attraverso questa visione (emblematiche le sue spiegazioni con la legna e la cenere), l’uomo non abbisognerebbe di alcuna religione tradizionale.
Siccome la critica è l’anima di qualsiasi dibattito, non mi astengo, ora, dall’esprimere qualche perplessità sull’ultimo Severino. Molti filosofi, sul far degli anni, hanno affinato le loro idee metafisiche cercando di trarre delle conclusioni quasi a voler portare velocemente a compimento il loro lavoro di domande. Perfette le osservazioni che portano a speculazioni che offrono la possibilità di ulteriori domande, lasciando sempre aperta la porta del dubbio…quando però si vuole perfezionare ulteriormente la risposta è possibile che le relative conclusioni diventino difficilmente argomentabili e quindi credibili.
Mi riservo una miglior risposta nel momento in cui avrò letto l’ultima sua opera.



Il mio problema con Severino è che non ho mai capito due cose:

a) come giustifichi ciò che osserviamo continuamente: il mutamento, il cambiamento, il divenire

b) se ritiene che vi sarà una coscienza dopo la morte.

Per il punto b) non ho mai trovato una sua riflessione in merito, invece per il punto a) so che lo ha liquidato dicendo che è "un'illusione", egli infatti ritiene che non esiste il cambiamento, il divenire. Non ho capito se, per Severino, l'Andrea che ha iniziato a scrivere questo post è il medesimo di quello che sta scrivendo "questa" parola e se si, come conciliarlo con il cambiamento, se no, allora il vecchio Andrea che fine ha fatto ? E l'Andrea dopo morto cosa/dove sarà ?

Saluti
Andrea (quello vivo )
spirito!libero is offline  
Vecchio 19-10-2007, 15.38.11   #5
Marius
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Originalmente inviato da spirito!libero
b) se ritiene che vi sarà una coscienza dopo la morte.


La risposta a questa domanda (di Severino o meno) interessa molto anche me....
Marius is offline  
Vecchio 19-10-2007, 18.42.00   #6
Marius
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Originalmente inviato da spirito!libero
l'Andrea che ha iniziato a scrivere questo post è il medesimo di quello che sta scrivendo "questa" parola e se si, come conciliarlo con il cambiamento, se no, allora il vecchio Andrea che fine ha fatto ? E l'Andrea dopo morto cosa/dove sarà ?

Saluti
Andrea (quello vivo )

C............Questa domanda me la sono sempre posta anche io.......

Un'ipotesi potrebbe essere che la memoria funga da "collante" della propria
identità nel divenire.....

Il problema è che molti episodi o periodi passati della mia vita io non li ricordo
più (eppure sono ancora relativamente giovane ).
Anzi mi sembra di pensare a un'altra persona.....

Tuttavia sono sempre io che ho vissuto quelle esperienze.....

Il collante, allora, qual'è ?

Ci può essere un io consapevole "immutato e immutabile" momentaneamente e inconsapevolmente alla guida di un organo, il cervello, soggetto a nascita, evoluzione e morte ?

Un pilota alla guida di una macchina di cui può anche perdere il controllo ?
Marius is offline  
Vecchio 20-10-2007, 06.35.14   #7
emmeci
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Un solo commento a questo messaggio dall'aldilà e a coloro che con passione lo recepiscono: onnipotenza del desiderio!
emmeci is offline  
Vecchio 20-10-2007, 11.47.33   #8
Marius
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Un solo commento a questo messaggio dall'aldilà e a coloro che con passione lo recepiscono: onnipotenza del desiderio!

Lo ritrovo in "Illusioni" di Richard Bach........
Marius is offline  
Vecchio 20-10-2007, 15.30.08   #9
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Caro Marius, chi ha vissuto sa che la felicità c’è solo quando non c’è ancora o quando non c’è più. E’ come l’attimo del presente, divorato fra passato e avvenire, forse perché è un sogno della giovinezza, forse perché è la smorfia della follia, forse perché assomiglia a una bellissima etera: augurandovi, amici-filosofi, che se la conoscete davvero, riusciate a trattenerla almeno fino a sera presso di voi.
emmeci is offline  
Vecchio 22-10-2007, 11.01.44   #10
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Il mio problema con Severino è che non ho mai capito due cose:

a) come giustifichi ciò che osserviamo continuamente: il mutamento, il cambiamento, il divenire

b) se ritiene che vi sarà una coscienza dopo la morte.

Per il punto b) non ho mai trovato una sua riflessione in merito, invece per il punto a) so che lo ha liquidato dicendo che è "un'illusione", egli infatti ritiene che non esiste il cambiamento, il divenire. Non ho capito se, per Severino, l'Andrea che ha iniziato a scrivere questo post è il medesimo di quello che sta scrivendo "questa" parola e se si, come conciliarlo con il cambiamento, se no, allora il vecchio Andrea che fine ha fatto ? E l'Andrea dopo morto cosa/dove sarà ?

Saluti
Andrea (quello vivo )

Non è semplice esprimere in un solo post il pensiero di Severino che a volte risulta veramente complicato soprattutto nelle sue forme “matematiche” ovverosia nel tentativo di descriverlo in formule.
Pur partendo da presupposti semplici e tenendo sempre in primo piano il principio di non contraddizione, Severino sviluppa una visione basata sul fatto che la coscienza di sé e la vita in generale è un’esperienza di questo mondo e dall’osservazione dei fenomeni è possibile comprendere il “sarà”.
La follia dell’occidente è l’ostinarsi a credere nella distruzione delle cose e al nulla che ovviamente per Severino non è! Nei molti esempi a supporto delle sue argomentazioni le più convincenti si riferiscono al sole che tramonta ma non si distrugge e che quindi non si ricrea il giorno dopo oppure della legna che una volta bruciata diventa cenere. Il credere che la legna non ci sia più risponde alla visione che le cose possano distruggersi pertanto, anche per quanto concerne la coscienza, essa subirà solo l’eclissamento dalla dimensione umana. La coscienza di Andrea sarà destinata a vincere l’isolamento terreno e quindi a superare il dolore. Oltre la temporalità delle cose in cui c’è un susseguirsi di accadimenti, la coscienza sarà destinata a sperimentare contemporaneamente l’istante e l’istante emotivo superando il dolore che derivava dall’isolamento dei due stati.

L’ultimo scettico maxim direbbe…una gran bella soddisfazione no?

maxim is offline  

 



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