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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 30-09-2011, 08.54.21   #11
nemesi1
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Riferimento: Definire il concetto di libertà

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Originalmente inviato da variabile + fisso
Per rendere la questione almeno apparentemente più semplice, possiamo affermare con "certezza" sia evidente a tutti che l'essere è il prodotto di due fattori: patrimonio genetico e influenza esterna nella quale la mente assorbe informazioni dirette ed indirette, consapevoli e non.

Credo ora, sia di estrema importanza distinguere la libertà decisionale da ciò che impongono le caratteristiche proprie della persona. Io posso decidere di imporre a me stesso il ragionamento in molte circostanze, mentre in molte altre non potrò decidere ciò che mi piace. Quando mi reco alle urne, il mio voto non sarà emotivo e di interesse personale, la mia scelta ricadrà in modo razionale, perchè mi sono imposto di migliorare, mi sono chiesto cosa devo essere e cosa devo fare nella mia vita, la conclusione a cui sono giunto è: non mancare di onestà intellettuale.

La mia coscienza mi permette di concepire il libero arbitrio, e in quel esatto istante tale libertà si manifesta inevitabilmente, prende forma in me.

Nel momento in cui rifletto mi sbarazzo di un certo grado di vincolo, nel senso che il mio grado di libertà è maggiore ma rimane comunque circoscritto, proprio perchè i miei interessi, passioni, piaceri e la bellezza sono scelte involontarie ovvero non-scelte.

Non sono affatto soddisfatto del mio ragionamento !! è libertà questa ?

Se sganci il concetto di libertà dalla volontarietà e se concepisci il vero te stesso in ciò che è involontario?
nemesi1 is offline  
Vecchio 30-09-2011, 21.13.30   #12
Tempo2011
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Riferimento: Definire il concetto di libertà

Citazione:
Originalmente inviato da nemesi1
Se sganci il concetto di libertà dalla volontarietà e se concepisci il vero te stesso in ciò che è involontario?
Questa tua affermazione come andrebbe letta, forse in questo modo? Sganci il concetto di libertà dalla volontarietà e concepisci il vero te stesso in ciò che è involontario?
. Se l'interpretazione è esatta, non mi sembra che variabile + fisso volesse affermare quello da te interpretato, poiché, in effetti, molte peculiarità che compongono le passioni, i piaceri ecc., non li scegliamo con un atto "autonomo" ma, in una condizione di "semilibertà". In pratica, anche lui come me, ha un concetto di libertà che ingloba tutto il nostro essere, valutando quanto ci sia di condizionamento interno ed esterno; non limitandosi alle sole azioni che scaturiscono dai comportamenti finali e, quindi, più evidenti. Secondo me, con questo sistema si va alle fonti della nascita, perché quello della libertà dell’essere umano è un vero problema che, tra l’altro, è ancora tutto da verificare. Per altro, come ha affermato Il-Dubbio, l'uomo si dovrebbe emancipare da questi condizionamenti, per potersi avviare in un nuovo "incomincio", o inizio, dove, pur essendo consapevole che questi esistono, dovrebbe mettere in primo piano la sua volontà come fosse veramente soltanto sua (Anche se questo, nella realtà dei fatti, non è vero).
Nella pratica, bisognerebbe che l'essere umano, dopo una attenta riflessione di comodo, concludesse: è vero che io sono il risultato finale di tutti questi condizionamenti, ma ora sono soltanto io, giacché i condizionamenti che mi hanno formato, essendo differenti da tutti gli altri, anche io sono unico. Questo atteggiamento, qualcuno l'ha definito "Libero arbitrio", ma nello stesso momento che lo ha fatto per nostro conto, ci ha tolto il gusto di creaci da soli la nostra libertà e la consapevolezza di lei.

Ultima modifica di Tempo2011 : 01-10-2011 alle ore 20.07.24.
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Vecchio 02-10-2011, 11.38.29   #13
ulysse
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Riferimento: Definire il concetto di libertà

LA LIBERTA’ CH’E’ SI’ CARA!

In una delle loro migrazioni la rana e lo scorpione si trovarono l’uno accanto all’altra sulla riva del fiume.

Lo scorpione si rivolse alla rana:
“Io non so nuotare…fammi il favore…permetti che salga sulla tua groppa e così mi porti sull’altra sponda.”

La rana rispose:
“Fossi matta…poi tu mi pungi col tuo veleno… e anneghiamo entrambi…”

Lo scorpione la rassicurò…mai si sarebbe permesso… e la rana, fiduciosa, fidando nella logica, certa che non si sarebbe suicidato, decise di correre il rischio.

Quando furono in mezzo al fiume lo scorpione punse la rana.
Con voce ormai flebile la rana fece le sue rimostranze:

“Mi spiace…disse la scorpione, ma è la mia natura…mai sentito parlare del genoma?”

Annegarono insieme.

*-MORALE:
Nella sua evoluzione, il vivente sfugge via via al determinismo genetico del DNA e sempre piu’ assume parvenza etica in relazione alla “ libertà”.

Lo scorpione, infatti, ad uno stadio evolutivo ancora primitivo, si dimostrò incapace di una scelta e non potè che essere schiavo del suo programma genetico ancora primitivo.

La rana invece, ad un stadio evolutivo piu’ avanzato, forte della conquista di una parvenza di libero arbitrio ed anche di logica, aveva l’alternativa e potè scegliere: pur conscia del rischio… scommise sulla fiducia, sull’altruismo,…si mise in gioco…. ma le andò male!

Infatti solo chi è libero può scegliere e imparare anche…ma se sbaglia paga…a volte con la vità: regola dell’evoluzione e…della libertà!

Forse è anche per questo che oggi la generosità e l’altruismo sono doti rare.

Però non è detto vada sempre male: in fondo se ancora esiste la specie “Homo Sapiens Sapiens” è perché il gene altruista alla fine tende a prevalere.

Invero la nostra specie è giunta ad uno stadio evolutivo che ci fa liberi dagli istinti…sempre piu’ liberi…se vogliamo, con entusiasmo…Tanto che non parliamo quasi più di istinti, ma di pulsioni e orintamenti genetici che la ragione puo' controllare e dirigere.

Ma se manca la "conoscenza"…privi di una salda cultura…e privi della coscienza degli strumenti di rotta… capita che giochiamo su probabilità a sfavore…non ponderate, forse solo emotive…ideologiche anche…e allora questa libertà può essere peggio della schiavitù: la libertà infatti è lotta e conquista continua, sia biologica che sociale e politica !

Ci consola il fatto che almeno decidiamo noi…se decidiamo!…ma sai quanta adrenalina!… e che brividi!!!

E’ bello vivere pericolosamente...emozionalmen te…ed esserne coscienti anche!…valutando che il troppo stroppia!...o no?


*-NOTA:
La favola, che ho un po’ distorto per fini di evoluzione e di libertà, dicono derivi da una storiella americana…o magari la sua origine è in un favolista greco?
In Internet, comunque, se ne trovano svariate applicazioni…orientate a sostenere le più diverse e, a volte astruse, tesi.
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Vecchio 03-10-2011, 17.39.41   #14
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Riferimento: Definire il concetto di libertà

Citazione:
Originalmente inviato da -Ivan-
Allora come definiamo la libertà?
Mi sono dato una risposta surrogato giusto per farmi contento:
potremmo considerare libera ogni scelta (pur con dietro le sue influenze sociali ed inconsce) in cui l'individuo che la effettua non è sottoposto a violenza psicologica o fisica.
Con questa definizione tenderei a considerare il medico che decide di essere medico perchè lo era suo padre, nel caso in cui non abbia subito pressioni e ricatti espliciti, come una scelta libera.

PROBLEMA: A questo punto bisogna però definire cosa è la violenza psicologica. La società effettua delle pressioni per formare le coscienze che servono per perpetuare quel tipo di società, spesso anche in modo violento, questa è violenza psicologica?

Voi cosa considerate una scelta libera e cosa considerate una scelta non libera?

Credo che il termine “violenza psicologica” sia improprio. Il fattore esterno che influenza ogni individuo in modo soggettivo ha una valenza in questa discussione, ma non la misura di incisione nella persona. In altri termini, consideriamo semplicemente il fattore esterno come tale, sappiamo che esso influisce anche impercettibilmente ed indirettamente, non ci può interessare ora, quant’è il grado di efficacia, ma solo la sua proprietà di condizionare. Ci sono dei meccanismi psicologici, processi elettrochimici che non sono a noi noti, la sensibilità cerebrale per quel che ne sappiamo, assorbe involontariamente, tutto a questo punto è “violenza psicologica”, anche a ciò a cui diamo meno importanza, pare non toccarci.

Citazione:
Originalmente inviato da nemesi1
Se sganci il concetto di libertà dalla volontarietà e se concepisci il vero te stesso in ciò che è involontario?

Ho fatto bene a dire che non ero soddisfatto del mio ragionamento, sentivo che in fondo ero superficiale, mi devo ricredere su quanto scrissi tre giorni fa.
In linea generale, ci si illude facilmente di essere liberi, anzi, non si è neppure interessati alle proprie effettive condizioni, tanto è potente la volontà di soddisfare le proprie esigenze innate che si cela dietro l’illusione di libertà. Viene spontaneo confondere la volontà con la libertà, e più precisamente, un derivato con una “facoltà” (non ho trovato un altro termine adatto).
Per ottenere o tentare una risposta soddisfacente, direi che ora non dobbiamo pensare alla libertà nella vita macroscopica (prostituta, medico, poliziotto), ma per dimostrarne l’esistenza dobbiamo ridurci ad analizzare le “microscelte”. E’ vero che per la prostituta la sua è una non-scelta perché dettata dall’interesse economico, ma è altrettanto vero che tale non-scelta le permetta, dedicando poco tempo alla sua professione, di acquisire un potere economico che a sua volta le concede un grado di libertà maggiore in termini di tempo, tempo ulteriore a quello che ha già ottenuto per sua stessa professione. Ma quel tempo come viene impiegato ? E’ proprio qui che capiamo se la libertà è concreta. A me non interessa la libertà intesa come scelta generica (piacere,interesse,hobby), ma tale dev’essere come razionalità pura, autonoma, libertà massima raggiunta esclusivamente dalle mie capacità intellettive, è ovvio che non posso pretendere una libertà che superi codeste capacità, è ovvio che la libertà assoluta e ideale non è possibile ammetterla in noi stessi.
Noi dobbiamo comprendere se esiste un “piccolo spazio cerebrale asettico”, là dove abbiamo il potere di scegliere incondizionatamente, quello spazio esente da attacchi di varia natura. Non ci interessa ciò che è evidente a tutti, l’influenza dall’esterno e le impostazioni genetiche, che già sole rendono l’uomo per buona parte vincolato, per come è strutturata la mia vita (nella norma,non molto diversa dalla massa), oserei un buon 95% di determinato, sono un uccellino in gabbia !
Quando mi impongo di ragionare, nell’impormelo mi vincolo, ma quello stesso vincolo mi rende capace di provare la libertà di scelta intellettuale, oso ancor di più: l’intelligenza e la libertà sono sinonimi, la stessa parola. Dire, lui è intelligente, lui è libero, sono due proposizioni eguali. Chi, và cercando la verità è sempre un’uomo libero, intelligente. Certo, ogni ragionamento puro che faccio è sempre da rapportare alla realtà, e questo significa che io sono vincolato ad essa cosi come il mio ragionamento, è un circolo virtuoso, in cui l’intelligenza e la realtà (stato attuale delle cose) si inseguono a vicenda, c’è una realtà che ci blocca e una intelligenza che fornisce imput, siamo vincolati ma liberi. Una libertà vincolata dalla capacità intellettuale, dalla capacità di produrre imput.

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Originalmente inviato da CVC
La libertà è un'idea. Quindi anche i limiti che poniamo a tale idea sono idee.

La libertà non è più una questione di scelta, non è la scelta che fa libero un’uomo, ma l’imput che ne deriva dall’intelletto.Voglio peccare di presunzione: la conseguenza è che non esiste la libertà perché non esiste la scelta autonoma, dice bene CVC, esiste solo l’idea di libertà, il pensiero di libertà, l’intelligenza che produce questa idea astratta (libertà), e in quanto tale, appunto, inesistente. L’intelleto dunque produce il mio ragionamento che era ovvio, prevedibile, essere quello, senza contare che spesso la pigrizia permette al carattere, all’istinto, all’emotività di prevalere sull’intelletto. Il ragionamento è un processo in balia del “vizio” intellettuale di cercare tra le variabili la migliore alternativa, che costantemente crea sovrapposizioni che dà luogo all’intuito, anche quest’ultimo quindi, puramente illusorio. Quando parliamo di libertà non dobbiamo associarla all’ideale ma solo convenzionalmente. Non allora il 95% bensì il totale dei nostri giorni è determinato. Se poi vogliamo vedere nella libertà, il fatto di essere muniti di intelletto, bene, ma rimane il fatto che la vita è determinata dallo stesso, tutta prevedibile, in ogni uno di quei 2,5 miliardi di secondi di vita media, non che siamo in grado di prevederla ma effettivamente prevedibile. La natura è deterministica tanto, quanto l’uomo. Quando sono nato, o meglio da sempre, era previsto avrei scritto questo , in questa esatta ora, giorno, anno.
Se l’uomo fosse privo di intelletto, cosa sarebbe? Non sarebbe, non può decidere di prodursi come, cosa e quanto vuole, altrimenti non esisterebbe.
Voglio provare a mettere in relazione il tempo (inesistente) con la libertà (inesistente). Cos’è il tempo, al di là dell’uso convenzionale che ne facciamo, se non una mera sequenza di eventi? Bene !! Nella teoria del Caos, l’intelletto, il carattere, fattori esterni (natura compresa) e genetica, in relazione al tempo producono un’insieme di variabili limitate ma di numero abnorme, tanto che la dinamica è non lineare, a due micro cambiamenti all’apparenza di insignificante differenza, in un’arco di tempo medio-lungo, ne corrispondono due completamente differenti, sempre deterministici ma fuori dalla nostra portata di prevedibilità.
Ciò che vado scrivendo è frutto di riflessione personale, non lo scrivo per convinzione ma solo per darmi e dare eventualmente una base su cui discutere.
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Vecchio 03-10-2011, 20.50.33   #15
Tempo2011
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Riferimento: Definire il concetto di libertà

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Originalmente inviato da CVC
Non concordo sul mettere sullo stesso piano di non libertà chi si prostituisce e chi difende la libertà collettiva ed individuale che è il presupposto di ciò che costituisce la forma politica della libertà: la democrazia. Il poliziotto è un servitore della libertà, che è ciò di più degno. Chi si prostituisce è servitore di ben altro. Per chi ha un ideale in cui crede davvero, servire quell'ideale rappresenta la libertà, la sua libera scelta. Diverso è il discorso se uno fa il poliziotto contro voglia, perchè è per lui l'unica soluzione per sbarcare il lunario. In questo secondo caso sono concordo con te.
Secondo me quello esposto, è una descrizione socio moralistica religiosa, e che non centra nulla con il discorso sulla libertà. Pensi che io non abbia valutato le due differenze moralistiche? Ma nonostante ciò non ho trovato nessuna differenza tra le due libertà. Nella pratica si parla di libertà in assoluto e non di quella vincolata da tabù socio religiosi che, a loro volta, fanno parte di quei condizionamenti esterni di cui si parlava.
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Vecchio 04-10-2011, 02.18.07   #16
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Credo che il termine “violenza psicologica” sia improprio. Il fattore esterno che influenza ogni individuo in modo soggettivo ha una valenza in questa discussione, ma non la misura di incisione nella persona. In altri termini, consideriamo semplicemente il fattore esterno come tale, sappiamo che esso influisce anche impercettibilmente ed indirettamente, non ci può interessare ora, quant’è il grado di efficacia, ma solo la sua proprietà di condizionare. Ci sono dei meccanismi psicologici, processi elettrochimici che non sono a noi noti, la sensibilità cerebrale per quel che ne sappiamo, assorbe involontariamente, tutto a questo punto è “violenza psicologica”, anche a ciò a cui diamo meno importanza, pare non toccarci.



Ho fatto bene a dire che non ero soddisfatto del mio ragionamento, sentivo che in fondo ero superficiale, mi devo ricredere su quanto scrissi tre giorni fa.
In linea generale, ci si illude facilmente di essere liberi, anzi, non si è neppure interessati alle proprie effettive condizioni, tanto è potente la volontà di soddisfare le proprie esigenze innate che si cela dietro l’illusione di libertà. Viene spontaneo confondere la volontà con la libertà, e più precisamente, un derivato con una “facoltà” (non ho trovato un altro termine adatto).
Per ottenere o tentare una risposta soddisfacente, direi che ora non dobbiamo pensare alla libertà nella vita macroscopica (prostituta, medico, poliziotto), ma per dimostrarne l’esistenza dobbiamo ridurci ad analizzare le “microscelte”. E’ vero che per la prostituta la sua è una non-scelta perché dettata dall’interesse economico, ma è altrettanto vero che tale non-scelta le permetta, dedicando poco tempo alla sua professione, di acquisire un potere economico che a sua volta le concede un grado di libertà maggiore in termini di tempo, tempo ulteriore a quello che ha già ottenuto per sua stessa professione. Ma quel tempo come viene impiegato ? E’ proprio qui che capiamo se la libertà è concreta. A me non interessa la libertà intesa come scelta generica (piacere,interesse,hobby), ma tale dev’essere come razionalità pura, autonoma, libertà massima raggiunta esclusivamente dalle mie capacità intellettive, è ovvio che non posso pretendere una libertà che superi codeste capacità, è ovvio che la libertà assoluta e ideale non è possibile ammetterla in noi stessi.
Noi dobbiamo comprendere se esiste un “piccolo spazio cerebrale asettico”, là dove abbiamo il potere di scegliere incondizionatamente, quello spazio esente da attacchi di varia natura. Non ci interessa ciò che è evidente a tutti, l’influenza dall’esterno e le impostazioni genetiche, che già sole rendono l’uomo per buona parte vincolato, per come è strutturata la mia vita (nella norma,non molto diversa dalla massa), oserei un buon 95% di determinato, sono un uccellino in gabbia !
Quando mi impongo di ragionare, nell’impormelo mi vincolo, ma quello stesso vincolo mi rende capace di provare la libertà di scelta intellettuale, oso ancor di più: l’intelligenza e la libertà sono sinonimi, la stessa parola. Dire, lui è intelligente, lui è libero, sono due proposizioni eguali. Chi, và cercando la verità è sempre un’uomo libero, intelligente. Certo, ogni ragionamento puro che faccio è sempre da rapportare alla realtà, e questo significa che io sono vincolato ad essa cosi come il mio ragionamento, è un circolo virtuoso, in cui l’intelligenza e la realtà (stato attuale delle cose) si inseguono a vicenda, c’è una realtà che ci blocca e una intelligenza che fornisce imput, siamo vincolati ma liberi. Una libertà vincolata dalla capacità intellettuale, dalla capacità di produrre imput.



La libertà non è più una questione di scelta, non è la scelta che fa libero un’uomo, ma l’imput che ne deriva dall’intelletto.Voglio peccare di presunzione: la conseguenza è che non esiste la libertà perché non esiste la scelta autonoma, dice bene CVC, esiste solo l’idea di libertà, il pensiero di libertà, l’intelligenza che produce questa idea astratta (libertà), e in quanto tale, appunto, inesistente. L’intelleto dunque produce il mio ragionamento che era ovvio, prevedibile, essere quello, senza contare che spesso la pigrizia permette al carattere, all’istinto, all’emotività di prevalere sull’intelletto. Il ragionamento è un processo in balia del “vizio” intellettuale di cercare tra le variabili la migliore alternativa, che costantemente crea sovrapposizioni che dà luogo all’intuito, anche quest’ultimo quindi, puramente illusorio. Quando parliamo di libertà non dobbiamo associarla all’ideale ma solo convenzionalmente. Non allora il 95% bensì il totale dei nostri giorni è determinato. Se poi vogliamo vedere nella libertà, il fatto di essere muniti di intelletto, bene, ma rimane il fatto che la vita è determinata dallo stesso, tutta prevedibile, in ogni uno di quei 2,5 miliardi di secondi di vita media, non che siamo in grado di prevederla ma effettivamente prevedibile. La natura è deterministica tanto, quanto l’uomo. Quando sono nato, o meglio da sempre, era previsto avrei scritto questo , in questa esatta ora, giorno, anno.
Se l’uomo fosse privo di intelletto, cosa sarebbe? Non sarebbe, non può decidere di prodursi come, cosa e quanto vuole, altrimenti non esisterebbe.
Voglio provare a mettere in relazione il tempo (inesistente) con la libertà (inesistente). Cos’è il tempo, al di là dell’uso convenzionale che ne facciamo, se non una mera sequenza di eventi? Bene !! Nella teoria del Caos, l’intelletto, il carattere, fattori esterni (natura compresa) e genetica, in relazione al tempo producono un’insieme di variabili limitate ma di numero abnorme, tanto che la dinamica è non lineare, a due micro cambiamenti all’apparenza di insignificante differenza, in un’arco di tempo medio-lungo, ne corrispondono due completamente differenti, sempre deterministici ma fuori dalla nostra portata di prevedibilità.
Ciò che vado scrivendo è frutto di riflessione personale, non lo scrivo per convinzione ma solo per darmi e dare eventualmente una base su cui discutere.

Voglio seguire il tuo ragionamento che mi sembra si incentri più sul considerare gradi di libertà che non libertà assoluta.
Che libertà sia un'idea significa che esistono dei processi di pensiero che la generano e quindi è sempre determinata dalla capacità di ciascuno di noi di elaborazione di tali processi. Ma c'è libertà in tali processi? Posso io pensare qualcosa che non sia in termini di linguaggio? E non è il linguaggio la riduzione delle cose in sé? Esattamente la stessa riduzione che la matematica fa nei sistemi dinamici non lineari che porta all'elaborazione della teoria del caos. Quindi non c'è libertà neanche nel caos, perché é pensabile e quindi riducibile. Devo poi escludere il riconoscimento di un'universalità dell'intelletto, dal momento che non siamo tutti raziocinanti allo stesso modo. Allora dove risiede il senso assoluto della libertà? In quell'irriducibile che non conosceremo mai perché non pensabile. E cosa c'è di più peculiare non pensabile per l'essere umano se non la morte, il divenire?
Ed il maggiore grado di libertà che posso avere è sottoporre la mia esistenza a questo pensiero, perché così facendo mi avvicino a riconoscere l'esistenza di quella parte irriducibile del mio essere che è davvero libera perché non riducibile.
Jacques Lacan diceva "Sono dove non penso, penso dove non sono".
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Vecchio 04-10-2011, 06.39.50   #17
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Invero la nostra specie è giunta ad uno stadio evolutivo che ci fa liberi dagli istinti…sempre piu’ liberi…se vogliamo, con entusiasmo…Tanto che non parliamo quasi più di istinti, ma di pulsioni e orintamenti genetici che la ragione puo' controllare e dirigere.

Ma se manca la "conoscenza"…privi di una salda cultura…e privi della coscienza degli strumenti di rotta… capita che giochiamo su probabilità a sfavore…non ponderate, forse solo emotive…ideologiche anche…e allora questa libertà può essere peggio della schiavitù: la libertà infatti è lotta e conquista continua, sia biologica che sociale e politica !

E’ certo trattarsi di determinismo genetico in continua “rarefazione” (se cosi si può dire) ? Oppure l’eredità genetica dell’individuo, rimasta inalterata, è solo in antitesi ad un intelletto evoluto, capace di prevalere ? Quante volte capita di reprimere i propri impulsi ? E’ paradossalmente più libero un’uomo che sfoga le proprie tendenze, di colui che le reprime, in questo caso è più libero l’istintivo che il razionale. E’ più libero un cane che ignora il libero arbitrio o un’uomo convinto di esercitarlo ?

Ulysse, che l’uomo sia sempre meno animale, meno istintivo, sono daccordo, non sono cosi certo però, che questo dato di fatto, implica necessariamente la libertà, cosi come va intesa, in senso stretto del termine.
Evolversi non è sinonimo di maggior libertà, mi vengano pure a contraddire in questo, riferendosi ad una genetica in via di “estinzione”, ad un intelletto più raffinato, alla capacità di rendersi esenti da influenze culturali, ma niente di tutto ciò, giustifica la libertà nel suo più ambizioso e giusto concepimento. Non ci possiamo ritenere liberi, solo perché osserviamo nella storia antropologica, un approccio metodico dell’uomo, diverso nel tempo, più razionale. Noteremo solo che la libertà è intesa in modo differente, o meglio, la libertà è differente, ma visto che non credo nella libertà, dirò infine che, gli schemi mentali sono differenti. Forse tendo ad essere un relativista, ciò che oggi pensiamo normale, è destinato inesorabilmente al cambiamento, il pensiero ci rende “liberi” secondo le verità di un determinato contesto socio-culturale, di una determinata epoca.

Io voglio azzardare quel mio pensiero che rimugina costantemente nella mia mente: la ragione rimanda il mio cervello sistematicamente ad una serie di settori impegnati quali, la conoscenza, l’esperienza e il potere di immaginare. In ogni caso abbiamo la tendenza a seguire degli schemi ben precisi. L’intelletto (di cui ho fatto un abuso del termine in questa discussione) non mi permette di pensare quello che voglio e nemmeno quando voglio, è una serie di eventi concatenati tra loro, un’effetto domino, secondo dopo secondo.
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Vecchio 04-10-2011, 16.24.44   #18
il Seve
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Riferimento: Definire il concetto di libertà

Il caso della prostituta che è condizionata dalla miseria è certamente un caso di limitatezza di libertà. Quindi ci si chiede se in casi di limitatezza estrema sia il caso di porsi il problema se siamo veramente liberi. Ma se si parte da casi in cui la libertà, pur limitata, viene comunque ammessa, come ci si può chiedere poi se la libertà è un’illusione? E’ chiaro che poi si continua a credere che nonostante tutto siamo ancora liberi, perché qualsiasi risposta si dia, si parte sempre dalla premessa che ci siano dei casi in cui la libertà viene limitata, ma c’è comunque. Il problema di questo cattivo modo di procedere è che non si parte dalle tesi generali per verificarne l’incontraddittorietà, ma dai casi particolari, i quali si presume che dovrebbero servire ad illuminare le tesi generali per provare se reggono. Ma i casi particolari possono essere infiniti e quindi diventa impossibile corroborare o meno qualsiasi tesi.

La libertà è un problema filosofico, quindi mi proporrei a questo punto di tirare fuori almeno qualcosa dal ricco materiale prodotto dai filosofi in 26 secoli di storia.
Ad esempio, se si discute di libertà umana (generalmente chiamata libero arbitrio), e si considera che l’umano è parte del più ampio contesto dell’essere in generale, sarebbe opportuno occuparsi prima della libertà che riguarda l’essere in generale, per trarre di conseguenza delle conclusioni su quell’essere in particolare che è l’uomo. (Mi sembra che non sia opinabile che quello che vale in generale vale per i casi specifici.)

Cosa chiede la libertà dell’essere? Che l’accadimento sia nel regno della possibilità e non nel regno della necessità. Cioè è tanto possibile che l’accadimento accada quanto è possibile che non accada. E queste due possibilità stanno sempre insieme perché l’una richiama immediatamente l’altra, e non è possibile che si riferiscano ad un accadimento in modo che quando ci sia l’una non ci sia l’altra. Quindi l’accadimento possibile è sempre accompagnato da due predicati opposti e quindi è contraddittorio. Contraddittori sono di conseguenza anche quegli accadimenti particolari che sono le decisioni umane. Non esiste dunque alcuna libertà e tutto (in ogni dettaglio perché si tratta dell’essere in quanto tale) è destinato già da sempre. Del resto uno dei più acuti investigatori della libertà umana, cioè Kant, pone la libertà come un postulato, cioè un asserto non dimostrato e quindi non vero, il cui valore è soltanto funzionale, pratico, utile, per non buttare a mare ciò da cui si vuole far dipendere dal postulato.

NOTA Un postulato in quanto tale è il massimo della truffa intellettuale, perché, come ne caso appena citato, ciò che dipende lo si fa diventare il fondamento, continuando ancora a dire che è qualcosa di dipendente. E’ un po’ come quando si postula un Dio eterno da cui dipenderebbe il suo ingresso nelle nostre vite, dimenticando che per asserire ciò, Dio deve essere già entrato nelle nostre vite e quindi è la sua eternità che si basa sul tempo e non viceversa, con le grosse contraddizioni che poi questo genera. Oppure è come quando in campo matematico e scientifico (dove i postulati abbondano) si modificano le teorie per farle entrare in accordo con l’esperienza. L’esperienza non attesta teorie, ma casi particolari, e volendo tenere fermi questi, si cambiano le teorie. Ne viene fuori che i casi particolari che dovrebbero dipendere dalla teoria generale sono nella pratica fatti valere come ciò che decide della teoria.

Un altro modo importante per rilevare la contraddittorietà del significato di libertà sta nel considerare un aspetto essenziale del significato di possibilità. Qualcosa è possibile proprio perché, non accadendo, non è manifesto. Quindi quando si dice che un accadimento è possibile, si sta attribuendo all’accadimento qualcosa di non manifesto. Ma la manifestatività (cioè l’evidenza) è uno dei due elementi della verità (l’altro essendo l’innegabilità), e quindi la possibilità fa emergere la struttura tipica dell’essente contraddittorio che consiste nell’essere qualcosa che asserisce un contenuto che non riesce a mostrare. (Ogni essente contraddittorio è un modo in cui si manifesta l’essere del nulla, ma questo è un discorso che approfondirò un’altra volta.)

Se la libertà è contraddittoria e quindi non esiste, sono contraddittori e non esistono anche tutti quei significati che dipendono da essa. Ad esempio, contingenza, potenza, dovere, responsabilità, valori morali, azione, scopi, mezzi, finalismo, forze (naturali, psichiche, ecc.), pratica, produzione, utilità, esperimento, scelta, impulso, energia, legge (giuridica, economica, scientifica e tutte quelle che non presentano la necessità in senso filosofico), volontà, creazione e distruzione, creatività, invenzione, e tutti i loro sinonimi.

Ho cercato di spiegarmi al meglio tenendo conto della stringatezza del post di un forum. Chi fosse a digiuno di filosofia non si meravigli se ci capisce poco: non potevo catapultare il vasto contesto a cui fa riferimento la risposta che ho schemattizzato, ma non potevo nemmeno non dare la risposta più adeguata al livello di discorso che impone la tematica in discussione.

Chi volesse delle coordinate bibliografiche riguardanti appunto la mia risposta, può consultare l’ultimo paragrafo del cap. III e tutto il cap. IV di “Destino della necessità” del filosofo Emanuele Severino, con l’avvertenza che non si lasciano leggere senza una competenza di base specifica in filosofia. Fa eccezione il primo modo con cui ho dimostrato la contraddittorietà della libertà, che in origine era modestamente farina del mio sacco e che poi ho ritrovato in uno dei libri degli ultimi anni del filosofo citato. Il libro non so più qual è nonostante una ricerca durata giorni, ma pazienza. Credo di non aver trascurato nulla dell’argomentazione che ho letto.
il Seve is offline  
Vecchio 04-10-2011, 18.54.34   #19
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Riferimento: Definire il concetto di libertà

Citazione:
Originalmente inviato da nemesi1
Voglio seguire il tuo ragionamento che mi sembra si incentri più sul considerare gradi di libertà che non libertà assoluta.
Che libertà sia un'idea significa che esistono dei processi di pensiero che la generano e quindi è sempre determinata dalla capacità di ciascuno di noi di elaborazione di tali processi. Ma c'è libertà in tali processi? Posso io pensare qualcosa che non sia in termini di linguaggio? E non è il linguaggio la riduzione delle cose in sé? Esattamente la stessa riduzione che la matematica fa nei sistemi dinamici non lineari che porta all'elaborazione della teoria del caos. Quindi non c'è libertà neanche nel caos, perché é pensabile e quindi riducibile. Devo poi escludere il riconoscimento di un'universalità dell'intelletto, dal momento che non siamo tutti raziocinanti allo stesso modo. Allora dove risiede il senso assoluto della libertà? In quell'irriducibile che non conosceremo mai perché non pensabile. E cosa c'è di più peculiare non pensabile per l'essere umano se non la morte, il divenire?

Sono del parere che sia sbagliato parlare di gradi di libertà, lo si può fare per comprendere meglio la discussione in atto, ma libertà o è o non è. Un certo grado di libertà significa non libertà perché necessariamente deriva da qualcosa. Arrivo a pensare che non sia proprietà dell’individuo, altrimenti esso sarebbe privo di intelletto, non esisterebbe come tale. Non spetta a me dire se l’elaborazione di tali processi siano determinati, posso presumere che se non fossero definiti determinati, non li produrrei, non esisterei.

[/quote]
Ed il maggiore grado di libertà che posso avere è sottoporre la mia esistenza a questo pensiero, perché così facendo mi avvicino a riconoscere l'esistenza di quella parte irriducibile del mio essere che è davvero libera perché non riducibile.
Jacques Lacan diceva "Sono dove non penso, penso dove non sono".[/quote]

Ho piena consapevolezza, sono libero perchè sò di non esserlo, la verità mi rende libero.
Aveva ragione Jacques Lacan la libertà assoluta è quella in cui non penso oppure, io direi, dove qualsiasi cosa posso concepire.
variabile + fisso is offline  
Vecchio 05-10-2011, 08.34.24   #20
nemesi1
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Riferimento: Definire il concetto di libertà

Citazione:
Originalmente inviato da variabile + fisso
Ho piena consapevolezza, sono libero perchè sò di non esserlo, la verità mi rende libero.
Aveva ragione Jacques Lacan la libertà assoluta è quella in cui non penso oppure, io direi, dove qualsiasi cosa posso concepire.

Sono d'accordo sull'escludere i "gradi" di libertà. Però la consapevolezza non mi rende libero perché è un pensiero essa stessa.
La verità mi rende libero, ma non ne avrò mai consapevolezza.
nemesi1 is offline  

 



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