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Spunti di Riflessione

di Marco Biagioli

 

Non c’è più il futuro di una volta. Quale uomo nel XXI secolo d.C.?

 

“Condurre la propria vita in modo da realizzarsi: questo mi sembra il massimo risultato raggiungibile per un essere umano” Ibsen

La rivoluzione dei ritmi di vita avvenuta nell’ultimo decennio è la più veloce mai registrata nella storia dell’uomo. A tal proposito può essere utile ricordare che si ritiene che la nascita della complessità culturale - linguaggio articolato, culto dei morti, arte, culturalizzazione dello spazio - risalgono ad almeno 500.000 anni fa. La vita a ciclo continuo, i negozi aperti 24 ore su 24, il villaggio globale di Internet che ci dà la possibilità di produrre quando, quanto e dove vogliamo, l’eliminazione degli orari fino al forno a microonde che ci fa risparmiare tempo ecc. sono sinonimo di libertà, purché non si diventi, di nuovo, schiavi di un modello imposto dall’esterno e si cada in una crisi di identità. Il modo in cui gli uomini del passato hanno concepito e vissuto il tempo è un percorso privilegiato ai fini della comprensione della loro società di appartenenza. Con l’invenzione della domenica, ribadita nei concili a partire dal IX secolo, si è data una linearità al tempo; insieme all’anno liturgico all’introduzione delle campane, fatta dai monaci a partire dal settimo secolo (tempo monastico e tempo rurale) ecc, il tempo diventa una posta in gioco nella società. Il tempo del lavoro, nella crisi del XIV secolo, è una posta in gioco delle lotte sociali. Il tempo assume un valore politico, di potere. L’invenzione dell’orologio, per la prima volta, unificò il tempo di tutti gli uomini (fine secolo XV orologio individuale). Oggi il telefonino ci fa entrare in una sorta di ubiquità, sempre potenzialmente in contatto con tutti. C’è il rischio che un lungo e ricchissimo ciclo culturale, quello iniziato con l’illuminismo e l’affermazione del Soggetto, si concluda realizzandosi nel suo contrario, nell’annientamento del Soggetto. Una volta che ci siamo faticosamente ritagliati uno spazio di tempo libero questo ci appare inesorabilmente vuoto e lento. Questa invenzione moderna che è il tempo libero, ha del paradossale: ci impone di programmare il desiderio di libertà. Al tempo tradizionale, quello del contadino, discontinuo e casuale, è subentrato il tempo calcolato, fatto di efficienza, puntualità, che è il frutto di un’organizzazione determinata dall’industrializzazione. Oggi viviamo nell’era della tecnica, che è la forma più alta di razionalità finora raggiunta dal genere umano; ma, per paradosso, ci troviamo davanti un modello di razionalità che non ha scopi, che ha spezzato il rapporto mezzo/fine, che produce cose solo in vista del proprio potenziamento. Più le società sono complesse e più l’irrazionalità deve essere schiacciata. La storia è sempre stata pensata come avente un fine, che poteva essere la salvezza dell’umanità se l’opzione era religiosa, il progresso se era laica/illuminista. Invece, la tecnica ci scaraventa, per la prima volta nella storia, in un tempo senza scopi. E allora come meravigliarsi che l’uomo perda il senso della vita, del lavoro, degli affetti, dell’agire? Oggi io esisto se funziono, se sono un buon esecutore di azioni che non nascono da me ma sono prescritte dall’apparato tecnico. La società industriale non aiuta neanche la conversazione matrimoniale: gli orari di lavoro sono diversi per uomini e donne; al tramonto si esce dagli uffici e dalle fabbriche stanchi e svuotati. L’uomo non può vivere senza dare un senso alla propria vita e siccome la tecnica non glielo dà, dovrà cercarlo altrove. Anche se viene combattuto, e’insopprimibile il bisogno di irrazionale, di valori di simboli; per un simbolo mi faccio scannare, per la patria muoio (nell’ottocento l’ateismo positivo ha rimpiazzato il vecchio Dio con stato, scienza, socialismo, che riempiono il vuoto lasciato dalle precedenti strutture metafisiche Nietsche). Con l’irrompere della tecnica si sono annullati i simboli, per questo si va dal guru o dall’oroscopista. Weber diceva che l’uomo una volta moriva sazio della vita, oggi stanco della vita, perché non controlla più niente. Sembra che la supremazia dell’attività mentale, cerebrale, manipolatoria, vada di pari passo con un’atrofia emozionale. Alcuni sociologi, con un’espressione un po’ forte, dicono che oggi si assiste alla morte del presente; fino a 10-15 anni fa, il passato, sotto forma di memoria, di esperienza, era un punto di riferimento costante nella formazione di un giovane, mentre il futuro, come programmazione di sé, veniva avanti lentamente. La conseguenza era che, nel presente, per un po’ si “stazionava”; era possibile cioè proiettarsi con calma verso la carriera, il matrimonio ecc. Oggi invece il presente è un punto che subito muore, il futuro viene avanti rapidamente mentre il passato non ha più contenitori che lo tramandino almeno sotto forma di esperienza. Questa accelerazione del vivere (secondo Kundera la velocità è la forma di estasi che la rivoluzione tecnologica ha donato all’uomo) crea una frattura rispetto ai tempi interni, che hanno una specie di modalità circolare; c’è bisogno cioè di tornare al punto di partenza per assimilare e decodificare emotivamente l’esperienza. Molti adolescenti, sottoposti agli stimoli ed allo stress di una vita così veloce, riescono a proteggersi cercando un rifugio (anche in un rapporto uno a uno con il computer o ascoltando in cuffia la musica) chiudendosi nel loro “tempo circolare”; per ritrovare così una sorta di equilibrio interiore. “Il tempo è la più grande perversione del secolo. La gente corre dietro agli attimi e non si accorge che è la propria esistenza che se ne va” Marquez. Le cadenze della natura sono regolate da quella necessità per cui ogni epoca non ha una finalità, ma semplicemente una fine. Il finito è perfectum perché è compiuto, con la sua fine raggiunge il suo fine. Il greco teleo “portare a compimento” viene tradotto in latino con perficere da cui perfectum ossia compiuto, finito. Il tempo greco, l’eterno ritorno dell’identico, è cambiato, con il cristianesimo, nell’attesa dell’ultimo giorno (eschaton) dove alla fine si rivela ciò che è stato annunciato. La religione cristiana spezza il tempo ciclico perché guarda al tempo non come a una ripetizione, ma come a un accadimento di senso, dove alla fine si adempie ciò che all’inizio era stato voluto. Percorso dalla figura del senso il tempo diventa storia, dove il primato del fine da realizzare nel tempo toglie a quest’ultimo l’insignificanza del suo ritmo. L’occidente dipende ancora dalla concezione cristiana della storia intesa come tempo fornito di senso, quel senso che la tecnica abolisce, perché la tecnica non ha scopi da realizzare né fini da raggiungere ma solo risultati che discendano dalle sue procedure, Eraclito recita in un frammento “la via in su e la via in giù sono un’unica identica via”. Il ritorno non è un’interpretazione della propria vita come è nella pretesa psicoanalitica, ma la scoperta della propria radice interiore, dove è dato di conoscere la propria immagine, a partire dalla quale è possibile rendersi conto che ogni volta che parliamo del mondo, ogni volta che lo interpretiamo, non facciamo che raccontare la nostra storia. Camminare all’indietro verso quel luogo in cui è custodita la nostra radice interiore, non significa arrivare ad una meta, ma tenersi in cammino, perché il luogo è nascosto e la sua dimora è abissale… Cioran pensa che l’universo inizia e finisce con ciascun individuo.

Tutti noi guardiamo la televisione, non solo perché siamo pigri e passivi, ma perché siamo al mondo; che nella televisione, e non altrove, ha la sua piu estesa e completa descrizione. Religione, politica, mercato, guerra, gioia, dolore, morte sono descritti lì e da lì impariamo come si governa, vende, compra, soffre: allo stesso modo di come, un tempo, queste cose si apprendevano dall’ambiente in cui si viveva (tradizioni, esperienza degli anziani, viaggi ecc.). Oggi la televisione è il nostro ambiente anche quando non la vediamo; per il fatto che altri la vedono, nel loro agire quotidiano sarà leggibile il loro apprendimento.  La televisione è il piu potente mezzo inventato dall’uomo (piu forte di ciò che nelle varie epoche hanno rappresentato i templi dell’antichità, la cultura orale, la pittura, la scrittura, la radio ecc.), parla sempre ex cathedra anche se vengono rispettati i principi di democrazia. Il rischio cui involontariamente andiamo incontro, noi che siamo così lontani dalla cultura contadina, è di confondere la “realtà” del mondo con il “racconto” del mondo che fa la televisione. Allora il consenso non avviene piu sulle cose ma sulla descrizione delle cose, che ha preso il posto della loro realtà. “Non esiste altra realtà se non quella contenuta entro di noi: questa è la ragione per cui molti individui vivono una vita così irreale. Essi credono che le immagini esterne costituiscano la realtà e non permettono mai al loro mondo interiore di affermare la propria identità” Hesse.
Più pesante è Galimberti secondo cui gli uomini non hanno mai abitato il mondo, ma sempre e solo la descrizione che, di volta in volta, le religioni, la filosofia, la scienza hanno dato del mondo. Ciò che esiste davvero sono solo gli individui, non stato, popolo, elettorato, struttura sociale, patria, esercito per combattere i tedeschi, europa unita con i tedeschi 50 anni dopo. A volte sorgono complessi di inferiorità semplicemente perché non facciamo colazione come la famiglia modello della pubblicità; involontariamente abbiamo appreso quella “realtà felice”e soffriamo di questa “inadeguatezza”. Certi personaggi televisivi li sentiamo “amici” anche se, in un ipotetico incontro con loro, questi cadrebbero dalle nuvole e noi vedremmo un’altra realtà. “Dato che un uomo politico non crede mai in ciò che dice, resta sorpreso quando gli altri ci credono” de Gaulle.

Sappiamo che ci diverte tirare calci ad un pallone con gli amici, ma sono passati 10 anni dall’ultima volta e non ci spieghiamo il perché. Abbiamo dedicato le nostre energie ad altro. A cosa? Peter ricorda che siamo membri di una strana specie che dedica le proprie energie a salire la scala del successo allo scopo di fare soldi per comprare cose che non servono e impressionare persone che lasciano indifferenti.

Cosa è il bene? Seneca rispondeva: la conoscenza; e il male? L’ignoranza.

Secondo Socrate praticare il bene è un affare; se l’uomo non lo persegue è solo perché non ha la minima idea di dove si trovi il bene, pertanto non è malvagio ma ignorante. Per Eraclito chiunque prova un piacere più volte di seguito rischia di assuefarsi, ma non colui che ha scelto il sapere come obiettivo di vita, perché non ha confini: è come un mare senza fondo solcato da un’infinità di domande. Grazie alla cultura, pur essendo mortali, abbiamo la possibilità di conoscere, quindi di rivivere le vite di coloro che ci hanno preceduto, così come potremo continuare a vivere in coloro che ci seguiranno. (Giusto per confondere ulteriormente le idee… e andare a rileggersi la Bibbia) Cioran sintetizzò che Adamo ha preferito l’albero della conoscenza a quello della vita barattando l’eternità con il sapere e c’è da rallegrarsi del fatto che la storia non abbia alcun senso. E, per complicarle ancora, qualora non lo siano al punto giusto, “la storia crea l’illusione di un corso universale e provvidenziale degli avvenimenti, quindi contribuisce a smorzare le energie vitali dell’individuo, volgendolo al passato e con ciò precludendogli la proiezione verso il futuro e la creazione originale” Nietzche. Il massimo piacere, l’edonismo radicale, non è mai stato coincidente con la teoria del vivere bene, come trova espressione nei grandi maestri di vita della Cina, India, Vicino oriente e dell’Europa. Forse solo il filosofo Aristippo (IVsec a C) è l’eccezione fino al XVII sec. Il pensiero comune ai grandi maestri è la ricerca dell’essere, il rifiuto della modalità dell’avere, laddove l’avere si riferisce alle cose mentre l’essere si riferisce all’esperienza. “Beati i poveri in spirito” Matteo, V, 13. Potremmo approfondire il concetto con Eckhart “E’ povero l’uomo che nulla desidera, nulla sa e nulla ha”. Il Buddha considera l’avere, la bramosia, la proprietà come causa di sofferenza non già di gioia per l’uomo. Non dovremmo essere incatenati alle cose che possediamo in quanto verrebbe limitata la nostra libertà e l’aspirazione ad essere; l’uomo vivo e attivo dovrebbe essere come un recipiente che ingrandisce mentre lo si colma, così che mai sarà pieno. Per Freud l’orientamento al possesso si manifesta nel periodo che precede il raggiungimento della piena maturità ed è patologico qualora divenga permanente. La via verso l’essere consiste nel penetrare sotto la superficie e nell’affermare la realtà. Si pone soltanto nel qui, ora (hic et nunc); la modalità dell’avere soltanto nel tempo: passato, (denaro, terra, fama ecc.) presente e futuro (questa persona avrà un futuro). “Meno si è e meno si esprime la propria vita; più si ha e più è alienata la propria vita” Marx. Ogni manifestazione dell’essere: la gioia, l’amore, l’intuizione della verità ecc non si verifica nel tempo ma nell’hic et nunc. E’ l’eternità, vale a dire “atemporalità” non tempo prolungato all’infinito. Sant’Agostino invita a cogliere l’eternità nell’istante. Nella modalità dell’avere, la propria felicità risiede nella superiorità sugli altri, nel proprio potere e, in ultima analisi, nella capacità di conquistare, depredare. Secondo la modalità dell’essere, la felicità consiste invece nell’amare, nel condividere, nel dare, nel creare (Fromm). L’avere si riferisce alle cose, e le cose sono fisse e descrivibili. L’essere si riferisce all’esperienza, e l’esperienza umana è in via di principio indescrivibile. Ad essere pienamente descrivibile è la nostra persona, vale a dire la maschera che ciascuno di noi indossa l’io che presentiamo. Al contrario, l’essere umano vivente non è una morta immagine, e non si presta a venire descritto come una cosa anzi non può essere descritto e compreso in alcun modo. Soltanto nel processo del mutuo, vivente rapporto, io e l’altra persona possiamo superare la barriera che ci separa, nella misura in cui entrambi partecipiamo alla danza della vita. La modalità dell’essere si può spiegare con questo esempio: un vetro azzurro appare tale quando la luce lo attraversa, perché esso assorbe tutti gli altri colori, impedendo loro di passargli attraverso; noi lo definiamo azzurro perché non trattiene le vibrazioni cromatiche azzurre quindi non ci riferiamo a ciò che il vetro possiede, ma a ciò che emana. Mentre l’avere si fonda su alcunché che l’uso diminuisce, l’essere viene incrementato dalla pratica. “Il roveto” ardente che non viene consumato dalle fiamme è il simbolo biblico di questo paradosso. Ciò che si spende non va perduto, ma al contrario va perduto ciò che si conserva. Come si diventa veri uomini? Dove sta la vera gioia? Come si conosce la realtà? Tante domande si sono posti gli uomini cercando altrettante risposte; quindi continuiamo a cercare.

Secondo molti studiosi la natura umana è estremamente malleabile.“Gli uomini, in universali, iudicano più agli occhi che alle mani; perché tocca a vedere a ognuno, a sentire a pochi. Ognuno vede quello che tu pari, pochi sentono quello che tu se” Machiavelli (es. controllo della socialità sfruttando le potenzialità di un fenomeno complesso quale la festa secoli addietro). Oggi la pubblicità impiega migliaia di miliardi di dollari per influenzare la natura umana ed in politica è di vitale importanza agire su di essa (come far diventare gli asiatici un popolo di nuovi consumatori?): “La propaganda è per la cosiddetta democrazia quello che è il randello per uno stato totalitario” Noam Chomsky. Una “buona” propaganda mira a separare le persone tra loro, isolarle tenerle incollate davanti alla televisione, renderle passive, “educarle” al consumo, (il mondo dell’industria è un’organizzazione spontanea per tramutare ciò che ogni uomo ha in ciò che desidera, senza tenere assolutamente conto dei suoi desideri Wicksteeded) mira ad evitare che si occupino della gestione della ricchezza pubblica. Negli usa dal 1983 al 1998 il 50% del surplus della ricchezza creata è andato a vantaggio dell’1% (yes 1%) delle famiglie più ricche ed il 90% di quella stessa ricchezza è andato a beneficio del 20% delle famiglie più benestanti secondo una ricerca di Wolf. L’1,3% più ricco delle famiglie Usa guadagna quasi quanto la metà più povera della nazione: c’è stata una controrivoluzione tale che la struttura dei redditi è tornata ad essere quella del 1913, cosi che la classe media si restringe sempre più assediata da un oceano di lavoratori poverissimi e da una ristrettissima plutocrazia. Negli anni 80 la fame nel mondo è diminuita ovunque, con due eccezioni: l’Africa subsahariana e gli USA. Tra il 1985 e il 1990 la fame negli USA è aumentata del 50% e gli analfabeti sono circa 50 milioni. La ricchezza non si è spostata verso il sistema sanitario, l’istruzione ecc, ciò nonostante tutto si è svolto senza rivoluzioni, la gente ha continuato a guardare il basket ed a vivere in uno stato di confusione. (La massa si crea laddove prima non c’era nulla. Molti non sanno perché si trovano lì, eppure vengono attratti da una forza superiore. Canetti). In venti anni la gente invecchia; ci si scorda di Reagan, di Fanfani, Craxi, Andreotti, della guerra fredda ecc; altre generazioni si fanno avanti e la storia continua. La gente ha guardato per venti anni questi soggetti alla televisione, con la stessa attenzione di oggi. Tutto questo è un esempio del “successo” registrato dalla propaganda. Secondo Bouldin si può perfettamente concepire un mondo dominato da una dittatura invisibile nel quale tuttavia siano state mantenute le forme esteriori del governo democratico; per controllare gli uomini occorre manipolare i loro istinti ed emozioni e non correggere il loro modo di ragionare. Le nostre motivazioni, idee e credenze consce sono un miscuglio di false informazioni, preconcetti, passioni irrazionali, razionalizzazioni, pregiudizi, sul quale galleggiano brandelli di verità dando la sicurezza, per quanto illusoria, che l’intera mistura sia reale e vera. L’attività pensante tenta di organizzare questa cloaca d’illusioni secondo le leggi della logica e della plausibilità e si suppone che tale livello di consapevolezza rifletta la realtà; è questa la mappa di cui ci serviamo per dirigere la nostra vita. In effetti è repressa la conoscenza della realtà, di ciò che è vero. L’inconscio viene determinato dalla società.

Al contrario qui si rivolge un invito a vivere cercando l’autorealizzazione dell’uomo, la sua gioia. Consideriamo quindi la televisione come uno dei tanti strumenti per capire la realtà destinando piu tempo a noi stessi: riappropriandoci della nostra esistenza “Non rinviamo niente a domani: chiudiamo ogni giorno il bilancio con la vita. Il difetto maggiore dell’esistenza è di essere sempre incompiuta e che sempre se ne rimanda una parte. Chi dà ogni giorno l’ultima mano alla sua vita, non ha bisogno di tempo; da questo bisogno nascono la paura e la brama del futuro che rode l’anima. Non c’è niente di piu triste che chiedersi quale esito avranno gli eventi futuri; se uno si preoccupa di quanto gli resta da vivere o del come, è agitato da una paura inguaribile. Come sfuggire a questa inquietudine? In un solo modo: la nostra vita non deve protendersi all’avvenire, deve raccogliersi in se stessa, chi non è in grado di vivere il presente, è in balia del futuro. Ma, quando ho pagato il debito che avevo con me stesso, quando ho ben chiaro in testa che non c’è differenza tra un giorno e un secolo, posso guardare con distacco il susseguirsi dei giorni, degli eventi futuri e pensare sorridendo al succedersi degli anni” Seneca. E ancora con Camus “Ti dirò un grande segreto: non aspettare il giudizio universale, ha luogo ogni giorno”. Unica è la via – insegnata dal Cristo, dal Buddha, dagli stoici dal Maestro Eckhart ecc. per il superamento effettivo della paura della morte, ed essa consiste nel non aggrapparsi alla vita, nel non sperimentarla come un possesso. Proseguendo nell’intento di fornire spunti di approfondimento si offre un’ennesima citazione “nasce un’idea e una struttura, un’istituzione per l’idea (la chiesa, ecc). Poi nel tempo sparisce l’idea e rimane l’istituzione” Soros.

Se guardiamo gli animali, questi si sviluppano grazie all’istinto, sono ontologicamente determinati secondo l’essenza che è stata data loro, in base alla quale non possono essere altro da ciò che si trovano ad essere cioè un cavallo diventerà sicuramente un cavallo. Il “grande miracolo” dell’uomo consiste nell’essere colui che si autocostruisce, colui che in larga misura è l’artefice di sé medesimo (Reale). L’istinto consente ad un ragno di fare la tela per nutrirsi, se la distruggiamo lui la fa nuovamente, se si distrugge per centinaia di volte il ragno impazzisce. Nel topo esiste l’istinto sessuale, nella scimmia non lo troviamo più, è subentrato qualcos’altro. Più alto è il livello raggiunto da un animale nel processo evolutivo, tanto meno il suo comportamento è determinato da istinti filologicamente programmati. Nell’uomo la determinazione istintuale ha toccato il proprio minimo, non troviamo istinti cosi definiti pertanto è estremamente malleabile, al posto degli istinti ci sono dei conglomerati di riflessi ereditari, apprendimenti autogeni e culturali nel comportamento motivato, nella scelta dei fini. La cultura e l’apprendimento (la televisione, la strada, gli amici, la scuola, il lavoro, un viaggio, ecc.) sovrastano questa residua tendenza innata. Da una ricerca fatta in america sembra emergere che i genitori, per quanto si sforzino di incidere sull’educazione dei figli, riescano ad influire su di essa con un’efficacia inferiore al 50%, il resto è rappresentato da tutto ciò che ci circonda, dalla vita quotidiana: dalla società. Di  fatto le tecniche della psicoanalisi e le altre terapie del profondo, salvo che per la “ricerca dell’identità” possono essere intese come miranti a realizzare il difficile compito di scoprire, attraverso le sovrapposizioni dell’apprendimento, dell’abitudine e della cultura, gli eventuali residui istintuali essenziali alla natura umana e debolmente manifesti. Una “cura” in uso fra gli antichi indiani d’america, nei rari casi in cui un uomo era poco adattato, oggi diremo depresso, (infelice della propria condizione di isolamento), consisteva in un “viaggio” fra le montagne che poteva durare alcune stagioni. In tal modo si regredisce temporaneamente ad una vita più semplice. Ogni giorno si deve solamente cercare di mangiare, dormire, ripararsi dalle insidie dell’ambiente. Si gratificano, così, i bisogni fondamentali gerarchicamente più bassi, tagliando con i fattori che nella tribù evidentemente producevano danni. Tutto ciò aiutava questa persona che tornava a suo piacere dalle montagne diversa e migliorata.

Se un gatto diventa un “vero gatto“ grazie agli istinti, perché si possa essere pienamente uomini cosa occorre? Ci sono migliaia di biblioteche dedicate all’argomento; qui si vuole solo accennare agli effetti della gratificazione dei bisogni fondamentali sullo sviluppo della persona, definendo quindi la natura umana anche psicologicamente. Secondo Maslow l’uomo ha dei bisogni fondamentali istintuali, comuni in ogni parte del mondo, che, se non gratificati, provocano danni allo sviluppo della personalità e non consentono all’uomo di ambire all’autorealizzazione. La sua teoria della motivazione umana (la motivazione è la ricerca di una gratificazione dei bisogni) individua dei bisogni, prevalentemente inconsci e li pone in una scala gerarchica.

1) Bisogni fisiologici. Sono i più prepotenti. Un essere umano privo di tutto: di amici, di amore ecc. sente la fame, il freddo, la paura dell’ambiente più di ogni altra cosa. Siccome l’individuo è un tutto integrato (il cibo soddisfa la fame di Mario Rossi o dell’indigeno australiano) e non la fame del suo stomaco, questo personaggio sogna roba da mangiare, ricorda cibi, immagina l’ultimo pranzo si commuove per cose riguardanti il cibo, percepisce e desidera solo il cibo. Il paradiso per lui è un posto dove si mangia e basta. Il nostro amico pensa che, se trova cibo a sufficienza, sarà sempre felice e non avrà bisogno di altro. Per lui la libertà, l’amore, il vestito, i temi filosofici sono cose che non hanno importanza. Quando quest’uomo si è sfamato, in realtà compaiono da soli, automaticamente, in lui altri e più alti bisogni.

2) Bisogno di sicurezza. Quando i bisogni fisiologici sono stati gratificati abbastanza bene emerge il bisogno di sicurezza, stabilità, dipendenza, protezione, libertà dalla paura, dall’ansia, dal caos. Bisogno di ordine, di legge. Il bambino in queste condizioni manifesta in faccia la sua paura; ad esempio un tuono, un animale feroce oppure dei dolori acuti inducono a guardare il mondo in modo diverso. Tutto diventa oscuro, viene l’angoscia: in breve ha bisogno di protezione e di conforto. Il bambino preferisce un mondo sicuro, ordinato predicibile dove non accadano cose incontrollabili, inaspettate e rischiose: in ogni caso desidera i genitori. L’adulto desidera un sistema di protezione, di leggi ecc, che eviti di vivere come nel vecchio Far West. Una società dove si proceda pacificamente, senza scosse, al riparo dagli animali feroci, dalle temperature eccessive dai criminali dalla tirannide, dove sia possibile avere un lavoro, dei risparmi, una pensione per la vecchiaia. Per un curdo il paradiso è un posto dove non esiste la tortura e atrocità nei confronti dei familiari. Alcuni adulti nevrotici nella nostra società sono per molti versi come il bambino insicuro, pieni di desiderio di sicurezza, sebbene nel bambino la cosa sia più palese. Il gusto della persona sana  per ciò che è nuovo, sconosciuto nel nevrotico è minimo. Come l’uomo sazio non pensa più alla fame così l’uomo sicuro non si sente più in pericolo. Spesso certi nostri discorsi si concludono con un accomodante “basta la salute”, in realtà l’uomo inconsciamente, senza sapere il perché ambisce subito al bisogno superiore: è perfettamente e umano.

3) Bisogno di appartenenza. Se i primi due bisogni sono abbastanza soddisfatti emergono il bisogno di affetto, di appartenenza, di amore. Adesso la persona sentirà acutamente come prima non avveniva l’assenza di amici, di una moglie o dei figli. Desidera relazioni di affetto, un posto nel gruppo o nella famiglia e può umanamente dimenticarsi di quando era affamato o disprezzava l’amore come qualcosa di non necessario. Adesso sente il dolore della solitudine dell’assenza di amici. Spesso si sottovalutano gli effetti deleteri che hanno sui bambini l’eccessiva mobilità imposta dall’industrializzazione, la mancanza di radici, il venire strappato  dalla propria casa, famiglia, amici, vicini, l’essere un estraneo, uno di passaggio e non uno del posto.

Si sottovaluta anche la grande importanza del proprio territorio della stirpe, clan, classe, colleghi di lavoro. Il successo del volontariato risponde anche ad un bisogno insoddisfatto di contatti, di intimità, di superare il senso di alienazione e solitudine, di estraneità causati dal dissolvimento delle famiglie, della frattura fra generazioni, dalla rapida urbanizzazione, dalla scomparsa della vita paesana. La cosiddetta personalità psicopatica può essere un esempio di perdita permanente dei bisogni di amore. Queste persone nei primi mesi di vita, probabilmente, hanno avuto un gran desiderio di amore non gratificato ed hanno finito per perdere per sempre il desiderio e la capacità di dare e ricevere affetto (come gli animali perdono il riflesso di succhiare o di beccare se non lo esercitano subito dopo la nascita).

4) Bisogno di stima. Tutte le persone hanno bisogno di una valutazione di sé stessi o autostima e di una stima da parte di altri che sia stabile ferma e ordinariamente alta. Da una parte c’è il desiderio di forza, successo adeguatezza padronanza competenza per affrontare con fiducia il mondo; dall’altra abbiamo il desiderio di reputazione o prestigio di una posizione sociale, fama, gloria, dominio e importanza. La soddisfazione dell’esigenza di autostima porta a sentimenti di auto fiducia, di valore, di forza, di adeguatezza, di essere utile e necessario nel mondo. La frustrazione di queste esigenze provoca sentimenti di inferiorità, di debolezza, di abbandono. E’ pericoloso poggiare l’autostima sulle opinioni altrui piuttosto che sulle capacità reali e sulla competenza effettivamente acquisita. Se un uomo impiega 30 anni per possedere, oltre alla prima casa, la casa al mare,  in montagna e a Parigi cercando in tal modo la stima, forse rimane frustrato e pensa che la vita sia una fregatura. La più stabile e sana autostima è quella che si basa sul rispetto dovuto dagli altri e non sulla fama o celebrità esterna e sull’adulazione ingiustificata. Questo bisogno si manifesta nell’africano che desidera sposare una donna e pertanto vuole mettere in mostra i cammelli che sono il frutto del suo duro lavoro; così come nell’ avvocato di Londra che ambisce ad un tenore di vita rispettabile che gli conferisca la stima dei londinesi.

5) Bisogno di autorealizzazione. La chiara emergenza di questo bisogno poggia su qualche precedente soddisfazione dei bisogni precedenti. L’autorealizzazione è uno sviluppo intrinseco di ciò che già esiste nell’organismo, è giungere al pieno sviluppo, alla piena realizzazione delle potenzialità dell’organismo in modo spontaneo. Come l’albero ha bisogno di ricevere dall’ambiente cibo, sole, acqua così la persona ha bisogno di sicurezza, amore, rispetto da parte dell’ambiente sociale. Ma, come nel primo caso, così anche nel secondo, qui è solo dove lo sviluppo dell’individuo comincia. Tutti gli alberi hanno bisogno di sole e tutti gli esseri umani hanno bisogno di amore, tuttavia, una volta soddisfatte queste necessità elementari, ciascun albero e ciascun essere umano si sviluppa a suo modo, utilizzando queste necessità ai fini individuali. Lo sviluppo quindi procede dall’interno e non più dall’esterno. L’autorealizzazione è motivata dalla crescita e non dalla mancanza di qualcosa. Così ai livelli più alti dello sviluppo umano la distinzione tra l’intrapresa e l’espressione, come molte altre distinzioni psicologiche, scompare e viene trascesa, e lo sforzo diviene la via all’astensione dallo sforzo. La motivazione delle persone ordinarie è uno sforzo verso la gratificazione dei bisogni fondamentali, dato che mancano di tale gratificazione. Ma le persone che si autorealizzano, di fatto, non mancano di queste gratificazioni, tuttavia, hanno impulsi. Esse lavorano, cercano, sono ambiziosi, ma in senso non comune, perché la loro motivazione è lo sviluppo del carattere, è espressione del carattere, è maturazione, è sviluppo, in una parola è autorealizzazione. Ogni individuo deve essere come la sua natura lo vuole, ciò che uno – può - essere – deve - esserlo. La forma specifica che questi bisogni assumeranno, varia molto da persona a persona. In un individuo possono assumere la forma del desiderio di essere una madre ideale, in un altro possono esprimersi atleticamente, in un altro esprimersi nel fare quadri o invenzioni. Molti conflitti, molte frustrazioni e molte minacce (che costringono a quelle scelte in cui si esprimono i valori) svaniscono per le persone che si autorealizzano. Gli interessi contrastanti tra adulti e adolescenti non risultano più tali. Come le differenze di sesso di età, così anche le differenze naturali, con le differenze di classe e di casta, con le differenze politiche, di ruolo, di religione ecc. Sappiamo bene che tutte queste differenze costituiscono un suolo che alimenta le ansie, i timori, l’ostilità, l’aggressione, gli atteggiamenti difensivi e la gelosia. Ma al soggetto che si autorealizza queste cose appaiono ingiustificate. La parte più importante del sistema di valori della persona che si autorealizza è qualcosa d’irripetibile ed esprime una struttura caratteriale unica. Questo dev’essere vero per definizione, infatti l’autorealizzazione è attualizzazione di un io e non ci sono mai due io identici. C’è un solo Brahms, un solo Picasso. Tali persone sono più vicine da una parte alla loro specie e dall’altra alla loro irripetibile individualità. In esse scompaiono i dualismi, le polarità, le opposizioni (cuore-mente, ragione-istinto, dovere-piacere ecc) invece di essere antagonisti diventano sinergici. La formula di sant’Agostino “ama Dio e fa ciò che vuoi” può essere tradotta “sii sano e potrai fidarti dei tuoi impulsi”. Nelle persone in questione l’id, l’ego ed il superego sono sinergici e collaborano; non sono in lotta reciproca né i loro interessi sono in disaccordo come nelle persone nevrotiche: Menninger afferma che gli esseri umani realmente hanno bisogno di amarsi scambievolmente, ma non sanno come soddisfare questo bisogno. Le persone sane trovano la cosa molto meno difficoltosa. La maggioranza dei comportamenti umani  sono multimotivati cioè determinati da molti o tutti i bisogni fondamentali e non da uno solo di essi. Il mangiare può essere motivato in parte dall’intento di riempire lo stomaco ed in parte per cercare conforto e per soddisfare altri bisogni ecc. Le persone in genere hanno questi bisogni fondamentali più o meno nell’ordine indicato e se ne sono state soddisfatte durante tutta la loro vita, particolarmente nei primi anni, sembrano sviluppare eccezionali capacità di resistere a presenti o future frustrazioni dei medesimi bisogni. Possono nuotare contro la corrente dell’opinione pubblica, difendere la verità a gran prezzo personale, affrontare l’odio, il disprezzo e la persecuzione se sono stati amati ecc. Quelli che hanno amato e sono stati amati bene e che hanno avuto profonde amicizie, possono affrontare l’odio, il disprezzo e la persecuzione. Questi bisogni emergono gradualmente: se il bisogno A viene soddisfatto ad esempio al 70% emerge il bisogno B per un 10%. La persona che effettua tale cammino trova spontaneo seguire l’insegnamento dei grandi maestri di vita. “Perché chi vorrà salvare la sua vita, la perderà; ma chi avrà perduto la propria vita per me, colui la salverà. Infatti che giova all’uomo l’aver guadagnato il mondo intero, se poi ha perduto o rovinato sé stesso?” (Luca, IX, 24-25). “Prima che Abramo fosse, Io sono”. E ancora  “Ve lo dico fin d’ora, prima che accada, affinché, quando accadrà, crediate che io sono”.  Il Buddha insegna che per giungere allo stadio supremo dello sviluppo umano non si deve aspirare al possesso. Il Maestro Eckart insegnava che non avere nulla e rendersi aperti e “vuoti”, fare cioè in modo che il proprio io non ostacoli il cammino, costituisce la condizione per il raggiungimento di ricchezza e forza spirituali. Dovremmo proporci come meta quella di –essere- molto non già di –avere- molto (Marx).

Il concetto dell’essere è un importante argomento filosofico; un aspetto fondamentale è il concetto di processo, attività e movimento quale costituente dell’essere. L’idea che l’essere implica mutamento, vale a dire che l’essere è divenire, ha avuto i suoi massimi e più decisi assertori agli esordi ed al culmine della filosofia occidentale: in Eraclito e in Hegel. Le strutture viventi possono esistere soltanto se mutano, trasformazione e crescita sono qualità inerenti al processo vitale. La conoscenza ha inizio con la demolizione delle illusioni, con la de-lusione (Ent-tauschung in tedesco). Conoscere non significa essere in possesso della verità, bensì andare sottolo strato esterno e tentare criticamente e attivamente di avvicinarsi sempre più alla verità. “Scuotersi dal sonno”, svegliarsi sono gli inviti al popolo ebraico, a rendersi conto che i suoi idoli sono null’altro che opera delle sue mani, null’altro che illusione. Gesù afferma: “La verità vi farà liberi”. Il concetto di autoconoscenza di Freud si fonda sull’idea di distruggere le illusioni (razionalizzazioni) per assumere consapevolezza della realtà inconscia. Il carattere comune è la umana salvezza e la consapevolezza che la conoscenza non è la certezza della assoluta verità bensì il processo autoaffermativo della ragione umana.

La felicità esiste, non perché se ne possiede il concetto, ma perché talvolta ne sperimentiamo la condizione. Può essere perduta come condizione d’esistenza, ma non cancellata come esperienza quindi può essere ricercata, ricreata, e in questo ricrearsi esprimere la vita. Rispetto al dolore che inchioda, stringe e costringe, la felicità lambisce, balena e dispare, per questo appare transitoria mentre il dolore più consueto e abituale. La felicità è quella pienezza che nel momento in cui la si possiede, se ne è, in effetti, posseduti. In questo evento che ci possiede, non possiamo definire la felicità ma solo viverla. L’uomo “non sa” di essere felice, ma “si sente” felice. La felicità non premia la virtù, così come il dolore non punisce la colpa. Questa mancanza di consequenzialità fa apparire felicità e dolore spietati giochi della sorte. La cecità con cui il dolore colpisce è pari alla gratuità con cui la felicità è assegnata. Il tempo ci fa sopravvivere al dolore così come inesorabilmente consuma la felicità. Immerso in una condizione che tende a ignorare la separazione, chi è felice vive quella sensazione di totale integrità dove indistinta diventa la percezione della differenza tra sé e il mondo, tra sé e l’altro. Questa condizione, che Freud chiama “fusione” ognuno di noi l’ha avvertita nella fase prenatale e nella prima infanzia che, traslato dalla storia personale a quella di un popolo, ha fatto sì che ogni cultura fissasse la propria condizione felice nel tempo remoto della mitica età dell’oro da cui un giorno infelici ne uscimmo. Questa primitiva felicità può essere recuperata per brevi istanti, Freud dice: “Al culmine dell’innamoramento dove il confine tra Io e oggetto minaccia di dissolversi e dove l’innamorato afferma che io e tu sono una cosa sola ed è pronto a comportarsi come se fosse così”. Questa illimitata espansione di sé, in cui la felicità consiste non è patologica solo perché è eccezionale. Chi è felice lo è sempre secondo un’idea e le idee sono storiche e stratificate dallo spessore epocale. Per i Greci la felicità consisteva nella capacità di controllare il proprio destino. “Eudaimonia”, come i greci chiamavano la felicità, vuol dire “buon demone”, in parte dato dalla sorte, in parte acquisibile, adottando uno stile di vita capace di meritarsi il sorriso del destino. Per i Cristiani la felicità è proiettata nell’altro mondo e promessa a chi, attraverso il dolore, la guadagna in questo mondo. In pratica: accettazione incondizionata dell’esistente con speranza di felicità futura. Per noi, uomini d’oggi, la felicità sembra collocarsi nella rivendicazione individuale all’espansione di sé, non importa se a scapito degli altri, e nell’esercizio incondizionato della libertà. Ma tutte queste figurazioni della felicità elaborate dalla filosofia minacciano di essere oscurate dalla parola delle neuroscienze, per le quali la felicità risulta dalla buona armonia dei tre cervelli: quello “rettiliano” collocato nell’area ipotalamica e che presiede le funzioni vitali del bere, del mangiare, del dormire e del fare l’amore, quello “limbico” che presiede gli automatismi che regolano le azioni che compiamo senza pensare, e quello “corticale” con cui ragioniamo, calcoliamo, disegniamo, creiamo. Le neuroscienze, attraverso il metodo riduttivo delle scienze esatte, sono in grado di giungere a quella definizione di felicità tanto cercata dai filosofi. Ma se è vero che a volare troppo alto, come fanno i filosofi, ci si può bruciare le ali, è altrettanto vero che, forse, volando troppo basso si finisce per trovare quell’ideale di felicità che, nel racconto di Nietzche, rivendicano i piccoli uomini: “una vogliuzza per il giorno, una vogliuzza per la notte, fermo restando la salute. Noi abbiamo inventato la felicità, dicono i piccoli uomini, e strizzano l’occhio”.

Il mondo orientale aveva elaborato già mille anni prima che Omero raccontasse le avventuro di odisseo, il suo modello di eroe: si tratta di Gilgamesh, il leggendario sovrano di Uruk, un eroe che è tale perché, dopo aver peregrinato per tutto l’orbe conosciuto ed aver fatto innumerevoli e meravigliosi incontri, raggiunge quella conoscenza di sé che lo porta finalmente alla pace interiore e all’accettazione della sua natura mortale. Anche Ulisse rappresenta l’umanità nel suo complesso, con le sue angosce, desideri, ansie ed aspettative. Quando Dante interroga Ulisse si nota che è un uomo alla continua ricerca della “conoscenza”, per la quale è disposto a rimettersi in viaggio anche dopo aver raggiunto Itaca, con una moglie fedele che lo ama, un vecchio padre che ha bisogno di lui e un figlio in tenera età.

La mentalità ebraico cristiana, annunciando una terra promessa e una patria ultima, ha fatto della nostra anima un’anima orientata a una meta che vive l’inquietudine dell’attesa e del tempo che la separa dalla meta. Anche l’anima dei laici è orientata escatologicamente ( negli obiettivi che si pongono, nelle mete ecc.)  Che ne è dell’intervallo tra l’inizio e la fine? Che ne è del “viaggio”! per chi vuol arrivare? Per chi mira alle cose ultime del viaggio ne è nulla. Le terre che attraversa non esistono; egli viaggia per arrivare non per viaggiare. Così il viaggio muore durante il viaggio. L’escatologia religiosa e la progettualità laica inaugurano un viaggiatore che tratta i luoghi che incontra come luoghi di transito, tappe che lo avvicinano alla meta agognata, la patria ritrovata, la vita realizzata la stabilità raggiunta. L’attesa del Regno aveva ridotto la vita a interregno, a terra di nessuno prima delle cose ultime anche se in quella terra di nessuno trascorre poi la nostra vita. Affrancarsi dalla storia come progresso verso una meta significa abbandonarsi alla corrente della vita, non più spettatori, ma naviganti e in qualche caso, come l’Ulisse dantesco, naufraghi. Il viaggio che salva sé stesso cancellando la mèta inaugura allora una visione del mondo che è radicalmente diversa da quella dischiusa dalla prospettiva della meta che cancella il viaggio. Nel primo caso si aderisce al mondo come a un’offerta di accadimenti dove si può prendere provvisoria dimora finché l’accadimento lo concede, nel secondo caso si aderisce al senso anticipato che cancella tutti gli accadimenti che, non percepiti, passano accanto agli uomini senza lasciar traccia, puro spreco della ricchezza del mondo. Rinunciando a dominare il tempo, iscrivendolo in una rappresentazione del senso, l’anima del viaggiatore che ha rinunciato alla meta sa guardare in faccia all’indecifrabilità del destino rifiutando quei cascami della speranza irradiati da un destino risolto in benevola provvidenza.

 

“La via del fare è l’essere”
Lao-Tse

 

“Ci sono due cose cui tendere nella vita:
ottenere ciò che si desidera ed esserne felici.
Soltanto il più saggio degli uomini può raggiungere la seconda”
L.P. Smith

 

“La verità non è data dai sensi ma dalla ragione; così la vera felicità è data dalla virtù che libera dalle passioni. E’ il sapere a farci conoscere ciò che è necessario per la propria liberazione dalle passioni:
per essere uomo, per essere razionale. Sapere = virtù, malvagi si è solo per ignoranza. Conosci tè stesso per dominare le passioni, per capire cosa occorre per essere uomo:
cerca l’uomo che è in te ed essere felice”.
Socrate

 

Per imparare ad essere saggi, forse, occorre proseguire in questa bellissima ricerca ogni giorno, senza paura di cambiare le nostre radicate convinzioni.

“Solo i grandi sapienti ed i grandi ignoranti sono immutabili”
Confucio


Marco Biagioli - 2005

www.marcobiagioli.it

 

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