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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 03-09-2013, 22.26.19   #31
0xdeadbeef
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Riferimento: Riflessione su: "Intorno al senso del nulla" (E.Severino)

@ Maral
Ti sembrerebbe plausibile ipotizzare che, secondo la visione di Severino, esistono infiniti universi
paralleli in ognuno dei quali viene, come dire, "conservato" ogni attimo temporale che noi
percepiamo (o che a noi appare)? In ognuno dei quali viene, ovvero, conservato ogni istante di ciò che
chiamiamo "divenire"?
Come potrebbe essere la "realtà" cui Severino arriva con logica inappuntabile? Perchè questa realtà deve
esistere (nel senso di ex-sistere: venire alla luce; disvelarsi), oppure dovremmo dire che Severino sbaglia
in qualcosa, o che pone delle premesse arbitrarie (questa seconda ipotesi è la mia, visto che anche per me
la sua logica è pressochè inattaccabile).
Personalmente, io individuo questa premessa (è arbitraria in quanto tale, e non certo perchè Severino abbia
la possibilità di premettere qualcosa di non-arbitrario) nella considerazione aristotelica di un Essere
come sostanza privilegiata; che diventa, in Severino, non solo considerazione di un Essere eterno, immutabile,
inflessibile, ma anche e soprattutto considerazione di un Essere che fonda una "Gioia gloriosa".
E' proprio per questo che accennavo al concetto di "c'è" in Levinas. Il "c'è" di Levinas non fonda una
"Gioia gloriosa"; il "c'è" è l'anonimo "ronzio cosmico" che precedeva l'apparire della vita, e che seguirà
alla sua scomparsa. Il "c'è" (per come io lo interpreto) è sì Essere eterno, immutabile ed inflessibile, ma
non è una sostanza "privilegiata" (non ha attributi qualitativi).
E' dunque nell'attribuzione qualitativa che io individuo la premessa che Severino pone alla sua "cura". Anzi,
lo stesso fatto che proponga una "cura" presuppone un "fine" cui questa cura dovrebbe condurre (rimediare
all'angoscia suscitata dal divenire).
Severino, da questo punto di vista, si comporta come un vero e proprio "sacer-dote" (colui che pone, che
fissa il sacro), perchè il fine cui la sua cura dovrebbe condurre è, pregiudizialmente, il Bene (o quello
che la dimensione sacrale considera come il Bene). Tutto condivisibile, ma da un punto di vista valoriale, e i punti
di vista valoriali, in quanto fondati sul pre-giudizio, poco hanno a che vedere con la logica (e questo
anche se, ritengo, l'argomentare logico di Severino non viene intaccato da quel primo e originario passo
falso).
E dunque, l'Essere è sì sempre e soltanto ciò che è, ma resta appunto aperta la domanda sul che cosa l'Essere
sia: Gioia eterna? Ronzio cosmico? Altro, come ad esempio il Dio cristiano?
La "causa" è aperta (nota come lo stesso Severino ci dica della radice del termine "cosa"), e nel Tribunale
della Ragione le varie opinioni sono pronte a confrontarsi...
Ho detto "opinioni", ma avrei potuto dire "volontà" (di potenza), non trovi? Questo termine nietzschiano
è stato spesso travisato (anche con ragione, e non che la terminologia del filosofo abbia aiutato ad una
interpretazione "buona" dei suoi concetti...), per cui io proporrei una interpretazione in luce "semiotica",
se così posso esprimermi.
Secondo Peirce anche un pensiero è un "segno", cioè è una interpretazione. In quanto ogni cosa che ci appare
è, appunto, una cosa che ci appare, ciò di cui abbiamo conoscenza non sono i "fatti", ma sono le interpretazioni
(Severino citava, e molto a proposito, Gentile - apparentemente condividendo - all'interno del dibattito sul
"Nuovo Realismo", non so se hai avuto occasione di leggere qualcosa al riguardo).
Se così fosse (se così fosse...), ogni cosa, dunque anche l'Essere, si pone necessariamente (ed è una
necessità davvero fondante, attenzione) all'interno di una certa catena di significanti e di significati. Ogni
cosa è ovvero fondata su un pre-giudizio (naturalmente lo è anche quello che sto affermando, e credo anche
di sapere qual'è il mio...).
Io credo non si possa conoscere l'"oggetto", la cosa oggetto della causa: la "cosa in sè", per dirla con Kant.
Credo però si possa risalire la catena dei significanti e dei significati. Credo ovvero, "grecamente", si
possa cercare di "disvelare", per quanto possibile, l'oggetto dal velo rappresentato dall'opinione che ne ha il
soggetto.
Credo sia, nel nostro caso, possibile comprendere come il pregiudizio si origini, e perchè il pregiudizio
non sia una possibilità, ma una ineliminabile necessità.
Beh, se il pregiudizio si origina dal pensiero, che in radice "segna", cioè già interpreta soggettivamente,
e dà quella che è la SUA versione all'interno della "causa", allora il pregiudizio è necessario, perchè
necessari sono il pensiero ed il "segno" che ne segue. La sua origine è quindi necessariamente NEL soggetto
interpretante, e quindi sarà nel soggetto che dovremo cercare un ulteriore "velo".
Per quel che io conosco di psicologia (ma dovrei dire del soggetto in generale, visto che parlare di
psicologia è fuorviante), ritengo che il soggetto "muova" dalle sensazioni di piacere e di dolore, per cui
la sua volontà (non chiamiamola necessariamente "di potenza"), e quindi il suo interpretare, il suo "segnare"
saranno necessariamente diretti da queste sensazioni.
Ecco perchè dico che esiste un nucleo di illogicità in qualunque cosa che appare. Perchè ogni cosa che
appare è necessariamente originata da un "segno", da una interpretazione. E quindi da un pre-giudizio
modellato sulla volontà di un essente "reale", che si afferma sulla "realtà possibile" rappresentata da un'altro
essente (qui io dico, contrariamente a Severino, che la "potenza" è potenza reale, non solo possibile),
quindi da un altro segno e da un'altra interpretazione. In definitiva: che si afferma su di un'altra
volontà, con una diversa percezione del piacere e del dolore.
Ogni singola volontà ha, per così dire, "ragione" (e dunque ce l'ha anche, e completamente, Severino), perchè
conosce meglio di chiunque altro cos'è bene e cos'è male per se stessa. Trovo consista in questo il "caos"
di cui parlava Nietzsche: nell'impossibilità di qualsiasi fondazione razionale delle cose.
ciao e scusa la lunghezza.
0xdeadbeef is offline  
Vecchio 03-09-2013, 23.03.26   #32
donquixote
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Riferimento: Riflessione su: "Intorno al senso del nulla" (E.Severino)

Citazione:
Originalmente inviato da 0xdeadbeef
@
Ma a questo punto bisognerebbe introdurre un'altra fondamentale domanda: che cos'è il Nulla? Il Nulla, come
avverte Severino, non è facilmente identificabile, perchè nel momento stesso che lo si pensa, o lo si
pronuncia, esso diviene un ente, e quindi non è più il Nulla.
Il Nulla (riflessione mia) forse è definibile solo negativamente, come "ciò che non è". Ma dire "ciò che non
è" è forse equivalente a dire "ciò che non è più, o non è ancora"? Ovvero: può l'Essere situarsi nel tempo?
Ecco, Severino qui dichiara la sua assoluta incompatibilità con il principio di non contraddizione, ed afferma
che l'Essere non può situarsi nel tempo; che l'Essere è ciò che è in eterno, oppure semplicemente non è.
E dunque: possiamo dire che una certa cosa (un "vivente") E' la medesima cosa anche dopo una trasformazione
(anche dopo che il vivente è passato a miglior vita...)?
Qui ho molti dubbi (che certamente nemmeno Severino mi dissipa) sul fatto che lo si possa dire o meno. Il
concetto di Nulla lo lascerei fuori causa, perchè fuorviante (per i motivi di cui sopra): parlerei, in
maniera più esistenziale e drammatica, di Morte.


Trovo molto più semplice e più corretto considerare il nulla per quello che è, cioè nulla. Nel momento in cui lo si pensa diventa una costruzione concettuale e quindi un ente, ma non bisogna mai dimenticare che ogni concetto deve avere un riscontro nella realtà, altrimenti si riduce ad un gioco verbale senza senso, e di questi la filosofia, soprattutto quella moderna, è piena. Non potendosi oggettivizzare il nulla non si può quindi neanche pensare, poichè non avendo questo ipotetico ente alcun attributo si riduce ultimamente ad una pura forma verbale. Non è peraltro nemmeno paragonabile ad una sorta di insieme vuoto, poichè almeno teoricamente questo sarebbe uno spazio in cui inserire qualcosa, ma uno spazio (anche concettuale) è giá qualcosa e questo contraddice il concetto di nulla.
Il frammento di Parmenide a mio avviso è comprensibile se lo si legge come l'affermazione dell'essere assoluto, che è immutabile, eterno e, soprattutto, necessario (non può non essere), poichè dall'essere hanno origine tutti gli enti. Il non essere di Parmenide è appunto il nulla, che non potrá mai essere in nessuna forma e sotto nessun riguardo, e la sua esplicitazione come non essere va intesa non come la realtá di un qualcosa opposto all'essere, bensì come un rafforzamento dell'essere stesso, dal quale nulla è escluso. Se l'essere, correttamente inteso, è onnicomprensivo, è ovvio che da questo non potrá escludersi niente, e se vi fosse qualcosa (anche il "nulla") al di fuori dell'essere quest'ultimo non sarebbe più tale, creando la doppia contraddizione di un essere che ha un altro"essere" al di fuori di sè e nel contempo di un "non essere" che invece "è". E allora come spiegare l'esistenza di questa apparente opposizione fra essere e non essere, o fra essere e nulla? Semplicemente con la peculiare caratteristica umana di non riuscire a comprendere chiaramente i concetti se non confrontandoli fra loro, facendo un paragone con il loro opposto. Conosciamo la luce perchè la paragoniamo con le tenebre, ma se vi fossero 24 ore al giorno di sole anzichè esistere più luce questa paradossalmente sparirebbe, poichè verrebbe a mancare il termine di riferimento per poterla definire come luce. Quando si afferma l'essere, viene naturale per l'interlocutore cercare di definirlo, e lo si fa appunto ponendo il suo teorico opposto, il nulla (o non essere), e una volta definito questo sará più semplice dare un volto anche all'essere. Ma il problema è che all'essere (che identifica tutto ciò che esiste e che ha come sinonimo"infinito") non si può opporre niente perchè qualunque cosa gli si opponesse lo negherebbe. Se quindi l'essere è uno (l'Uno di Plotino) e il nulla non è e non potrá mai essere (senza peraltro considerarlo per questo qualcosa di opposto all'essere), il modo più corretto di definire la disciplina che tratta di questo tema è quella che nel vedanta si definisce la dottrina della "non-dualitá", definizione che supera la tentazione di opporre l'uno al duale o al molteplice e definirlo a partire da questi ultimi.
Rimane la questione, fondamentale, della distinzione fra l'essere e il divenire, che ha impegnato non poco gli antichi e anche, a quanto pare, il professor Severino, e che come la apparente incompatibilitá fra le cartesiane res cogitans ed extensa è più semplice di quanto sembra. Ma di questo proverò a dire in un messaggio successivo.
donquixote is offline  
Vecchio 03-09-2013, 23.36.57   #33
donquixote
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Riferimento: Riflessione su: "Intorno al senso del nulla" (E.Severino)

Citazione:
Originalmente inviato da maral
Severino dice che ogni cosa per intero è fondamentale perché ciascun essente proprio per l'essente che è, è fondamentale.

Non so (non ho mai incontrato un testo che lo spiegasse) cosa Severino intenda con "cosa". Suppongo che sia equivalente di essente, ma allora siamo daccapo perché bisogna vedere che cosa è l'essente. Se io per caso sono un essente e il libro che ho davanti anche allora Severino parla di qualcosa che (a rigore e filosoficamente parlando) non esiste, e alla luce di ciò anche l'eternità degli enti mi appare una insensatezza.
donquixote is offline  
Vecchio 03-09-2013, 23.47.54   #34
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Riferimento: Riflessione su: "Intorno al senso del nulla" (E.Severino)

@ Sgiombo

Severino non indica un "arrivo", ma indica nel nostro tempo (un "nostro tempo" nel senso filosofico) il
tempo in cui la volontà di potenza ha ormai travolto qualsiasi "limite" (morale ma anche fisico, aggiunge
Severino). E ci indica, soprattutto, che questo non è un qualcosa di momentaneo (quelli che Aristotele
chiamava "accidenti"), ma è un qualcosa che avviene necessariamente, cioè ineludibilmente.
Egli individua nella filosofia greca (di Platone, e poi di Aristotele) il "momentum" iniziale di questo
processo di cui noi, oggi, vediamo la maturità (o crediamo di vederla).
Questa quella che "per me" è la grandezza di Severino, il quale esprime i suoi concetti con grande rigore
logico. Il fatto poi che proponga una "cura" ai mali del mondo è di gran lunga più discutibile (ti rimando
alle mie risposte a Maral).
E' vero che il nichilismo è presente in ogni tempo e in ogni società. Questo è, sempre "per me", facilmente
dimostrabile, visto che esso si origina dalla volontà di potenza (che è presente NELL'uomo in quanto uomo,
dunque la cui presenza è necessaria). E' vero però che in alcune società (evidentemente in numero sempre
più esiguo, visto che la cultura occidentale ha ormai invaso il mondo) l'inflessibile non è stato ancora
flesso, per usare la terminologia di Severino, e la trasgressione viene duramente perseguita (nei modi
più vari, non solo dal punto di vista giuridico).
In genere, si osserva in queste società una forte religiosità, unita ad un forte sentimento di appartenenza
ad una "comunità": in genere uno scarso senso dell'individualità.
In queste società, direbbe Severino, l'Inflessibile non si è ancora frantumato; non è ancora stato "squartato"
(pensa al Gilgamesh mesopotamico o a Gesù che muore sulla croce - la qual cosa inorridisce gli arabi), e il
sentimento che, per quanto riguarda l'occidente, è stato originato dal neoplatonismo (l'emanazione da Dio)
è il sentimento dominante.
Non che, con questo, io pensi che i rapporti di produzione (per dirla con Marx); che la materialità; non
giochi un ruolo determinante, per così dire. Sarebbe altresì molto interessante se vi fosse una sufficiente
letteratura sull'argomento del rapporto fra la struttura materiale e la sovrastruttura ideologica; ma, al
momento, mi sembra che il dibattito, soprattutto in Italia, sia ad un livello miserevole (ti posso segnalare
Mario Liverani, in chiave storiografica).
Mi sembra di essere ancora ai tempi di Beppone e di Don Camillo, cioè ai tempi di una letteratura che non
ha ancora capito il rapporto di reciprocità che lega la struttura materiale e quella ideologica, e che
continua ad offrirci letture che individuano, filosoficamente, il "conflitto" nella contrapposizione fra
le due strutture (mentre è da ben altra parte; ma "è", in barba a quelli che dicono che non c'è più).
Ma è proprio perchè gli essenti "diventano" (ad esempio sfruttati, o sfruttatori) che si crea questo
"conflitto"; un conflitto che è politico, sociale, economico; ma che è anche con se stessi, con la propria
condizione di finitezza che non si rassegna a "ciò che è". Filosoficamente, potremmo dire che il "conflitto"
si origina, necessariamente, dalla separazione originaria dell'essente dal suo essere sè stesso: l'essente
diventa altro-da-sè, ecco quindi, ancora, il "divenire" (pur se declinato in maniera diversa da Severino)
come origine dell'alienazione (ecco, a mio modesto avviso, un esempio di interazione fra la struttura
materiale e la sovrastruttura ideologica)
ciao
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Vecchio 04-09-2013, 00.30.55   #35
0xdeadbeef
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Riferimento: Riflessione su: "Intorno al senso del nulla" (E.Severino)

@ Donquixote
E' appunto perchè ogni concetto deve trovare un riscontro nella realtà che propongo di chiamare Morte il
Nulla. Sul Nulla mi sembra chiaro che non è definibile se non negativamente (come ciò che non è). Certo,
a rigor di logica non si può nemmeno pensare (figuriamoci definire), visto che un pensiero è pur sempre
un essente. Senonchè, dice Severino, il Nulla è entificato necessariamente nella prospettiva del divenire,
e visto che questo è un palese errore logico (come Severino dimostra), ecco la mia proposta di "trasferirci"
ad un piano esistenziale: quello della morte (che la Terra Isolata chiama, erroneamente, "Nulla").
E allora, piuttosto che dire che un essente proviene e ritorna nel Nulla, proviamo a dire che una persona
nasce e poi muore, e vediamone le conseguenze.
Il concetto principale che cercavo di mettere in evidenza nella frase cui tu hai risposto è questo: può
l'Essere situarsi nel tempo? Se io dico che Luigi è Luigi, lo dico anche dopo che è morto?
Qui Severino mi dà una risposta incommensurabilmente consolatoria: Luigi, come chiunque altro, è un essente
eterno, quindi è stato, è e sarà per sempre (nella mia prospettiva, in quanto per Severino è e basta).
Lodevole, ma mi è necessaria la stessa Fede che postula l'immortalità dell'anima per esserne convinto.
ciao
0xdeadbeef is offline  
Vecchio 04-09-2013, 01.11.30   #36
paul11
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Riferimento: Riflessione su: "Intorno al senso del nulla" (E.Severino)

(Bentrovato 0xdeadbeef)

Il pensiero di Severino, come esprime sinteticamente e ritengo giustamente Maral , deve comunque essere metaforicamente pensato come una regola sintattica basata sul principio d'identità e del principio di non contraddizione su cui si muove la semantica degli essenti eterni.
Severino è molto attento a non uscire da questo "tessuto" logico ,tanto da utilizzare termini non contraddittori fra il divenire e gli eterni.

Il famoso "cerchio delle essenti eterni dell'apparire " è una bellissima invenzione logica per non cadere in contraddizione fra divenire ed eterni.

Gli essenti appaiono dalla cerchia degli eterni dal "nascondimento" per poi ritornare alla cerchia "sottraendosi" . Quale astuzia!

Significa che la nascita , morte, vita, ieri , oggi, domani, sogni, speranze ,ecc sono tutti quì ora,adesso in questo attimo eterno senza tempo .

Severino con il movimento di chiamare gli essenti ad apparire e poi il sottrarsi non fa altro che camuffare il divenire cercando di giocare sulla semantica mantenendo la ferrea sintassi della regola identitaria e di nno contraddizione.

Una domanda è : ma cosa cambia nella sostanza essere negli eterni ed essere nel divenire? Quali sono i significati dei primitivi e i predicati che vengono declinati? Il primo e fondamentale è che la verità non è la ricerca nel divenire , nell"altrui" , nell"altro" da noi , ma siamo già noi verità.
Se noi siamo eterni e verità questo è il Paradiso .


In quella cerchia degli essenti vi sono tutti gli attimi eterni di tutto e tutti (un sovraffollamento mostruoso).

La successione temporale potrebbe essere interpretata essendo negli eterni come uno scorrere dei fotogrammi cinematografici delle vecchie pellicole analogiche o come si disegnavano i cartoni animati facendo scorrere velocemente i foglietti sovrapposti . Adatto che si potrebbe obiettare a questa teoria una casualità, allora interviene la necessità in modo tale che le sequenze degli apparire di quegli eterni sia logica costruzione di un apparente divenire , ma che in realtà sono appunto la necessaria apparizione della chiamata dalla cerchia degli essenti Significa, ad esempio, che t1, t2, t3 come sequenze temporali di un divenire di un fenomeno,di un evento, se fossero casuali essendo tutto eterno potrebbero apparire invece come ad esempio t2, t3, t1. Cioè un vecchio giovane, un morto nato, ecc.. Ma la necessità dell'apparire fa sì che gli essenti seguano la sequenza così da sembrare un divenire.

Un'altra domanda è il significato dell'esistenza se già tutto è ora nell'eterno.
Quali sono le predicazioni di volontà, libertà, di un sistema di valori in un tempo eterno?

Perchè l'uomo se è verità ed eterno ed è in paradiso ha scelto la strada del divenire? Una risposta potrebbe essere...non ce ne siamo accorti di essere eterni e già in paradiso.
Perchè dagli essenti eterni si storicizza pur essendo negli eterni una progressione storica fino alla gioia e a noi siamo tutti dii?
Se il sistema dell'eternità è eterno e non nasce ,non viene dal nulla allora Dio se è eterno , quale è la differenza fra i due sistemi ?
Infine che importanza ha se io non mi sento eterno e patisco nella vita? ma quale senso ha questo Paradiso di eterni e verità ma che si comporta in divenire di fatto?

Personalmente ritengo questa teoria molto forte ontologicamente , con molte perplessità epistemologicamente e fenomenologicamente e francamente senza senso gnoseologicamente .


paul11 is offline  
Vecchio 04-09-2013, 05.36.31   #37
donquixote
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Riferimento: Riflessione su: "Intorno al senso del nulla" (E.Severino)

Citazione:
Originalmente inviato da 0xdeadbeef
@ Donquixote
E' appunto perchè ogni concetto deve trovare un riscontro nella realtà che propongo di chiamare Morte il
Nulla. Sul Nulla mi sembra chiaro che non è definibile se non negativamente (come ciò che non è). Certo,
a rigor di logica non si può nemmeno pensare (figuriamoci definire), visto che un pensiero è pur sempre
un essente. Senonchè, dice Severino, il Nulla è entificato necessariamente nella prospettiva del divenire,
e visto che questo è un palese errore logico (come Severino dimostra), ecco la mia proposta di "trasferirci"
ad un piano esistenziale: quello della morte (che la Terra Isolata chiama, erroneamente, "Nulla").
E allora, piuttosto che dire che un essente proviene e ritorna nel Nulla, proviamo a dire che una persona
nasce e poi muore, e vediamone le conseguenze.
Il concetto principale che cercavo di mettere in evidenza nella frase cui tu hai risposto è questo: può
l'Essere situarsi nel tempo? Se io dico che Luigi è Luigi, lo dico anche dopo che è morto?
Qui Severino mi dà una risposta incommensurabilmente consolatoria: Luigi, come chiunque altro, è un essente
eterno, quindi è stato, è e sarà per sempre (nella mia prospettiva, in quanto per Severino è e basta).
Lodevole, ma mi è necessaria la stessa Fede che postula l'immortalità dell'anima per esserne convinto.
ciao

È ovvio che qui entra in questione la distinzione fra l'essere e il divenire, che io vedo in questo modo: l'essere, in sé, è immutabile, eterno e necessario, ed è ovviamente il principio (origine) di ogni ente. Gli enti sono le essenze (o se vuoi le "anime") degli essenti, ovvero la parte statica, immutabile, metafisica di quelli che io considero esseri-visti-nel-loro-costante-e-ininterrotto-divenire, e quindi gli essenti sono la versione "storica" degli enti. Prendendo sempre ad esempio Luigi, l"ente" Luigi è ciò che lui è, che è stato, che sarà, ma anche tutto ciò che non è stato e che non è potuto o voluto essere perché una serie di contingenze dovute alla cultura, all'ambiente e al periodo in cui è vissuto non glielo hanno permesso. in pratica l'ente Luigi è la somma di tutte le sue possibilità, espresse o inespresse, e quindi in una parola la sua "potenza", e anche il suo principio poichè tutto proviene da lí. L'essente Luigi è invece l'espressione storica, l'attualizzazione, delle limitate possibilità (potenza) che l'ente Luigi nel suo divenire in questo mondo, costretto da una serie di inevitabili limitazioni, ha avuto occasione di manifestare. Quindi, da questo punto di vista, si può dire che ad un certo punto della storia muore l'essente Luigi, ma non l'ente Luigi che non essendo sottoposto al processo del divenire rimane integro e immutabile in tutte le sue possibilità. Ma anche qui si pone allora il problema di postulare l'immortalità dell'anima: ci arrivo. Vediamo un attimo, prima, che cosa è la morte: tu vorresti assimilarla al nulla, ma a mio avviso è una forzatura poiché la morte come noi la consideriamo è rigorosamente una "trasformazione" e quindi se vi è ad un certo momento della vita una "cesura" fra ente Luigi ed essente Luigi determinata dalla morte fisica di Luigi, da un lato Luigi "ente" rimane immutato e come dire "in sospeso", mentre dall'altro quel che rimane di Luigi "essente" non subisce una annichilazione ma continua a trasformarsi ininterrottamente decomponendosi e diventando magari energia per altri "essenti". Se rimaniamo al nulla come lo abbiamo inteso prima qui non ve n'è traccia, al di là del fatto che ci viene in soccorso anche il principio (della termodinamica?) che afferma che niente si crea e niente si distrugge ma tutto si trasforma.
Torniamo all'ente Luigi: che fine fa quando si "separa" dal suo essente? Semplicemente ritorna da dove è venuto, all'essere, che è poi il concetto che teologicamente si esprime dicendo che "l'anima è tornata in cielo", poiché l'essere è in definitiva la possibilità universale infinita, che si manifesta costantemente, e parzialmente, attraverso le possibilità manifestate da tutti gli essenti. E allora dove sta l'inghippo? Se tutti gli enti ritornano all'essere e ogni ente è assimilabile all'anima allora l'essere è pieno di anime che sono immortali e quindi si possono tranquillamente "reincarnare" in un altro essente. Qui secondo me cade Severino, che considera eterni tutti gli enti.
Severino ritiene, come del resto la stragrande maggioranza dei pensatori di ogni luogo e tempo, che gli enti esistano di per sé, e quindi ognuno è principio di se stesso e in quanto tale eterno, ma questa é una illusione, dovuta ancora al modo umano di conoscere separando le cose per poi potersele rappresentare in maniera più definita una-cosa-alla-volta. Non esiste, effettivamente, alcun ente indipendente, poichè se giá l'essente è dipendente da tutto ciò che gli sta intorno per poter vivere e senza il quale non potrebbe farlo, l'ente (principio dell'essente) é dipendente dall'essere, che ne é il principio e al quale è costantemente collegato. Di solito uso l'esempio del sole per chiarire, che mi sembra adatto: il sole è l'essere, e tutti gli indefiniti raggi del sole sono gli enti, che consentono ad esempio agli essenti terrestri di poter vivere, e senza i quali non potrebbero. Ma i raggi del sole non sono effettivamente tali, lo sono solo in virtù di una arbitraria separazione della ragione umana che li ha voluti definire così. Io se guardo il sole lo vedo tutto, non solo un raggio, o diversi raggi, così come qualsiasi essere della terra vede il sole completamente, come se fosse "tutto solo per lui". Così noi possiamo parlare per comoditá di "anima individuale" o di ente, o di essenza, che è il nostro principio, ma di fatto questa definizione è una arbitrarietá poichè la nostra essenza effettiva è tutto l'essere e non solo un raggio, che senza il sole non potrebbe ovviamente esistere. Così quindi l'ente Luigi torna teoricamente all'essere quando l'essente Luigi muore, ma di fatto rimane dov'è perchè non è mai andato da nessuna parte (come i raggi del sole non si muovono ma rimangono sempre "attaccati" al sole) e quindi è insensato, se non inteso in senso metaforico, dire che l'anima "scende dal cielo" quando nasce un bambino, perchè per un verso noi siamo giá nel cielo, mentre per l'altro il "cielo" é in noi. L'essere è quindi uno, solo, infinito e immutabile, e il divenire è l'entificazione dell'essere, l'anima mundi, la sua potenza creativa che, agendo senza agire come il Tao, manifesta l'essente (che poi l'uomo arbitrariamente e per propria comoditá separa in "essenti"), così come il sole che, senza fare niente ma semplicemente essendo se stesso, "porta alla luce" tutte le cose.
Ad essere eterno è quindi solo l'essere, che come nell'esempio del sole è attivo per intero in ogni ente (non si può in questo caso non citare S.Paolo quando afferma che "Dio è tutto in tutti"), e gli enti o le anime dei vari essenti, o esseri manifestati, che transitano nel mondo del divenire sono i "raggi" dell'essere (atman), che consentono ad ogni essente di manifestarsi e di essere quello che è.
Un'ultima cosa. Non sono affatto d'accordo con la definizione aristotelica di Dio (o dell'essere) come "atto puro", peraltro condivisa da fior di pensatori, per due ragioni. La prima è che se lo si definisce in questo modo gli si oppone la potenza, che deve essere "altra da sé", e quindi si contraddice il concetto di essere come ciò da cui nulla è escluso, e la seconda è che se si esclude la potenza dal concetto di essere non si può rendere ragione del divenire, che appunto abbisogna di potenza per manifestarsi come divenire, per dare vita, attraverso l'ente creatore, all'essente. Tutte le possibilitá rimarrebbero quindi inespresse, e il concetto di Dio o di essere verrebbe svuotato di ogni funzione e perderebbe tutto il senso. L'essere è quindi solo e semplicemente l'essere, nel quale potenza e atto coincidono e sublimano.
donquixote is offline  
Vecchio 04-09-2013, 10.02.34   #38
gyta
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L'avatar di gyta
 
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Riferimento: Riflessione su: "Intorno al senso del nulla" (E.Severino)

Citazione:
Gyta: gli essenti per Severino non sono affatto monadi, ma l'esatto contrario, essi sono perpetuamente in relazione. sono configurazioni peculiari, ma globali che comprendono nella propria prospettiva particolare ogni essente ed è questo che dà a loro un significato specifico, ma sempre aperto
(Maral)
Non ho detto che lui lo siano, ma la sensazione che scaturisce in me -dalla sua visione intorno all’eternità degli enti- lo è:
difficile concepire una relazione laddove la trasformazione venga di fatto negata!
In cosa consisterebbe allora tale relazione?

E’ il tempo che attraverso la comunicazione consente la trasformazione (o letta viceversa: la trasformazione è comunicazione è tempo).
La relazione è fondamentalmente (siamo qui in campo metafisico) assenza di identità o letta viceversa, l’identità è la relazione stessa.
Ma se la relazione è il tempo l’identità dell’essere (l’essere stesso) è la relazione.
La relazione fra gli enti è l’essere, gli enti non sono che momenti* dell’essere.
Ma se il –concetto- di tempo coincide con lo spazio, l’essere è potenza.
L’essere in sé e per sé, al di “fuori” ed al di “dentro” dello spazio-tempo la cui identità è la relazione, è potenza.
Non quindi eternità né caducità o finitezza.

Il “velo”, a mio avviso, è credere che l’identità (dell’ente quindi dell’essere) sia altro dalla relazione.
Ovvero (il “velo” è) l’intendere ciò che appare -i momenti separati- come reale -come identitari (=possedenti una distinta e definita identità).

Il mio discorso è riferito ad un’analisi metafisica non psicologica del soggetto come individuo nella sua singolare e inderogabile dignità distinta e irreplicabile. Questa distinzione nell’analisi è fondamentale per non giungere a negare l’individuo in favore dell’essere od asserire l’individuo in vece dell’essere, negando in tale modo l’uno e l’altro, visto che l’uno è in virtù dell’altro.

La sostanza –sub-stantia- cui accenna Jeangene è allora in questa analisi una non sostanza:
la potenza, che si realizza nello spazio-tempo come rapporto.

In tal caso parlare di eternità degli enti o dell’essere non ha senso, essendo l’essere la potenza che definisce e realizza il tempo stesso. Possiamo parlare di una potenza attraverso cui ogni cosa appare come identità definita ed al contempo è ogni altra possibile, una potenza attraverso cui ogni cosa appare ciò che fondamentalmente non è.

Il senso che individua e distingue l’eternità, il tempo, lo spazio, i caratteri, non è che il senso di quella potenza che è questa.
Allora il “disvelare” (anche nelle parole di Oxdeadbeef) e la Gloria, altro non consistono che in questa coscienza che si rivela alla nostra indagine.


Citazione:
Secondo Peirce anche un pensiero è un "segno", cioè è una interpretazione. In quanto ogni cosa che ci appare è, appunto, una cosa che ci appare, ciò di cui abbiamo conoscenza non sono i "fatti", ma sono le interpretazioni [..]

Se così fosse (se così fosse...), ogni cosa, dunque anche l'Essere, si pone necessariamente (ed è una necessità davvero fondante, attenzione) all'interno di una certa catena di significanti e di significati. Ogni cosa è ovvero fondata su un pre-giudizio [..]

Io credo non si possa conoscere l'"oggetto", la cosa oggetto della causa: la "cosa in sè", per dirla con Kant.
Credo però si possa risalire la catena dei significanti e dei significati. Credo ovvero, "grecamente", si possa cercare di "disvelare", per quanto possibile, l'oggetto dal velo rappresentato dall'opinione che ne ha il soggetto.

Credo sia, nel nostro caso, possibile comprendere come il pregiudizio si origini, e perchè il pregiudizio non sia una possibilità, ma una ineliminabile necessità.
Beh, se il pregiudizio si origina dal pensiero, che in radice "segna", cioè già interpreta soggettivamente, e dà quella che è la SUA versione all'interno della "causa", allora il pregiudizio è necessario, perché necessari sono il pensiero ed il "segno" che ne segue.
La sua origine è quindi necessariamente NEL soggetto interpretante, e quindi sarà nel soggetto che dovremo cercare un ulteriore "velo".
Per quel che io conosco di psicologia (ma dovrei dire del soggetto in generale, visto che parlare di psicologia è fuorviante), ritengo che il soggetto "muova" dalle sensazioni di piacere e di dolore, per cui la sua volontà (non chiamiamola necessariamente "di potenza"), e quindi il suo interpretare, il suo "segnare” saranno necessariamente diretti da queste sensazioni.
Ecco perché dico che esiste un nucleo di illogicità in qualunque cosa che appare. Perchè ogni cosa che appare è necessariamente originata da un "segno", da una interpretazione. E quindi da un pre-giudizio modellato sulla volontà di un essente "reale", che si afferma sulla "realtà possibile" rappresentata da un altro essente (qui io dico, contrariamente a Severino, che la "potenza" è potenza reale, non solo possibile), quindi da un altro segno e da un'altra interpretazione. In definitiva: che si afferma su di un'altra volontà, con una diversa percezione del piacere e del dolore.
Ogni singola volontà ha, per così dire, "ragione" (e dunque ce l'ha anche, e completamente, Severino), perché conosce meglio di chiunque altro cos'è bene e cos'è male per se stessa. Trovo consista in questo il "caos" di cui parlava Nietzsche: nell'impossibilità di qualsiasi fondazione razionale delle cose.
(Oxdeadbeef)

Condivido completamente questa riflessione -tranne l’ultima “sull’impossibilità di una fondazione razionale delle cose”.

E’ vero anche secondo me che il “velo” non sta esattamente nel fuori ma nella lettura soggettiva che ne traiamo e che questa non può che essere –seppure in tal modo filtrante- anche l’unica possibile poiché imprescindibile. Ma la coscienza del velo ne abbatte ogni potere oscurante, così che nella coscienza del velo possiamo conoscere le cose per come realmente sono.

La fondazione razionale delle cose, a mio avviso, consiste nella coscienza che il caos è in relazione al pensiero dell’ordine e viceversa. Il caos non può essere senza ordine e viceversa.

Ma non sono reali in sé, significando la tipologia di rapporto e la sua assenza.
Nella tipologia del rapporto il caos non risulta comprensibile. Nella tipologia dell’assenza di rapporto l’ordine non risulta comprensibile (anche se fondamentalmente tradisce la credenza sottostante di una qualsivoglia relazione).

Ogni “singola volontà ha ragione” nel senso che ogni singola volontà si muove entro un determinato ordine, quella sua volontà (conscia o inconscia) medesima. Nella coscienza e nella conoscenza dei differenti ordini interiori o volontà differenti consiste, a mio avviso, la base razionale delle cose. Tanto più quando scavando nella conoscenza reciproca (e pure delle cose) giungiamo a comprendere che le dinamiche profonde che muovono le differenti volontà non rappresentano che la medesima volontà di benessere seppure colta per gradi ed in contesti differenti.


* Non mi piace "momento" ma non mi viene di meglio
gyta is offline  
Vecchio 04-09-2013, 14.14.07   #39
jeangene
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Originalmente inviato da gyta
La sostanza –sub-stantia- cui accenna Jeangene è allora in questa analisi una non sostanza:
la potenza, che si realizza nello spazio-tempo come rapporto.

Si, ho parlato di sostanza perchè mi sembrava il termine più adatto, ma con sostanza non intendo qualcosa necessariamente "materiale", "palpabile", perciò potrebbe essere anche questa potenza di cui parli.

Ultima modifica di jeangene : 04-09-2013 alle ore 16.01.00.
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Vecchio 04-09-2013, 22.40.51   #40
maral
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Originalmente inviato da 0xdeadbeef
@ Maral
Ti sembrerebbe plausibile ipotizzare che, secondo la visione di Severino, esistono infiniti universi paralleli in ognuno dei quali viene, come dire, "conservato" ogni attimo temporale che noi percepiamo (o che a noi appare)? In ognuno dei quali viene, ovvero, conservato ogni istante di ciò che
chiamiamo "divenire"
In realtà gli infiniti universi ognuno rappresentante di un attimo non sarebbero per Severino paralleli, quindi tra loro separati, ma continuamente interrelati. Tra l'altro anche questo eterno "attimo" andrebbe compreso nella sua concretezza significante ove la cosa che in esso appare è il significato dell'essente che è una particolare configurazione del Tutto, In altre parole gli infiniti universi sono proprio gli infiniti essenti nel significato che ad essi compete per come compete, ma non in sé isolati, bensì parti correlati di quel Tutto che li fonda.

Per meglio chiarire occorre rifarsi alla "Struttura originaria" che è il punto di partenza della filosofia di S. fondata sulla verità incontrovertibile del principio di identità. La struttura originaria è costituita dall'immediatezza dell'esperienza che include l'immediatezza dell'apparire dei dati fenomenologici (F-immediatezza) insieme alla immediatezza dei nessi logici che legano i dati fenomenologici dando loro un significato coerentemente espresso dal principio di non contraddizione (L-immediatezza). L'immediatezza prodotta da questi due fattori è l'intero identitario, ossia la cosa nella interezza del suo esserci e insieme significare.
In questo ambito strutturale originario il divenire non può essere un mutare dell'essente, ma un mutare dell'apparire dell'essente la cui causa è data dalla contraddizione C. Ciò che Severino chiama nella Struttura Originaria contraddizione C non è la normale contraddizione superabile a mezzo dialettico per rimozione dell'opposizione tra i contenuti attraverso una sintesi che supera da subito l'isolamento reciproco dei termini tra loro antitetici (antitetici proprio in quanto mantenuti astrattamente separati: o l'uno o l'altro, ossia non considerati in quell'interezza che li implica reciprocamente), ma è invece quella contraddizione che nasce dal fatto che quanto attualmente appare a livello fenomenico non è quel Tutto implicato per via relazionale dal Logos solamente alla luce del quale la cosa può compiutamente (ossia concretamente) apparire per ciò che è.
E' la contraddizione C che spinge al continuo sopraggiungere degli eterni essenti: per essa il Tutto tende all'infinito ad apparire. Nella struttura originaria il Tutto concreto dell'essere ha necessità di apparire come tale, ma questa apparizione fenomenicamente è impossibile per cui la struttura originaria resta isolata da quel Tutto che le compete, resta come Terra Isolata, resta un'astrazione. Proprio questa separazione dà però luogo al dispiegarsi infinito del Tutto attraverso il continuo sopraggiungere degli eterni essenti, necessario per superare la contraddizione C, superamento che però non finisce mai ed è proprio lo spettacolo di questo eterno sopraggiungere degli eterni (dolore compreso in quanto anch'esso essente) che costituisce la Gloria la quale essendo inesauribile toglimento della contraddizione è Gioia.
In questo senso vedevo nel pensiero di Severino la fusione tra l'eternità parmenidea che si incarna nell'essere di ogni essente (e non in un Essere astratto svuotato del suo contenuto) con l'eterno mai concluso fluire eracliteo in cui la contraddizione del sempre diverso apparire (e non di un diverso essere) è sempre ribadita dalla stessa necessità del suo toglimento.

La premessa che Severino assume è l'identità incontrovertibile di ogni essente con se stesso, ma il se stesso integro di quell'essente può essere solo in quel Tutto relazionale concreto (ossia che nulla lascia fuori di se stesso) che fenomenologicamente resta irraggiungibile, sia pure sempre alluso nella sua assoluta necessità.
http://www.youtube.com/watch?v=ai54XnSiIt4

Purtroppo non conosco abbastanza il pensiero di Levinas per tracciare un confronto. Vedrò di approfondirlo

Ultima modifica di maral : 05-09-2013 alle ore 09.58.49.
maral is offline  

 



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