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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 13-04-2013, 19.39.24   #11
Tempo2011
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ulysse

La stessa filosofia, anche ai nostri giorni, tende ad avvallare "essenze" oltre l'umano ed oltre lo stesso universo fisico con relativi fenomeni...ad esempio, si parla di metafisica e di idealismo.
Anche gli astrofisici, con la teoria del principio antropico, si sono posti tra la materia e lo spirituale, quando affermano: Se l'universo ha creato l'uomo, è perché lo possa ammirare e studiare. In pratica hai fatto una sorta di riepilogo sulla nascita delle religioni, ma senza spiegare il tuo stato, se esiste, e le eventuali motivazioni che ti hanno spinto.
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Vecchio 13-04-2013, 19.43.50   #12
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Snikio

L'istituzione religiosa è, dal mio punto di vista, essendo gestita da uomini, un sistema manipolativo di ordine sociale, giuridico, politico quindi. Tuttavia non son contrario all'istituzione in sé, perché essa nasce a scopo pubblico, di unificazione collettiva, morale, e può essere portatrice di una valida cultura sociale.
Un essere umano è spinto ad avvicinarsi a tali istituzioni dal momento che esse contribuiscono ad un aiuto sociale in materia religiosa.
L' 'ovvero' non lo capisco,
tuttavia, rispondendo alla tua prossima domanda, dico:
adori la tua famiglia?
la tua patria?
E' solo un culto onorifico verso qualcosa di superiore
Infatti, peraltro, un uomo non è influenzato dalla fede in una razionalità divina;
è la sua razionalità che crea questa fede.
La religione afferma l'esistenza di un Dio, razionalità completa, nonché perfetta. Come possono distinguersi allora, talora in concetti inaccettabilmente contrastanti come bene e male assoluto, la religione musulmana, cristiana, Buddhista, etc?
Tale è la conseguenza che è l'uomo che crea la religione, attribuendo ai caratteri di essa il proprio concetto delle cose, il proprio concetto di perfezione.
Anche a te confermo quello che ho detto a ulysse, ovvero: se tu sei religioso vorrei conoscere le motivazioni che ti hanno spinto a diventarlo, e non quelle che spingono gli altri.
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Vecchio 13-04-2013, 19.51.49   #13
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Soren

Come dice Freedom la domanda è impegnativa e la risposta non facile... anche perché così come esistono diversi tipi di persone che hanno fede esistono anche diversi motivi che vi spingono secondo me, per cui una risposta univoca sicuramente sarà una generalizzazione incompleta. A parte questo, e scartando il motivo più ovvio e meno interessante per come hai posto la questione, ovvero "mi hanno abituato così" ( anche se sono sicuro che, se andassimo alle statistiche, avrebbe un suo peso ), in generale mi pare che la fede attragga maggiormente due tipi di persone: primo quelle più spirituali e meno "incarnate" per così dire, più disinteressate alle questioni materiali, che si trovano più spesso in stati meditativi attorno al cosiddetto grande mistero della vita, cioè la questione stessa riguardo il senso, che ovviamente non ha una risposta univoca e soprattutto mi pare che ancora si abbia l'abitudine di cercarne uno a fondamento universale anziché che individuale o al massimo collettivo: ragion per cui alla fine l'unica autorità o "senso" che può venire fuori come risposta di una simile indagine è dio; essendo l'unica risposta possibile che conservi lo statuto universale ( l'alternativa sarebbe ammettere di starsi chiedendo qualcosa la cui risposta non esiste, del resto ) sarà anche quella più accettata. Per cui dio in queste persone ha la funzione di anestetizzare il vuoto dell'insensatezza, di "riempire il buco" che magari percepiscono meglio degli altri; in fondo non è necessario che dio esista davvero perché la fede in lui apporti benefici nella propria vita. Poi ( escludendo sempre la categoria degli abitudinari! ) mi pare che anche le persone più sensibili, più facilmente in balia dei loro stati emotivi e spaventate dall'oscurità del futuro possano trovare giovamento in dio come principio stabile in grado di mettere ordine nel loro mondo e pacificare il caos interiore. Per cui alla tua domanda la mia risposta finale sarebbe: per convenienza, a costo anche di una certa disonestà intellettuale implicita nella "fede", un po' come qualcuno in una situazione incerta dice ottimisticamente "andrà tutto bene!" e lui come fa a saperlo ? non può, ma pensandolo in ogni modo può comunque sperare di gestire emotivamente meglio una situazione che altrimenti, nelle mani di un "pessimista", sarebbe precipitata solamente per una differenza di "modi". Allo stesso modo la fede aiuta per il semplice fatto di credere in un ordine ed in un progetto, il cui unico costo è lo stesso avere fede ( anche se nel primo caso che ho citato, probabilmente c'è anche una forte eticità alla base della scelta ). Economica ed estremamente efficace nel calmare le inquietudini e gli sconquassi tipici della vita. Basta credere! e la gente, infatti, crede.
Ho la sensazione che vi sia una sorta di pudore a spiegare, in prima persona, le motivazioni che inducono ad avvicinarsi a una religione; e forse è giusto così, poiché come affermi, tali motivi potrebbero essere tanti e variegati. Però credo sia più interessante conoscere anche queste varianti, perché, sicuramente, saranno tutte interessanti. Le motivazioni generali, proprio per l'esistenza di questa diversità, sono generiche e, secondo me, non affidabili.
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Vecchio 13-04-2013, 20.44.47   #14
Tempo2011
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Citazione:
freedom

Non so rispondere con esattezza alla tua domanda.

Nel 1992 ebbi una "esperienza" importante dentro la Moschea Blu ad Istambul: una senzazione di profondo amore. Dopo di che girai la Turchia in lungo e in largo ma, ogni qualvolta dai minareti si elevava quella "dolce nenia" che invitava alla preghiera io, pieno di commozione e amore per l'Islam, ero pervaso dall'impulso, dal desiderio di entrare nella moschea più vicina.

Nel 1995 in Israele, provai un amore, un grande amore che non so spiegare (non ho mai avuto simpatia per Israele) per gli ebrei. La stella di David mi suscitava una commozione tanto forte quanto inaspettata.

L'ermetismo mi ha accompagnato praticamente per tutta la vita.

Ho un enorme rispetto per l'induismo e per il buddismo.

In buona sostanza rispetto profondamente ogni uomo che cerca un senso alla propria vita, che cerca Dio insomma che cerca! Chi non si accontenta è certamente mio fratello.

Ma tu domandi, perchè gira e rigira, sei approdato anzi hai confermato la tua adesione al cristianesimo? E se nascevi a Baghdad come sarebbe finita?

Non ho la controprova, verosimilmente penso avrei abbracciato l'Islam. D'altra parte, a ben guardare, non siamo un pò tutti come Benedetto Croce che diceva che lui non era cattolico, non credeva insomma ma era cristiano! Cioè si riconosceva nei valori promossi dal cristianesimo. E non siamo forse un pò tutti così? Persino nel nostro lessico tantissimi modi di dire derivano dalla Bibbia. Siamo intrisi, siamo tutti intrisi della cultura guidaico-cristiana.

E questo non deriva dal fatto che siamo nati qui?

Comunque, in definitiva, con tutti i limiti che certamente vedo con facilità e chiarezza nella religione cattolica non mi sembra poi così male essere discepolo di un tale che diceva: "vedranno che siete miei discepoli da come vi amerete l'un l'altro."

Peccato che non sia gran ché come discepolo.
Ad essere sincero, sono stato sempre convinto che una religione si "eredita", come lo può essere la professione o il mestiere del padre o della madre. Perciò, contrariamente a quello affermato da Soren, credo che la percentuale di quelli che ereditano sia molto più alta di quello che si pensi. Per altro, nella mia introduzione ho specificato che non intendevo entrare nel merito religioso, ma parlare solo del significato filosofico di una scelta, spiegandone le motivazioni; a tale motivo, perciò, non interessa conoscere se sia un bene o un male essere discepoli del Cristo o di Maometto, ma solo le motivazioni che spingono un essere umano a tale scelta; parlo di motivazioni singole, naturalmente, e non di quelle generiche.

Ultima modifica di Tempo2011 : 14-04-2013 alle ore 13.29.19.
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Vecchio 13-04-2013, 20.55.39   #15
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Citazione:
Giorgiosan

Non c'è un motivo per esistere che valga per tutti, ognuno ha i suoi quando li ha, e ognuno ha i suoi motivi quando valuta di non averne alcuno.

L'ultimo stadio dell'evoluzione umana è lasciato alla relativa libertà di ogni essere umano e alla sua ragione/fede .... sia essa una ragione/fede atea o una ragione/fede religiosa.
In effetti, caro Giorgio, era di questa "personalizzazione" che intendevo parlare; mentre ho la sensazione che il forum sia portato più alla ricostruzione storica che non a spiegare l'esperienza personale. Speriamo che nel prosieguo si risponda al quesito con più precisione.
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Vecchio 13-04-2013, 21.09.16   #16
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Citazione:
maral

Penso proprio di sì, perché se è assolutamente impossibile dimostrare l'esistenza o l'inesistenza di Dio per via razionale (non è una via che le compete), è vero che c'è una necessità nell'uomo che rimanda necessariamente dall'immanenza a una qualche forma di trascendenza che ne dia riparo e garanzia.
L'essere umano è il solo essere che non sa ed è dunque posto dinnanzi alla domanda irrisolvibile e continuamente riproposta che questo non sapere suscita, è posto dinnanzi al mistero insondabile della nascita e della morte che richiede un senso che ne lenisca l'angoscia.
I Greci, ben consci della necessità del proprio naturale limite sul cui rispetto vigilavano Diche e le Moire, per meglio sopportare questo destino, diedero rappresentazione a un mondo di dei che altro non erano che uomini sottratti all'angoscia dell'umano, all'angoscia della mortalità, uomini che non morivano, il mito non era per loro una promessa di salvezza a remissione di una insussistente colpa alla radice dell'esistere, ma una rappresentazione in cui il mistero sacralizzato (tenuto separato dal quotidiano) potesse trovare significato controllato nel suo aspetto benefico e insieme malefico. ma sempre indispensabile. Per il cristiano (e per le altre religioni monoteistiche medio orientali) il mito diventa religione, si illumina di un'aspettativa teleologica di garanzia di redenzione che mantiene il suo carattere religioso anche nell'utopia laica e atea della fede nel progresso della conoscenza, della liberazione progressiva e terrena dell'uomo dal male e dalla morte.
Il mito da rappresentazione necessaria di un riparo per sopravvivere all'angoscia dell'uomo diventa così volontà di fede e volontà di convertire affinché la fede trovi continua conferma e l'uomo da mortale che rappresenta se stesso come un altro uomo immortale, sapendo della finzione e della necessità di essa, diventa colui che crede di poter davvero uscire dall'angoscia di quell'umano esistere che non sa di se stesso, costantemente assediato com'è dall'ombra della morte e del nulla. Il nulla deve così potersi riempire di qualcosa per evitare la follia più profonda, perché il diventare nulla è in sé stesso la più radicale follia.
Più volte ho postato questo piccolo assunto, tanto per affermare che si può essere felici e sicuri di se stessi, anche senza le religioni, apprezzando semplicemente la natura che ci circonda.
Citazione:
Io non posso concepire un Dio che ricompensa e punisce le sue creature e che esercita una volontà simile a quella che noi sperimentiamo su noi stessi. Né so immaginarmi e desiderare un individuo che sopravviva alla propria morte fisica: lasciate che di tali idee si nutrano, per paura o per egoismo, le anime fiacche. A me basta il mistero dell’eternità della vita, la coscienza e il presentimento della mirabile struttura del mondo in cui viviamo, insieme con lo sforzo incessante per comprendere una particella, per piccola che sia, della Ragione che si manifesta nella natura.

Albert Einstein.
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Vecchio 14-04-2013, 00.34.28   #17
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Tempo2011, penso che se fossimo di fronte all'inconfutabilità sarebbe l'equivalente della verità assoluta, inoltre nella la tua seconda domanda, fai uso dell'imperativo "deve", ma l'imposizione è in antitesi alla fede.

Tuttavia, penso che sarebbe bene concentrarci sul concetto di "credere" tralasciando testi sacri, miracoli, etc. Riprendo parte di un post del mio blog: una questione spinosa è la semantica e l'aspetto psicologico del concetto di "credere". Cosa significa credere? Quando credo o penso di credere, cosa succede esattamente in me? Bisognerebbe chiedersi, ma io credo? Un'autoanalisi. E' assuefazione? Credere per paura? Credere per comodità? Credere di credere? Credere per credere? Credere per autoimposizione? Per autoconvinzione? Credere per il piacere di pensare sia vero? Se è vero l'esistenza del concetto di credere, è altrettanto vero che ne esista l'azione interiore effettiva? Oppure si tratta di uno stato emotivo conscio o meno e non ben definito nel quale faccio affidamento? E' legittimo potersi chiedere, nella condizione di male, nella prospettiva della morte, nelle insidie della vita a cui siamo sottoposti, nell'angoscia dell'ignoto del quale facciamo pensiero, se la fede è un modo come un'altro per superarle nel migliore dei modi? E dunque quanta autenticità spirituale piuttosto che psicologica in tutto questo? Ma a questo punto che credere sarà mai questo? E' vera fede, ammessa essa possa concretamente esistere? Devo dunque, mettere in discussione me stesso, e quand'anche fosse fede originale, non si stà dimostrando a se stessi che Dio esista, poichè si è ancora in qualità di credenti. Credere è concessione di probabilità, possibilità, ipotesi, speranza, opinione, e proprio per questo motivo il cristiano non deve affermare in modo improprio "credo in Dio" ma "sono certo di Dio", perchè non va dicendo che l'esistenza di Dio è probabile o possibile, per lui è una certezza, c'è appunto una contraddizione tra linguaggio e presunta conoscenza, un'incoerenza dell'espressione rispetto al proprio pensiero, di fatto, una volta che se ne ha la certezza della sua esistenza, non dovrà più considerarsi un fedele o credente. Inoltre, il credere spinto dalla speranza non è credere perchè sperare è un atteggiamento di abbandono, un modo per evitare sofferenza, dolore, il credere in tal caso è un'illusione.
I fedeli parlano di verità, possono solo di conseguenza, parlare di certezza ma non di credo religioso, ciò significa che non ha alcun senso credere in Dio, semmai, avere la certezza, ma che quest'ultima non è data, non la possiede palesemente, ma è anche vero che non dev'essere palese, il fedele ne ha la dimostrazione nel suo stato, che per quanto mi riguarda, rimane imperscrutabile. E' vero anche, che un fedele non è più tale dal momento in cui conosce Dio se non relativo al credere alle sue volontà, chi è certo non si definirà più credente nell'esistenza di Dio, un fedele dunque, non deve affermare "Dio esiste", potrà semmai credere nell'esistenza di Dio, dovrà quindi dichiarare senza certezza "credo che Dio esista", ed ha un'effetto assai diverso dal "credo in Dio", che è corretto quest'ultimo, ma verrà successivamente al crederne l'esistenza o che comunque sia, ne indica un carico di credo maggiore. La sensazione cambia notevolmente tra "credo in" e "credo nell'esistenza di", ho l'impressione che si voglia deviarne la vera natura del termine "credo" (in qualche modo), un gioco linguistico, che ne dia una percezione forte, rispetto a quella debole di "credo nell'esistenza di Dio". Posso pormi il quesito di Dio ma non avere l'ostinazione di darmi una risposta.
Arrivo a pensare che parte del lessico di un linguaggio si manifesti irrazionalmente o per effetto estensivo, termini come "speranza" non hanno motivo d'esistere, la speranza è panico allo stato puro, o nel caso dell'estensione, al termine libertà ad esempio, gli si può dare validità convenzionale ma non che poi, permetta di ricavarci come conseguenza scontata il libero arbitrio. Ora, prendiamo in considerazione, ad esempio, due proposizioni: "credo che domani ci sarà traffico" e "credo nell'esistenza di Dio", mentre nel primo caso ritengo possibile traffico, nel secondo presumo l'esistenza Dio, presumo appunto. L'utilità di prevedere traffico stradale in un futuro prossimo è fuori discussione, anche nel caso di credere in un Dio potremmo averne un'utilità di serenità e riferimento essenziale della propria esistenza, ma il fatto stesso che sia dovuto a quest'esigenza ci dovrebbe fermare ad una seria e profonda riflessione. Io uomo credo perchè ne ho bisogno o indipendentemente? Una fede spinta ad un proprio stato psicologico o al bisogno, che credere è? Non conosciamo bene noi stessi per avere la certezza dell'azione e della comprensione del significato "credere" e quindi dovrò dubitare, e per tale motivo l'atto di fede perde di senso, viene meno, è criticabile come potenziale forma di egoismo. Consideriamo ora, una terza proposizione, "credo nell'esistenza degli alieni", in questo caso, non seguirà nessun atteggiamento se non, nell'idea stessa di crederci, abbiamo reso evidente dunque, una differenza di significato dello stesso termine "credo", un'opinione rispetto alla certezza, perchè dunque, si utilizza il medesimo concetto che in casi differenti risultano contrapposti? In effetti, credere, pensare, ritenere, dovrebbero circoscrivere un'idea e non una certezza in assoluto.
Differenti nature di credo possono essere formulate: "credo in Dio", corrisponde a credere nella natura e nella qualità delle sue volontà e/o al concreto compimento delle stesse, "credo a Dio", equivale a credere nella verità di ciò che esprime, "credo nell'esistenza di Dio", ne indica più semplicemente l'esistenza. Si osservi propriamente, che i tre enunciati differiscono nel contenuto, tuttavia se poi si vuole dare per scontato che credere nella volontà di Dio ed a ciò che esprime significhi credere nella sua esistenza è corretto, ma come già detto, "credere nell'esistenza di" non rende sufficientemente quanto "credo in". L'anomalia risiede qualora si parli esclusivamente dell'esistenza di un Dio, quando l'intenzione è quella di soffermarsi alla sola domanda o affermazione della sua esistenza, come avviene generalmente e desta interesse, che non dovrà più essere "credi in Dio?" "Credo in Dio!" ma "credi nell'esistenza di Dio?" "Credo nell'esistenza di Dio!". Perchè ineffetti, si nota in genere che tra due o più interlocutori, ancor prima di discutere dell'esistenza di Dio, si esprime la propria posizione sul volere di Dio con "credo in Dio" o "non credo in Dio". Ribadisco che questo processo verbale pur apparentemente banale nasconde in verità una componente psicologica importante, da prendere in considerazione, tale è che devia verso un maggiore potere persuasivo comunicativo, da "credo nell'esistenza di" a "credo in". Ora dunque, riprendendo parte del discorso nel quale proponevo la revisione dell'espressione "credo in Dio" in "sono certo di Dio", quest'ultima sostituirà definitivamente anche la formula più corretta di "credo nell'esistenza di Dio". In ultima analisi, la proposizione "sono certo di Dio" è l'unica possibile per chi non vuole solamente farsi un'opinione, ma ne ha la certezza? Il credere per rimanere credenti tutta la vita, senza alcuna conferma, è una vera sfida dell'essere in quanto tali.
Una terza possibilità oltre l'opinione e la certezza è la convinzione, quest'ultima è assurda, una truffa, sempre, in ogni caso, una convinzione per qualsiasi motivo, è una limitazione dell'essere, è quanto di più ingannevole ci possa essere, l'inganno ideale è quello autoprodotto, in effetti convinzione e certezza anche se sinonimi non si equivalgono: sono certo dell'esistenza degli alieni e sono convinto dell'esistenza degli alieni, non sono proposizioni corrispondenti. L'opinione è dovuta ad un'analisi razionale e/o inconscia, tale è come atteggiamento all'elaborazione di dati, la convinzione è presunzione e/o debolezza dell'essere, mentre certezza è un fenomeno, una manifestazione, mi è stato dimostrato. Probabilmente il credente assuma la certezza dovuta ad una convinzione, che non gli permette la distinzione tra i due termini. Terminando, coloro sono certi dell'esistenza di Dio, non dovranno utilizzare il concetto "credere" altrimenti contraddicendosi, a differenza di chi utilizzerà il medesimo, nell'unico modo possibile, come esclusiva opinione.

Mi scuso per l'approccio tedioso
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Vecchio 14-04-2013, 01.23.50   #18
paul11
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Riferimento: Un solo motivo per esistere.

"Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura che la dritta via era smarrita"(sono andato a memoria, spero di non aver sbagliato).

Significa che sono diventato consapevolmente (perchè questo è il termine che esce dalle convenzioni) dopo aver fluttuato per lo scibile umano, cioè dopo aver indagato in parecchie discipline naturali e umanistiche.

Ma ilmio credere è ancora supportato dal dubbio( e lo sarà), perchè non mi interessa il Dio psichico consolatorio perchè la realtà non mi piace o perchè “nno si sa mai cosa ci sia dopo la morte”.

Queste sono forme di "appalto" di Dio che non mi interessano.

Semplicemente dopo la lettura studiata e meditata dei Vangeli ( sottovalutata dalle chiese religiose che pongono più importanza alle teologie) ho visto che i significati erano "reali". Il Gesù che “esce” dai Vangeli è più ontologico che metafisico/trascendentale. E già su questa affermazione ve ne sarebbe ben donde da dire.

Perchè non altre spiritualità o religioni? Perchè le ho studiate.

Ciò che accomuna i libri vedici all'Antico Testamento biblico è che sono un insieme di libri, una raccolta: sapienziali, genesi, profezie,morali, ecc.
Ho discusso con esperti di Veda con traduttori in sanscrito, da quello che rimane degli originali, tutte le culture antiche aprono da genesi , storia, de ie semidei, ma i lloro linguaggio è mitico non logico deduttivo. Per cui i segni e significati sono molto meno identificabili, ma traspare il passaggi o dall’oralità alla scrittura per insegnare ai posteri.

Significa che il linguaggio dell'antichità doveva essere "prescrittivo" , ma all'interno del modello di rappresentazione della loro realtà che era ancora il mito. La fatica ermeneutica e quindi interpretativa di entrare in quel linguaggio è proprio il fatto che descrivono in maniera diversa.
Metaforicamente è come uno psicanalista che deve entrare nella psiche del paziente senza pregiudizi se vuole fino in fondo cercare di capire le motivazioni, le problematiche del paziente. Quel che posso dire è che c’ è molta speculazione mistica religiosa sui Veda ,forse di più che sulla Bibbia.

Detto questo, quindi le culture antiche , e ci metto anche i Sumeri, da cui deriveranno Assiri e Babilonesi, e gli incntri fra i diversi ceppi degli Ari con queste culture e con i Dorici e Ionici, progenitori dei Greci, che porteranno al culto iranico di zaratustra ecc.: solo così si comprendono le trasveralità e gli incontri che trasformeranno i miti :da Shiva (della trimurti vedica) al Dioniso dei riti eleusini e al culto orfico delle prime culture greche che influenzeranno anche la nascita del teatro(il Choro ad esempio).

La cultura islamica maomettana è venuta dopo ed è una trasmigrazione anch'essa; il sufismo semmai è interessante. Non bisogna nemmeno dimenticare che la cultura araba nasce dal nomadismo tribale, le forme organizzative sociali sono relazionate alle forme culturali.
La religione ebraica è un culto sul libro sacro e sulla scrittura perfetta, tanto da aver costruito un vero e propri essoterismo: dalla Zohar alla Kabbala , ecc.
Ci sarebbe moltissimo da scrivere sulla Bibbia, dalle traduzioni e interpretazioni ( javista, eloista) dai LXX ecc. Solo dallo studi approfondito della Bibbia si può poi passare all’incontro fra filosofia greca e teologia nell’epoca ellenista.

Insomma ho cercato di far capire che se ho scelto Gesù a fondamento è perchè è esistito un sincero dibattimento e comparazione dentro di me con altre culture che sarebbe lunghissimo da esporre.

Ma ho anche capito che non basta creere in qualcosa o qualcuno e far da portabandiera di una identità, sono l e azinoi, i pensieri e i comportamenti che uniscono. Quindi non cred assolutamente agl isteccati culturali, fra credenti di fedi diverse e fra credenti e atei: anzi.
Perché non essendo nessuno padrone e portatore di verità assolute, il confronto è fondamentale per ascoltare le ragioni argomentate degli altri.
Quindi il fatto di credere o nno credere è secondario rispetto al perchè si crede o non si crede.

Ma perchè Gesù mi ha colpito nel segno?
Perchè il linguaggio del Nuovo Testamento è totalmente affrancato dal Vecchio. Non è più il tempo del mito, siamo nella fase del passaggio epocale, gli albori della civiltà moderna.
Gli antichi testi dettano norme "prescrittive" senza interpretazioni al singolo, perchè quella era la cultura ed eravamo all'interno del linguaggio del mito.
Il Decacologo biblico è norma senza giustificazioni comportamentali "deve essere così e basta".
Nei tre Vangeli sinottici invece c'è una cronologia parallela nei tre evangelisti (il quarto Vangelo non è sinottico è di Giovanni e si dice gnostico, sicuramente molto spirituale) dove si fa la storia di Gesù senza nessuna teologia di Dio, e dove la morale è nella metafora collocata nella vita comune del popolo.
Dovrei fare molti esempi di "passi" per far capire il motivo per cui credo in questa figura che insegna l'amore, la misericordia e la salvezza, andando contro gli stessi poteri del tempio di allora, allargando quindi l'interpretazione delle profezie e dei dettami antichi. Un esempio è in Giovanni: "non sono venuto per giudicare, ma per salvare".
Trovo Gesù inizialmente ontologico per poi dare la salvezza nella trascendenza, cioè parla nella vita umana, dei problemi umani ,di quello che “è” per poi dare il messaggio salvifico.
La forza del suo messaggio è nella vita stessa, nno la rifugge. Non inizia dalla trascendenza, perché è in terra come corpo umano con sangue e passione.

Amo la scienza e la cultura sin da bambino divoravo libri, ma so anche che non sono la salvezza, non è nella scienza la risposta.

Noi viviamo un tempo “quantificato”, vivamo di più, abbiamo più beni di consumo, ma non so quanto è qualificato nel siamo più felici di un tempo.
Io vedo nella storia le stesse contraddizioni umane di sempre; è cresciuta la tecnologia è evoluto i pensiero umano, ma l’ESSERE umano è sempre quello di Adamo o dell’Homo sapiens. E questo non mi ha dato pace culturalmente prima di aver capito Gesù. Noi ci salviamo purtroppo individualmente non socialmente, ognuno ha quel pizzico o tanto di libertà che gli permette di diventare vino buono o aceto.
Ma il fatto che continui e anche con passione a cercare vie politiche economiche culturali , interdisciplinari fa parte della mia utopia da ragazzo che credeva e ancora crede nell’uomo a prescindere da Dio.
Quì sta il mio esercizio del dubbio, il limite, ma anche la forza, Mai smettere di “battersi” per un mondo migliore, io non mi siedo nell’angolo a vedere una umanità, ne prendo parte e anche questo mi ha insegnato Gesù.
Non so se sono nel giusto nel credere, ma penso che la vita sia una sorta di guerra fatta di infinite battaglie dove la sconfitta è già nel destino.
Allora forse è il “come” si prende parte alla vita ,cosa pensiamo diciamo, agiamo, che è importante, che fa sì che una vita abbia un senso , un significato. E questo a prescindere dal fatto che una persona creda o meno.
Se sono riuscito a spiegarmi, capirete che allora Gesù per me non è condizionante, rispetto a ciò che ero prima di approfondirne i Vangeli, bensì mi ha fatto capire ciò che è importante in questa vita prima ancora che ci possa essere un Paradiso nell’al di là ad attenderci, e allora prima mi batto perché su questa Terra vi sia questo Eden e poi…si vedrà
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Vecchio 14-04-2013, 14.13.18   #19
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freedom

Non so rispondere con esattezza alla tua domanda.

Nel 1992 ebbi una "esperienza" importante dentro la Moschea Blu ad Istambul: una sensazione di profondo amore. Dopo di che girai la Turchia in lungo e in largo ma, ogni qualvolta dai minareti si elevava quella "dolce nenia" che invitava alla preghiera io, pieno di commozione e amore per l'Islam, ero pervaso dall'impulso, dal desiderio di entrare nella moschea più vicina.

Nel 1995 in Israele, provai un amore, un grande amore che non so spiegare (non ho mai avuto simpatia per Israele) per gli ebrei. La stella di David mi suscitava una commozione tanto forte quanto inaspettata.
Sono agnostico e le "sensazioni" da te descritte le ho provate anch'io, ma non dentro una Moschea o in Israele ma, semplicemente, dentro alcune rovine dell'antica Roma, dove ho provato la stessa sensazione di stare in casa mia pur non essendoci: una sorta di familiarità antica. In tal senso ho provato anche una sensazione in negativo, quando per la prima volta sono andato dal mio dentista che si era trasferito in un quartiere nuovo e quasi completamente disabitato. Ovvero: entrando in questo quartiere ho provato una sensazione di assoluto vuoto, quasi un'alienazione; e questo accadeva ogni volta che vi andavo. Ho dovuto cambiare dentista, e lui, a tale motivo, mi prendeva in giro ogni volta che ci incontravamo. Per l'appunto, sono "sensazioni" cui non ho dato significati particolari o, addirittura, religiosi; le ho annoverate tra le stranezze umane ancora da decifrare. Mentre tu che significato hai dato alle tue?
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Vecchio 14-04-2013, 22.24.06   #20
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variabile + fisso

Probabilmente il credente assuma la certezza dovuta ad una convinzione, che non gli permette la distinzione tra i due termini. Terminando, coloro sono certi dell'esistenza di Dio, non dovranno utilizzare il concetto "credere" altrimenti contraddicendosi, a differenza di chi utilizzerà il medesimo, nell'unico modo possibile, come esclusiva opinione.

Mi scuso per l'approccio tedioso.
Tedioso perché? Caso mai OT.
Di fatto, caro variabile, hai dato spiegazioni razionali e condivisibili, ma il thread si rivolgeva a coloro che "credono", chiedendogli le motivazioni che li avevano indotti ad abbracciare una religione. Di fatto, tali motivazioni, essendo quasi sicuramente differenti tra loro, potrebbero darci degli spaccati sulle problematiche umane: e questo credo possa interessare tutti.
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