Forum di Riflessioni.it
WWW.RIFLESSIONI.IT

ATTENZIONE: Questo forum è in modalità solo lettura
Nuovo forum di Riflessioni.it >>> LOGOS

Torna indietro   Forum di Riflessioni.it > Forum > Filosofia

Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
>>> Sezione attiva sul forum LOGOS: Tematiche Filosofiche

Vecchio 30-01-2011, 14.24.33   #21
Giorgiosan
Ospite abituale
 
Data registrazione: 30-09-2004
Messaggi: 2,009
Riferimento: Serve il dolore?

In principio c'era un assioma:

risus abundat in ore stultorum.

E fu il dolore perchè gli esseri umani non diventassero troppo stupidi.

Volevo mettere una "faccina" ridente... ma poi mi sono reso conto che era fuori luogo.
Giorgiosan is offline  
Vecchio 30-01-2011, 14.39.39   #22
ulysse
Ospite abituale
 
L'avatar di ulysse
 
Data registrazione: 21-02-2008
Messaggi: 1,363
Riferimento: Serve il dolore?

Citazione:
Originalmente inviato da senzanome
Personalità empirica, Franco Battiato

...E poi le pene che sorpassano la gioia di vivere
Coi dispiaceri che ci porta l’esistente
Ti viene voglia di cercare spazi sconosciuti
Per allenare la tua mente a nuovi stati di coscienza
...


Per me il dolore è quanto detto sopra.
"Serve" (non mi piace il termine, poiché non è corretto) per cercare nuovi spazi sconosciuti, spazi di piacere.
Però bisogna viverselo il dolore e non fuggirlo altrimenti si fugge anche il piacere.
Bella la canzone di Battiato! Credo che compaia anche nelle antologie scolastiche in luogo delle antiche poesie di Carducci o Leopardi...ecc....
Ad una tale espressione, affascinante e coinvolgente ci si puo' lasciare andare un pò romanticamente...ed anche ognuno ha una propria visione...ma è un significante riduttivo e non esclusivo..
nella pratica ci sono molti modi migliori e piu' efficaci per sperimentare nuovi stati di coscienza oltre al dolore...a meno che uno non sia masochista...o non preferisca lasciarsi rosolare al sole!

Non essendo leopardiano nemmeno vedo una correlazione fra piacere e dolore...nel senso che il piacere consiterebbe solo nell'assenza del dolore...sarebbe ben triste.
Che poi occorra vivere il dolore per non lasciarsi sfuggire il piacere ...avrei i miei dubbi.

Non mi pare necessario, infatti, sperimentare il dolore per gustare il piacere e la felicità o anche per trarne nuova energia...anzi spesso il dolore, specie quello psichico, e tanto piu se persistente, intristisce e deprime e difficilmente puoi più riaverti.
In proposito, a scusante di una persona intristita, esiste l'espressione: ne ha passate tante!

Certo che dopo uno scampato pericolo puoi sentirti felice ed euforico...ma non passa molto che, ripensandoci, ti viene la tremarella: molti non risalgono piu a cavallo dopo la caduta...se non hanno l'avvertenza di risalirci subito.
Quindi non è ildoloro che suscita energia, ma il riuscire a reagire...ed anche questo non senpre capita.

E' vero che si dice anche che il dolore ti tempra, ma credo che molto piu' efficace, per la nostra formazione e capacità di resistere ai colpi di fortuna sia il perseguire e realizzare esperienze positive fin da subito: sono queste sperimentazioni che incentivano l'enegia all'intraperende, portano all'ottimismo, al superamento facile dei problemi ed al piacere di vivere.

In definitiva, e mi scuso per la ripetizione, il vantaggio e l'esigenza della sensibilità al dolore non è tanto nel dolore in sè quanto nella capacità potenziale di percepirlo: evolutivamente e biologicamente abbiamo acquisito questa capacità di percezione a costituire campanello di allarme a segnalere che da qualche parte, che il dolore percepito identifica, del nostro essere psicofisico c'è qualcosa che non và...per ragioni intrinseche o estrinseche che siano: ricevuti i segnali ...in retroazione occorre riparare i danni...e l'evoluzione ha favorito e favorisce chi lo ha fatto e lo fa. Se il segnale non c'è...nemmeno la retroazione c'è...e non finisce bene.

Se il segnale non cè non è detto che tu sia morto, ma può essere che il tauma o lo stress sono tanto forti che il cervello li reprime oppure puo' esserci un difetto neurologico nella percezione, nella trasmissione od eleborazione del segnale.

Per metafora e non diversamente, una volta sfuggita la tempesta, il capitano, felice che la nave abbia resistito e di averla scampata (ma ne faceva volentieri a meno dela tempesta) ordina ai capi sezione (nostromo, direttore macchine, ecc... di rilevare e comunicare i danni e predispone i mezzi per intevenire e riparare...essenziale per proseguire il viaggio o rientrare in porto.

Questo in teoria!

In pratica puo' anche accadere che soprassediamo e resistiamo al dolore o alla sofferenza...non ripariamo...ma tanto adesso passa...e a volte anche passa, ....ma a volte anche interveniamo troppo tardi: è un equilibrio difficile da perseguire!...piu' difficile del piacere che ne puo' risultare.


P.S..
Per esperienza personale, se fosse un dente che fa male, consiglierei di consultare subito il dentista...la carie non puo' che procedere...e peggiorare... al limite si arriverebbe all'estrazione.
ciaociaio

Ultima modifica di ulysse : 31-01-2011 alle ore 13.48.38.
ulysse is offline  
Vecchio 30-01-2011, 21.33.10   #23
linus
Ospite
 
Data registrazione: 08-11-2006
Messaggi: 8
Riferimento: Serve il dolore?

Citazione:
Originalmente inviato da emmeci
Risponde sì il religioso, il filosofo, Il medico......O una vita senza dolore sarebbe veramente una vita felice, ...?

domanda inutile.

Il dolore e' un sintomo fisiologico, che serve ad avvertire il corpo e la mente che qualcosa non per il verso giusto, e prendere provvedimenti.

Che poi, per risolvere il problema, ci si rivolga al sacerdote, al filosofo, al mago al medico o al bonzo....dipende solamente dal tipo di cutura di cui siamo infarciti.

Il dolore c'e', ed e' ineluttabile perche relativo all nostra corporeita'. Chi non prova dolore e' perche' e' gia' morto, e magari non lo sa ancora.
linus is offline  
Vecchio 30-01-2011, 23.39.31   #24
CVC
Ospite abituale
 
Data registrazione: 30-01-2011
Messaggi: 747
Riferimento: Serve il dolore?

Il dolore serve solo a partire dal momento in cui si riesce a trasformarlo in energia.
Ciò avviene quando si riesce ad attribuire un significato alla sofferenza, cosa imprescindibile, in quanto l'uomo
può sopravvivere in assenza di soddisfazione ma non può tollerare un'esistenza senza significato.
Quando l'uomo trova significato e quindi consolazione alla propria sofferenza, non c'è praticamente limite al dolore
che può sopportare. Da quel momento in poi il dolore si trasforma in spirito, dallo spirito nasce la volontà e
spirito e volontà insieme costituiscono un meccanismo in cui si alimentano e sostengono a vicenda.
Se la coscienza è ciò ci permette di orientare noi stessi nel tempo e nello spazio, se la presa di coscienza
nasce dal disadattamento, se esiste una sorta di equazione per cui disadattamento è sofferenza e la sofferenza
è disadattamento, allora si potrebbe presumere che sia proprio il dolore ciò che serve a tenere vivi spirito
e volontà ed a orientare il nostro ragionamento nell'esistenza che, altrimenti, sarebbe un qualcosa di estraneo
all'adattamento. L'uomo s'impegna quotidianamente nella lotta per l'adattamento e l'adattamento può essere solo
una conquista momentanea e mai definitiva.
Questo è il mio modo di spiegare l'adattamento nell'esistenza: il dolore tramite il significato diventa spirito,
lo spirito alimenta la volontà, quindi spirito e volontà si sostengono a vicenda fino ad arrivare all'adattamento,
quindi ancora dolore=disadattamento, quindi altra ricerca di significato e così via.
CVC is offline  
Vecchio 31-01-2011, 14.07.43   #25
ulysse
Ospite abituale
 
L'avatar di ulysse
 
Data registrazione: 21-02-2008
Messaggi: 1,363
Riferimento: Serve il dolore?

Citazione:
Originalmente inviato da linus
domanda inutile.

Il dolore e' un sintomo fisiologico, che serve ad avvertire il corpo e la mente che qualcosa non per il verso giusto, e prendere provvedimenti.

Che poi, per risolvere il problema, ci si rivolga al sacerdote, al filosofo, al mago al medico o al bonzo....dipende solamente dal tipo di cultura di cui siamo infarciti.
Effettivamente anche a me la domanda sembra inutile: ovvio che percepire un dolore serve...per quanto non sia una necessità il dolore medesimo.
Mi sono dilungato sull'argomento nei post precedenti perchè mi è parso che piu' che una capacità o carattere fisiologico di cui il processo evolutivo ci ha dotati per la sopravvivenza...il dolore venga considerato come una entità a sè (analogamente al male o al bene...che non sono affatto entità autonome) di cui il Padreterno ci avrebbe caricato e a cui ci avrebbe condannati.
Per chi persegue o dubita su idee di questo genere la domanda non appare inutile.
Citazione:
Il dolore c'e', ed e' ineluttabile perche relativo all nostra corporeita'. Chi non prova dolore e' perche' e' gia' morto, e magari non lo sa ancora.
Ma il dolore non è affatto ineluttabile se non ci capita un qualche accidente... ed anche non è necessario essere morti per non provare dolore: basta uno specifico difetto al sistema neurologico.
Chi avesse un difetto del genere, che gli inibisce la sensibilità al dolore, dovrebbe essere protetto da tutto.
ulysse is offline  
Vecchio 31-01-2011, 20.43.27   #26
ulysse
Ospite abituale
 
L'avatar di ulysse
 
Data registrazione: 21-02-2008
Messaggi: 1,363
Riferimento: Serve il dolore?

SENSO DELLA VITA
Stralcio dalla intervista ad Enrico Cheli, del gennaio 2011 - https://www.riflessioni.it/senso-dell...rico-cheli.htm

3) Come spiega l’esistenza della sofferenza in ogni sua forma?
<<Molti credono che la sofferenza ce l’abbia inviata il Padreterno per punirci della nostra disobbedienza nei giardini dell'Eden, ma in realtà essa non è affatto una punizione, ma semmai un dono, la cui funzione è di avvertirci che qualcosa non va e consentirci di fare qualcosa prima che le cose peggiorino. Se metto inavvertitamente un dito su una pentola bollente, avvertirò dolore, che mi farà immediatamente ritirare la mano salvandola così da danni ben più gravi.
Analogamente, se avverto una sofferenza emozionale, come ad esempio quella di ricevere una offesa da qualcuno, posso evitare di frequentare oltre quella persona oppure chiedermi se per caso qualcosa che ho detto o ho fatto abbia causato la sua reazione. Se poi il dolore è di tipo esistenziale – una insoddisfazione o amarezza per il tipo di vita o di lavoro che si conduce – esso mi permette di correre ai ripari e dare una svolta alla mia vita prima che sia troppo tardi. Così come una spia rossa che si accende sul cruscotto della nostra autovettura ci invita a portare quanto prima l’auto da un meccanico che possa capire il guasto e ripararlo, la sofferenza – fisica, emozionale o esistenziale - ci invita a fare un esame interiore per capire che cos'è che non va, magari anche chiedendo aiuto a un amico, a un counselor, o a una guida spirituale.

Se ci fermiamo subito i guai saranno contenuti, mentre se aspettiamo troppo sarà poi più difficile e doloroso risolvere il problema.

Il punto problematico a mio avviso non è dunque la sofferenza, ma la sofferenza protratta, la sofferenza che non avvertiamo in tempo o di cui non comprendiamo il messaggio. Il protrarsi della sofferenza può dipendere da vari fattori, ad esempio ce ne rendiamo contro troppo tardi perché il nostro sentire non è abbastanza aperto. Altre volte non comprendiamo il segnale a causa della nostra ignoranza o dell'interferenza prodotta da credenze erronee: è il caso di quelle persone che, pur vivendo una relazione sentimentale ormai finita o irrimediabilmente conflittuale, evitano di separarsi per non contravvenire alle loro credenze religiose o per l’idea che prima o poi le cose si aggiustino da sole come per magia.

Così come il dolore ha lo scopo di segnalare che stiamo sbagliando qualcosa, che la strada intrapresa non è positiva per noi, il piacere ha - o dovrebbe avere - la funzione inversa, cioè di confermare e rinforzare determinati comportamenti, scelte, pensieri che vanno bene per noi.

Purtroppo, anche il piacere è stato fortemente travisato, e si è persa la sua preziosa valenza di orientamento, tant’è che le persone raramente sanno seguirne le benefiche indicazioni, e anzi in molti casi le rifuggono come malvage.
Tra i responsabili di tale travisamento vi sono senz’altro le religioni, sia quella cristiana sia anche molte altre, che hanno molto stigmatizzato e colpevolizzato il piacere, per motivi vari che sarebbe troppo lungo elencare. È indubbio che per senso etico dovremmo sempre chiederci se ciò che facciamo (o omettiamo di fare) può essere dannoso per qualcuno, ma se così non è, ritengo sia nostro diritto sacrosanto goderci il piacere e seguirne le preziose indicazioni.>>

NOTA:
Con riferimento alla intervista di gennaio sul senso della vita, mi stupisce un pò, ed anche mi fa piacere, che i concetti che Enrico Cheli ha espresso circa il dolore e la sofferenza, sia in chiaro che nelle intenzioni, siano pressochè coincidenti con quanto ho io stesso cercato di esprimere e sostenere nei miei precedenti post.
Ma, certo, non solo io.

Naturalmente Enrico Cheli si è espresso in una lingua piu' coordinata...e più evoluta... di quanto io non possa fare!

Ognuno poi è legittimamente libero di perseguire, a suo rischio e pericolo, riferimenti di interpretazione per sè più congeniali: infatti si è abbastansza usata nel dibattito l'espressione...per me è così.... oppure... sento in questo modo, ecc...
In realtà io credo non sia questione di "sentire", ma di sapere...quasi fosse argomento di scienza.

Infatti, per quanto mi riguarda, ho cercato e mi sforzo, come sempre del resto, di dedurre ed esprimere i miei intendimenti da quanto si evince dalla teoria della evoluzione, ora sviluppata in neodarwinismo, EVO-DEVO, ecc...
La qual teoria, che mi pare oramai largamente accetttata o sottintesa, racconta ed esplica quali siano stati nei millenni, e siano tutt'ora, i riferimenti di strutturazione del nostro essere psicofisico ed anche spiega, in qualche modo, come mai oggi siamo come siamo dai vari punti di vista del nostro essere: pensieri, visioni, sensazioni, emozioni, comportamenti, ecc....

Mi piacebbe anche avvertire gli eventuali reprobi (SIC!) che affidarsi ad altre modalità di interpretazione potrebbe farci allontanare dalle esplicazioni e dalle risultanze che mi paiono più probabili...ma me ne astengo.
ulysse is offline  
Vecchio 01-02-2011, 19.18.20   #27
Sirviu
Ospite abituale
 
Data registrazione: 22-08-2010
Messaggi: 107
Riferimento: Serve il dolore?

E' sempre piacevole leggere Enrico Cheli, e sarebbe ancora più interessante capire la differenza che passa tra una spia rossa ed il dolore.
La spia rossa non fa male, perché l'ha inventata l'uomo che ha capito che non è necessario collegarsi un elettrodo alla tempia e spararsi un scarica di 220v per capire che la benzina sta finendo o le pastiglie dei freni si sono consumate.
Il dolore è qualcosa di più, è qualcosa che viene dal profondo, perché è qualcosa che vivi soggettivamente, mai oggettivamente.
Non basta dire che ha un'utilità, perché basterebbe molto meno dolore per capire.
E quando non è più utile capire, perché ormai è troppo tardi, il dolore non serve più, non è giustificabile.
Sirviu is offline  
Vecchio 02-02-2011, 11.05.16   #28
baylham
Ospite abituale
 
Data registrazione: 05-01-2010
Messaggi: 89
Riferimento: Serve il dolore?

Un commento alla riflessione di Enrico Cheli sul dolore.
Che il dolore e il piacere siano espressione di processi biologici essenziali risultanti dall’evoluzione sono d’accordo. Sono altrettanto d’accordo che siano determinanti nei nostri processi decisionali.
Mi sembra però sbagliato ritenere che basti seguire le loro indicazioni , i loro segnali per migliorare la nostra vita. Infatti seguire un piacere può portare ad un grande dolore e viceversa sostenere un dolore può portare ad un grande piacere. Insomma le cose non sono affatto così semplici.
baylham is offline  
Vecchio 02-02-2011, 12.40.59   #29
Giorgiosan
Ospite abituale
 
Data registrazione: 30-09-2004
Messaggi: 2,009
Riferimento: Serve il dolore?

Il dolore in senso stretto è una esperienza soggettiva ed è ovvio in quanto col termine dolore si vuole significare una sensazione (che riduce il benessere).

C’è anche una situazione fisica oggettiva, che corrisponde al dolore che è soggettivo solo nella sua percezione.

Dal punto di vista fisiologico il dolore origina dall’eccessiva stimolazione dei diversi recettori situati sia a livello della superficie esterna sia a livello dei tessuti interni e da qui trasmessa per via nervosa ai centri superiori della corteccia cerebrale. E questo è oggettivo.
La più bassa intensità di uno stimolo con cui si percepisce il dolore si chiama soglia del dolore, come tutti sanno, che varia da soggetto a soggetto ed anche in un stesso soggetto in tempi diversi.

Si può affermare senza tema di smentite che il dolore è percepito tanto più intensamente quanto più l’individuo animale è evoluto. per la maggior complessificazione e sviluppo del sistema nervoso.


La dimensione più interessante del dolore è a mio avviso quella psicologico-culturale.
Nella riflessione sul dolore Wittgenstein sostiene che l’essere umano contiene e confina il dolore attraverso il linguaggio. Prima della parola, infatti, il dolore ci possiede come sensazione sorda e muta. Esprimendolo collochiamo l’evento doloroso in un luogo e gli assegniamo un significato.

Per Natoli la storia del genere umano occidentale conosce due fondamentali elaborazioni dell’esperienza del dolore: la concezione greca per la quale il dolore è inscindibile dalla vita ( dico io, inscindibile e necessario alla vita), per cui l’essere umano diventa eroe proprio nel dominio della sofferenza. L’altra è quella ebraico-cristiana dove il dolore è in relazione alla colpa e la salvezza è concepita come come vita senza dolore.

Nel presente il dolore viene separato dal quotidiano e relegato in luoghi delegati come l’ospedale, dove il dolore diventa malattia. Foucault trae da questa sua constatazione la conseguenza che l’individuo risulta privato della comprensione della propria sofferenza perché il dolore essendo iscritto nel linguaggio che lo descrive e lo interpreta è ormai affidato alla visione organicistica propria della clinica che conosce il male e ignora, per le caratteristiche oggettivanti del suo metodo, quel vissuto soggettivo che è il dolore.
L’accento sulla dimensione soggettiva del dolore è stato posto dalla fenomenologia per la quale il dolore è la rottura della coincidenza tra corpo ed esistenza per cui non è l’organo che soffre ma l’esistenza che si contrae, alterando il rapporto col mondo che non è più cadenzato dalle intenzioni della vita ma dal ritmo del dolore.

Restando ferma sia la oggettività del dolore che la sua soggettività ancora una volta è l’interpretazione che ognuno opera sulla base della sua visione del mondo della sua cultura e della sua esperienza.

Il dolore lo si può sopportare stoicamente (l’ideale greco) lo si può accettare con rassegnazione, lo si può detestare e considerarlo una tragica realtà imposta da un cosmo crudele e invano “rifiutarlo”.
Infine si può accoglierlo e valorizzarlo, pur senza superarne la valenza negativa oggettiva.

A suo modo anche Schopenhauer valorizza il dolore. Per lui la vita è un continuo flusso di dolore, e l’essere umano non può non patirlo ed il piacere non è altro che una momentanea cessazione del dolore.
Ne consegue, secondo lui, che la felicità, il piacere, la gioia, non potranno sussistere senza il dolore.

Stante la realtà presente, con puro spirito pragmatico, mi sembra meglio scegliere di valorizzare il dolore non potendolo certo eliminare.

Ciò che è più buono è forse più vicino alla verità.

Ultima modifica di Giorgiosan : 03-02-2011 alle ore 08.06.30.
Giorgiosan is offline  
Vecchio 02-02-2011, 20.02.02   #30
ulysse
Ospite abituale
 
L'avatar di ulysse
 
Data registrazione: 21-02-2008
Messaggi: 1,363
Riferimento: Serve il dolore?

Citazione:
Originalmente inviato da baylham
Un commento alla riflessione di Enrico Cheli sul dolore.
Che il dolore e il piacere siano espressione di processi biologici essenziali risultanti dall’evoluzione sono d’accordo. ........
Quando porto la mia gatta dal veterinario per vaghi sospetti di inadeguatezza, lei raranente dice dove le fa male, cosa ha sognato o cosa sente: sono io a farle da tramite e interprete con le mie osservazioni, ma gli unici indizi validi, alla fine, si rivelano le funzioni corporali.
Questo fa sì che la cosa si complichi e che il veterinario debba un pò indovinare o prescrivere esami clinici di vario genere per arrivare alla diagnosi. Solo dopo si puo' trovare il bandolo per un miglioramento o una guarigione.
Un eventuale placebo sarebbe un assurdo.

Quando vado io dal medico, all'opposto, complico un pò le cose col profluvio di informazioni, circa le mie sofferenze, che gli rovescio addosso, ma offro in tal modo al sanitario un vasto campo di scelte, fra le quali optare...vantaggio negato al veterinario.
Comunque, dopo un iniziale e duro aprendistato, sulle mie modalità comunicative...il medico potrà piu' celermente migliorarmi la vita...magari anche prescrivendomi un placebo.
Già questo, differenziandomi dalla gatta, mi fa felice...almeno fino alla prossima crisi.
Citazione:
Mi sembra però sbagliato ritenere che basti seguire le loro indicazioni , i loro segnali per migliorare la nostra vita.
Infatti la cosa non è così semplice: nessuno dice che basti l'accendersi di una qualche spia per rendere efficiente l'auto.
La spia accesa è solo il segnale localizzato di guasto o insufficienza...poi spetta a noi o all'eventuale esperto, fare la diagnosi e riparare il guasto...solo allora la vita è migliorata..quella della macchina intendo...ma anche la mia, dato che mi lascia il timore che mi lasci...che mi lasci a piedi intendo.

Comunque e oviamente, nel caso degli umani (o dei gatti) c'è qualcosa di più complesso che non nel meccanicismo della macchina: si tratta che la probabilità di raggiungere un risultato positivo è sempre aleatoria, piu' aleatoria che non nella macchina.
Sempre comunque il segnale, sia esso meccanico o biologico, costituisce solo l'avvio della procedura, non la diagnosi o la cura. Per quanto sempre piu' essenziale sia la sua tempestività e capacità predittiva.
Citazione:
Infatti seguire un piacere può portare ad un grande dolore e viceversa sostenere un dolore può portare ad un grande piacere. Insomma le cose non sono affatto così semplici.
Nessuni dice che le cose siano semplici: il farle apparire semplici è solo una esigenza didattica.
A complicare la cosa non è tanto il segnale quanto la sua interpretazione.
Infatti se scambio il segnale di vuoto di serbatoio con quello di batteria scarica sbaglio diagnosi e non ne potrà consegure un gran bene...
E' come scambiare il dolore dell'appendice con quello di ernia inguinale...sarebbe veramente malasanità: non è quindi solo dal segnale che consegue il miglioramento della vita, ma anche dalla sua corretta interpretazione e diagnosi e quindi dall'intervento riparatorio.

D'altra parte anche i sommovimenti sociali seguono questa stessa legge ove alla eventuale mala interpretazione dei segnali conseguono risultanze deleterie...ma non è argomento del nostro tema.

In definitiva è vero.... puo' essere, a volte, che la strada dell'inferno sia lastricata di opere di bene (o buone intenzioni) e viceversa, che dal male possa derivare il bene, ecc... ma li intendiamo casi limite che non possono distogliere l'umanità dal perseguire cio' che è ritenuto fautore di bene...
Se poi ne esce male...pazienza ...abbiamo sbagliato, nessuno è infallibile!
Non siamo comunque mai esentati, dall'avviare una procedura indagante sul perchè dell'errore o della inversione di interpretazione e risultanze.
ulysse is offline  

 



Note Legali - Diritti d'autore - Privacy e Cookies
Forum attivo dal 1 aprile 2002 al 29 febbraio 2016 - Per i contenuti Copyright © Riflessioni.it