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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 31-08-2013, 01.23.43   #1
0xdeadbeef
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Riflessione su: "Intorno al senso del nulla" (E.Severino)

Prima di tutto, un saluto a tutti voi, visto che manco dal forum da diverso tempo.
Nell'ultimo periodo, sono particolarmente affascinato dalla teoresi di E.Severino, un filosofo verso il
quale posso (ma direi: devo) essere critico, ma del quale non posso che ammirare lo sforzo verso la
radicalità più estrema del discorso filosofico, che è poi null'altro che dire lo sforzo verso IL discorso
filosofico tout court.
Nella sua ultima (ma non ci giurerei, vista la prolificità del nostro...) opera: "Intorno al senso del nulla",
Severino afferma decisamente che la radice ultima del nichilismo risiede nell'accettazione del principio per
cui le cose "divengono" (accettando questo diviene logico pensare che l'essere delle cose provenga
e ritorni nel nulla; cioè che le cose "siano", intrinsecamente, nulla; e che qualsiasi "immutabile" - ad
esempio il Dio cristiano - necessariamente non possa che uscire di scena, per così dire, come acutamente
osserva Severino.
Nell'impossibilità di entificare qualsiasi immutabile (appunto perchè l'ente "diviene"), quella che
Severino chiama "terra isolata" (ovvero la "weltanchauung" occidentale) abbandona ogni proposito di determinare
necessariamente una qualsivoglia legge, ovvero una qualsivoglia interazione fra enti (Severino cita, e a mio
avviso molto a proposito, il principio di indeterminazione di Heisemberg quale uno degli aspetti più
significativi della presenza, nella fisica contemporanea, del senso ontologico del divenire, come dell'
implicazione, da parte di tale senso, dell'imprevedibilità e casualità degli eventi), e quindi erge la
volontà di potenza a giudice supremo, perchè è essa, in ultima istanza, che decide nell'incertezza.
Ecco dunque spiegato il motivo per cui, secondo Severino, la "Tecnica" finisce per assumere i connotati
del fine, anzi: finisce per rendere indistinguibili i concetti classici di fine e di mezzo, perchè indistinguibile
è, nella volontà di potenza (che si serve della Tecnica), ciò che è mezzo da ciò che è fine.
Devo dire che su quest'ultimo punto sono personalmente molto dubbioso circa la logica di Severino (che in altri
passaggi mi appare come stringente, se non addirittura inoppugnabile). Mi sembra che in svariate altre opere
Severino abbia più volte definito l'apparato tecno-scientifico come "rimedio" contro l'angoscia suscitata
dal divenire delle cose, cioè contro l'angoscia primordiale suscitata dal nulla.
Sarebbe allora così incongruo pensare come ad un fine il rimediare all'angoscia per tramite del mezzo costituito
dalla volontà di potenza e dalla Tecnica di cui essa si serve? Certo, comprendo bene come per Severino questo
significhi ri-entrare in una visione "diveniente", ma d'altronde non è certo semplicissimo accettare un
punto di vista, il suo, che negando in radice il divenire afferma necessariamente l'eternità di ogni istante.
Spero che questione interessi qualcuno di voi come interessa me.
mauro
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Vecchio 31-08-2013, 11.30.18   #2
maral
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Riferimento: Riflessione su: "Intorno al senso del nulla" (E.Severino)

Bentornato Mauro, con questa riflessione di profondo carattere filosofico che trova in me una particolare risonanza, in quanto il pensiero di Severino (che reputo il maggior filosofo italiano contemporaneo, l'unico ancora capace di non ridurre la filosofia a nota a margine per altri dicorsi) è stato per me fondamentale una volta superato lo sconcerto (che solo i grandi pensatori sanno dare) che può offrire la sua visione logica fondata sul principio di identità di assoluta immutabilità di ogni essente, così radicalmente distante dalla visone del mondo che ha formato il pensiero occidentale fino alla sua attuale apoteosi tecnica, preludio di quel nichilismo assoluto da cui solo, secondo S., potrà rendersi manifesta la piena Gloria dell'eternità non diveniente del Destino.
L'isolamento della Terra, alla luce del suo pensiero, è infatti il prodotto necessario di quella volontà di potenza che costantemente vuole solo il proprio poter volere come fine esclusivo e irrinunciabile e a tale scopo riduce ogni ente a niente isolandolo nella pura astrazione della sua astrazione in modo tale che le connessioni di ciascun ente a tutti gli altri enti (realtà originaria qui negata) così tranciate siano a completa disposizione della volontà tecnica stessa che così può far essere o non essere qualsiasi cosa voglia (basta saper come). Dunque la Tecnica ha un fine e questo fine è solo la volontà del suo continuo produrre e annientare realizzata nella capacità di dominare completamente il divenire, ossia l'autocontraddittorio passaggio di ogni cosa che è dal niente al niente. A tale scopo la tecnica dunque esige come reale l'irrisolvibile contraddizione logica del divenire (che per Severino non hanno certo risolto né Platone né Aristotele, fondatori del pensiero occidentale) per farsene indiscutibile padrona: l'illusione del mostro che tutto divora tutto creando deve dunque apparire innegabile affinché la tecnica possa farsene padrona e, facendosene padrona, realizzare la sua volontà di potenza suprema di cui ogni essente diventa solo mezzo per attuarla.
Questa volontà tecnica Severino la riconosce inscritta nell'essenza originaria del pensiero greco, di quel solo filosofare originario che volendo astrarre la ragione del tutto (la perla essenziale dall'inessenziale), inevitabilmente si trovò a dover fare i conti con il niente e terrorizzato da esso cominciò a erigere mastodontiche barriere metafisiche (prima mitologiche, poi filosofiche), destinate però sempre a crollare su se stesse, distrutte dalla furia inevitabile del mostro insieme temuto e invocato.
In tal senso la volontà tecnica è dunque sì il rimedio più efficace per tenere il mostro che tutto annienta tutto creando sotto controllo e così lenire l'angoscia terrificante che suscita, è lo stadio culminante del pensiero dell'Occidente in cerca di riparo a ciò che evoca, ma proprio per questo continuamente ne resuscita l'immagine, perché solo nel costante riproporsi dell'illusione di questo inarrestabile divenire (che pur essendo illusione Severino riconosce vero nel suo apparire come illusione) trova il fondamento irrinunciabile di se stessa, della propria volontà tecnica come unico e imprescindibile rimedio.
In tal modo la stessa autocontraddizione del divenire si ripropone nella stessa tecnica che intende controllarlo: il mostro che tutto divora tutto creando deve essere continuamente fermamente creduto oltre ogni dubbio affinché appaia reale e indubitabile il rimedio che solo l'agire guidato dalla volontà tecnica sa porre alla sua angoscia.
Il rimedio a quell'angoscia è proprio ciò che la perpetua e continuamente la esige e la ribadisce.
maral is offline  
Vecchio 31-08-2013, 21.03.24   #3
sgiombo
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Riferimento: Riflessione su: "Intorno al senso del nulla" (E.Severino)

Ciao Mauro, stammi bene!

Di Severino ho sentito parlare moltissimo (non saprei dire quanto a proposito, ma questo è il destino di tutti i grandi. Nel bene e nel male...), ma ho letto solo, compiendo sforzi eroici, "L' identità della follia" e ne sono stato letteralmente disgustato (ovviamente molti si scandalizzeranno di questa mia affermazione: facciano pure, scandalizzare non mi é mai dispiaciuto, anzi!).

A parte la sua negazione del divenire per il principio di identità o non contraddizione, che trovo assolutamente inconsistente (per il pr. di non contr. ciò che è non può non essere e viceversa solo in un determinato tempo*, e dunque non nega affatto il divenire per il quale ciò che è per un determinato tempo può non essere per altri determinati lassi di tempo e viceversa), non vedo come il nichilismo morale possa essere imputato alla credenza nel divenire.

Di fatto almeno il 99, 99 % delle persone circa crede nel divenire (Parmenide e Severino più i rispettivi seguaci non credo superino lo 0,01% dell’ umanità; ma il mio ragionamento varrebbe anche se, molto per assurdo, fossero il 5 %), e credo che eticamente nichilista non possa certo essere giudicato il 95% degli uomini, e dunque che moltissimi credenti nel divenire abbiano un’ etica. Gli stessi credenti nel dio cristiano (mi riferisco a quelli sinceri, perché quelli falsi e ipocriti, compresi non pochi papi, costituiscono una componente non affatto trascurabile dei nichilisti) nella loro “bulgara” maggioranza credono nel divenire delle creature divine.

Questo di fatto basterebbe a mio avviso a destituire di ogni fondamento le affermazioni severiniane in proposito.

Ma anche da un punto di vista puramente teorico perché mai credere nel divenire dovrebbe comportare l’ assenza di un’ etica?
Il mondo naturale può benissimo divenire senza che ciò impedisca alle creature umane di possedere più o meno solidi principi etici, dal momento che l’ evoluzione biologica ha fatto sì che esse abbiano (o meglio possano avere: potenzialità attuantesi in moltissimi e non poco diversi modi, anche negativi o contraddittori, stante l’ estrema plasticità tipica della personalità umana) tendenze comportamentali non affatto riducentisi alla vaga nozione di “volontà di potenza” ma invece dettate da concezioni universalistiche ed altruistiche e da un potente senso del dovere, anche superiore alla semplicistica ricerca del piacere (= "conseguimento di ciò che è voluto") più o meno immediato, gretto e meschino.

Che il nichilismo nelle società occidentali tenda ad imporsi sempre più non lo nego, ma ne do una ben diversa spiegazione (materialistica storica per la cronaca: rapporti di produzione oggettivamente di gran lunga superati dallo sviluppo delle forze produttive; senza pretendere di convincere nessuno, tantomeno attraverso una discussione telematica).

* Il principio recita: "ciò che non é (tempo presente) non può (tempo presente) non essere e viceversa"; e non "ciò che era o ciò che sarà (tempi passato e futuro rispettivamente) non può non essere (tempo presente) e viceversa".
E non afatto "ciò che é o che era o che sarà non può e non poteva e non potrà non essere e viceversa".
sgiombo is offline  
Vecchio 01-09-2013, 00.35.11   #4
0xdeadbeef
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Riferimento: Riflessione su: "Intorno al senso del nulla" (E.Severino)

Ciao Maral, e felice di risentirti.
Certo anche a mio avviso Severino è un grande filosofo (basti solo pensare alla sua riflessione sul concetto
nietzcheiano della "morte di Dio"), ma ritengo che la sua logica trovi un ostacolo proprio nell'apparenza
(almeno così a me appare) di un suo cercare un "rimedio"; una "soluzione"; e quindi nel voler ante-porre
alla riflessione filosofica il pregiudizio della "utilità".
Severino, con logica ferrea, afferma la necessaria scomparsa dall'orizzonte della "weltanschauung"
occidentale del concetto di immutabile, di eterno, e dunque di divino (un qualcosa che Nietzsche aveva
interpretato ad un livello "lirico", se così posso esprimermi). E dunque ciò vuol dire che solo la volontà
di potenza è "arbitro" delle cose del mondo. Nessuna morale, nessun "sacro principio" può essere anteposto;
ma neppure nessun limite alcuno e genericamente inteso, visto che Severino mostra (con argomenti che a me
paiono inoppugnabili) il senso ontologico del relativismo nel suo determinarsi come un sapere "casuale",
tutt'al più probabile.
Nell'incertezza, ha ragione Severino, che qui mostra interessantissimi agganci con un grande filosofo del
diritto come C.Schmitt, è la volontà di potenza a "decidere". E' stupendo come Severino sia riuscito ad
individuare la radice di questi concetti nell'abbraccio del principio di divenienza delle cose; un principio
che, come ben sappiamo, comincia col celebre "parricidio" di Platone.
L'alternativa proposta da Severino, dicevo, mi sembra però peccare di "utilitarismo".
Lungi dallo slancio lirico di Nietzsche verso un "oltreuomo" (la cui radice umanistica, direi financo kantiana
è per me evidente) conscio della tragedia insita nello stesso "essere-uomo", Severino propone una "soluzione"
che a me non convince: l'eternità di ogni istante: l'Essere che è non può "divenire".
Una soluzione che io trovo di comodo, e non tanto perchè inesatta o errata nella sua conclusione, ma perchè
presenta, appunto, la caratteristica di porsi un "fine": rimediare all'angoscia suscitata dal Nulla.
E dunque anch'essa una soluzione "tecnica", visto che la Tecnica (dal mio punto di vista, che qui diverge
profondamente da quello di Severino) è lo studio dei mezzi più efficaci allo scopo di raggiungere un fine
dato.
Severino analizza con grande profondità il nichilismo, e ne sottolinea spietatamente le contraddizioni. Ma
egli è come se intendesse "ribaltare" la filosofia occidentale; e ogni "ribaltamento" si traduce necessariamente
nel mantenimento degli stessi fondamentali che si intendendono ribaltare.
Il nichilismo è lo sbocco logico della "weltanschauung" occidentale, ma io trovo alquanto superfluo distinguere
fra una metafisica che afferma l'immutabile come "absurdum" e radice di Fede ed una (quella di Severino) che
afferma l'eternità di ogni istante (mi sembra un pò il punto di vista di Bontadini, che di Severino fu
maestro, se ben ricordo).
Severino (incoscio del credente?) sembra quasi voler individuare un "nemico", e lo trova nell'affermazione
nichilistica di un Essere che sorge e ritorna nel Nulla.
Ma che cos'è questo Nulla? Severino fa bene a dire della profonda ambiguità di questo termine, e forse fa
bene anche a dire dell'impossibilità del Nulla, ma questo potrebbe (e siamo dunque fuori dalla necessità)
anche condurci ad affermare una Eternità "altra" rispetto a noi stessi (cito giusto il concetto di "c'è"
di Levinas), cioè a dire che noi diveniamo rispetto ad una eternità che è altro-da-noi.
Troverei, anzi, molto proficuo il mettere a questo punto a confronto le diverse posizioni sul tema che
presenta la filosofia ebraica contemporanea, e quella di Levinas in particolare (anche qui troviamo una
critica radicale alla "weltanschauung" occidentale).
Ma se vuoi ne possiamo parlare in seguito.
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Vecchio 01-09-2013, 01.04.17   #5
Koli
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Riferimento: Riflessione su: "Intorno al senso del nulla" (E.Severino)

Chi fosse interessato può dare un'occhiata a questa vecchia discussione su Severino:

https://www.riflessioni.it/forum/filo...-felicita.html

Koli is offline  
Vecchio 01-09-2013, 05.38.46   #6
gyta
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..riflessioni e considerazioni intorno all'angoscia esistenziale e al nulla..

E se ci domandassimo da cosa nasce, da cosa scaturisce l’angoscia esistenziale,
indagando il sistema di valori e la tipologia di introspezione della mente che la prova,
invece di concentrarci principalmente sul senso dell’esistenza rispondendo al sintomo piuttosto che alla causa?
O vogliamo dire che la causa all’angoscia sia il pensiero della nullità del tutto e fermarci a tale considerazione senza verificarne l’autenticità attraverso l’analisi delle condizioni mentali attraverso cui si genera tale certezza? I parametri allora nella filosofia sono dispensati? Si erge ad oggettivo il sintomo senza indagine alcuna alle cause attraverso le quali la lettura del reale di conforma tale? Il conosci te stesso si ferma al disquisire intorno al frutto del pensiero e del sentire? Ma allora a quale conoscenza si potrà mai accedere se il postulato radica sull’ipotetica oggettività -non sondata, non discussa- del sentire e del pensare? Davvero il fine della filosofia consta nel denunciare ed indagare su ciò che appare escludendo i parametri fondanti l’introspezione mentale attraverso i quali si rivela quell’apparire e non un differente apparire ed intendere? Come può l’analisi della mente, l’autoanalisi, la conoscenza interiore psicoanalitica continuare a restare fuori da questa indagine?

Citazione:
In tal senso la volontà tecnica è dunque sì il rimedio più efficace per tenere il mostro che tutto annienta tutto creando sotto controllo e così lenire l'angoscia terrificante che suscita, è lo stadio culminante del pensiero dell'Occidente in cerca di riparo a ciò che evoca

Detta in altri termini è un tentativo di rimozione al sentire interiore direzionando altrove il proprio interesse nel tentativo di sedare –seppure temporaneamente- il profondo malessere che tenta di farsi ascoltare.

Citazione:
"Intorno al senso del nulla",
Severino afferma decisamente che la radice ultima del nichilismo risiede nell'accettazione del principio per
cui le cose "divengono" (accettando questo diviene logico pensare che l'essere delle cose provenga
e ritorni nel nulla; cioè che le cose "siano", intrinsecamente, nulla; e che qualsiasi "immutabile" - ad
esempio il Dio cristiano - necessariamente non possa che uscire di scena, per così dire, come acutamente
osserva Severino.
Nell'impossibilità di entificare qualsiasi immutabile (appunto perchè l'ente "diviene"), quella che
Severino chiama "terra isolata" (ovvero la "weltanchauung" occidentale) abbandona ogni proposito di determinare
necessariamente una qualsivoglia legge, ovvero una qualsivoglia interazione fra enti (Severino cita, e a mio
avviso molto a proposito, il principio di indeterminazione di Heisemberg quale uno degli aspetti più
significativi della presenza, nella fisica contemporanea, del senso ontologico del divenire, come dell'
implicazione, da parte di tale senso, dell'imprevedibilità e casualità degli eventi), e quindi erge la
volontà di potenza a giudice supremo, perchè è essa, in ultima istanza, che decide nell'incertezza.
Ecco dunque spiegato il motivo per cui, secondo Severino, la "Tecnica" finisce per assumere i connotati
del fine

Citazione:
L'isolamento della Terra, alla luce del suo pensiero, è infatti il prodotto necessario di quella volontà di potenza che costantemente vuole solo il proprio poter volere come fine esclusivo e irrinunciabile e a tale scopo riduce ogni ente a niente isolandolo nella pura astrazione della sua astrazione in modo tale che le connessioni di ciascun ente a tutti gli altri enti (realtà originaria qui negata) così tranciate siano a completa disposizione della volontà tecnica stessa che così può far essere o non essere qualsiasi cosa voglia (basta saper come).

Sarebbe interessante oltre che centrale comprendere quale esperienza ha confermato nei millenni la credenza interiore del nulla! E altrettanto fondamentale comprendere cosa s’intenda con “essere”.

Forse con ciò già buona parte dell’ontologia e della teologia, nelle quali il tempo fondamentalmente si sostituisce al senso, si estinguerebbero venendo a mancare i fondamenti attraverso cui pongono le loro radici e le loro argomentazioni primarie. Anche laddove il tempo eterno viene sostituito al tempo dello scorrere apparente.

Personalmente non ho risposte in un argomentare in tal modo direzionato eppure mi viene naturale porre centrale l’uso inappropriato di termini ad individuare un fondamento che esperienzialmente viene pressoché rimosso dall’indagine a favore di una lettura del dispiegarsi del reale coincidente con la lettura concettuale di quel dispiegarsi senza indagine né critica sostanziale a quello che è il linguaggio della mente e sensoriale, eleggendo quindi il concetto come verosimile prima ancora che si abbia conoscenza adeguata del linguaggio a fondamento del pensiero, quello mentale sensoriale, per l’appunto.

Forse che sotto tutte queste mistificazioni, scusate, proprie all’ontologia si nasconda la paura ancestrale dell’uomo di essere nulla non a causa del pensiero Aristotelico o di chi per lui ma al mai risolto conflitto edipico*?

In tal caso una reale consapevolezza di sé, conoscenza di sé, auto-conoscenza e sviluppo, diverrebbe impossibile restando il legame genitoriale ad identificazione del sé, impedendo quindi la maturazione alla capacità di essere ovvero di amare, ovvero di fare esperienza diretta di quella creatività profonda interiore rimossa la quale il nulla - o meglio, l'impotenza- regna esperienzialmente sovrano.


(*) radice prima del sentimento di separazione e solitudine

Ultima modifica di gyta : 01-09-2013 alle ore 09.57.32. Motivo: (*)
gyta is offline  
Vecchio 01-09-2013, 10.49.57   #7
Koli
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Riferimento: ..riflessioni e considerazioni intorno all'angoscia esistenziale e al nulla..

Citazione:
Originalmente inviato da gyta
E se ci domandassimo da cosa nasce, da cosa scaturisce l’angoscia esistenziale,
indagando il sistema di valori e la tipologia di introspezione della mente che la prova,
invece di concentrarci principalmente sul senso dell’esistenza rispondendo al sintomo piuttosto che alla causa?
...
Vi invito a non perdere di vista che la discussione riguarda il nulla in Severino, quindi concentratevi su quello che egli sostiene, cercando di far vedere - argomentando - se a voi convince o meno.

Grazie.
Koli is offline  
Vecchio 01-09-2013, 15.03.08   #8
jeangene
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Riferimento: Riflessione su: "Intorno al senso del nulla" (E.Severino)

Ciao a tutti,
l' argomento è molto interessante.

Premetto che non conosco molto Severino...

C' è una cosa che non capisco: perchè il divenire implica il nulla?
L' Essere non può essere paragonato ad una immensa bolla d' acqua che continuamente cambia forma, ma che, nel suo mutare/divenire rimane sempre sè stessa?

Il principio di conservazione di massa di Lavoisier recita: "Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma." ed è evidente, non ho mai avuto esperienza di enti derivati dal nulla o annientatisi nel nulla.

Perchè il divenire implica il nulla?
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Vecchio 01-09-2013, 19.53.39   #9
maral
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Riferimento: Riflessione su: "Intorno al senso del nulla" (E.Severino)

Citazione:
Originalmente inviato da 0xdeadbeef
ritengo che la sua logica trovi un ostacolo proprio nell'apparenza
(almeno così a me appare) di un suo cercare un "rimedio"; una "soluzione"; e quindi nel voler ante-porre alla riflessione filosofica il pregiudizio della "utilità".
Scusa Mauro se commentando alcune tue osservazioni ne approfitterò anche per chiarire alcuni punti del pensiero di Severino che penso di conoscere abbastanza bene, pur non avendo letto tutte le sue opere (impresa che sarebbe davvero mastodontica sia per quantità che per impegno).
Innanzitutto la filosofia di Severino muove dal tentativo di soluzione del paradosso aperto da Parmenide intorno al niente (il niente significa non essere eppure è) e, come abbiamo già discusso, S. lo risolve ponendo il niente come significante vuoto, privo di ogni significato, su cui può apparire l'Essere che, significando tutto significa anche il niente come estrema alterità. Dalla problematica del Niente emerge però un paradosso ben più radicale, espresso dalla fede assoluta del pensiero filosofico occidentale del nascere e finire nel niente di ogni cosa. Di fatto (e mi riferisco alla domanda di Jeangene perchè il divenire implica il nulla?) se qualcosa diventa altro da ciò che è, diventa nulla per ciò che concretamente e specificatamente è. Se spengo questa lampada che ora è accesa, la lampada-accesa (LA) si annulla e dal nulla emerge una lampada-spenta (LS) che è cosa diversa pur avendo in comune con LA una serie di attributi che la classificano in astratto come lampada che si vuole sia la stessa lampada indipendentemente dal fatto che sia accesa o spenta. Se affermo che una cosa diventa un'altra cosa non solo affermo che quella cosa non è se stessa, ma proprio in quanto non è se stessa, essa è se stessa (e qui sta il nocciolo dell'assoluta contraddizione del divenire). Infatti se dico che una LA può diventare LS affermo che LA e LS sono cose diverse, ma pur tuttavia sono la stessa lampada (altrimenti non potrei parlare di lampada in divenire). L'obiezione dei tempi diversi (rif. Sgiombo) come contesti diversi in cui la stessa lampada si manifesta in realtà non regge, perché la temporalizzazione degli eventi è una conseguenza del divenire, non la sua causa giustificante: se il divenire è una insormontabile contraddizione logica non si può prendere il tempo che ne dà misura per risolvere questa contraddizione.
Nota che fino a qui non vi è nel pensiero di Severino (a meno di non sospettarlo a livello inconscio) la ricerca di alcun "rimedio utile" a quella che lui considera da un punto di vista logico e ontologico l'estrema follia dell'Occidente: la fede assoluta nel divenire a cui tutto l'Occidente (e non solo) ha da sempre aderito con incrollabile certezza. Certezza che però esprime anche un vero e proprio terrore, perché se da un lato essa (e solo essa) può manifestarsi come incondizionata volontà di potenza aprendo il percorso al dominio tecnico della creazione e annichilimento di ogni cosa, dall'altro è assolutamente terrorizzante in quanto esige che ogni ente sia niente in essenza. A fronte di questo terrore l'Occidente crea baluardi di pensiero: i principi metafisici immutabili, quindi le leggi scientifiche ecc., infine lo stesso modus operandi tecnico, ma ogni baluardo è vano in quanto è la stessa volontà di potenza a fondarlo e poi a distruggerlo e, come dice Severino, ogni rimedio al terrore del divenire si rivela peggiore del male. Per questo
Citazione:
Severino, con logica ferrea, afferma la necessaria scomparsa dall'orizzonte della "weltanschauung" occidentale del concetto di immutabile, di eterno, e dunque di divino
e celebra il pensiero di chi a livello filosofico più si spinge innanzi nel percorso nichilista (Leopardi, Nietzsche, Gentile): è infatti assolutamente necessario che affinché appaia l'estrema follia originaria il pensiero occidentale compia fino in fondo il Destino che fin dall'origine lo regge e solo in questo totale compimento che nella Terra Isolata appare come totale annientamento potrà concretamente e immancabilmente apparire l'eterno necessario essere di ogni ente in comunione con ogni altro eterno ente. E' molto importante quell' immancabilmente che esclude ogni volontà di salvezza: la salvezza della Gloria eterna è necessità ontologica di ogni ente anche il più apparentemente depravato e insulso, pura e necessaria implicazione della sua stessa essenza, non un percorso da perseguire con volontà morale e fede incrollabile (che sono sempre e solo maschere illusorie e dolorose della volontà di potenza) per quanto di utile possano conseguire i meritevoli. La Gioia gloriosa dell'eternità è di ogni essente per necessità, non perché è utile pensarlo, non è infatti necessario né volerla, né crederci come per gli inutili baluardi metafisici che l'Occidente ha vanamente creato. Essa è per necessità ontologica ascritta al principio di identità. Non vuole rimediare all'angoscia del diventar nulla, ma manifestare che l'angoscia per il diventar nulla è in sé totalmente assurda, perché inconcepibilmente assurdo è il diventar nulla di qualcosa, di qualsiasi cosa si tratti.
Qui ora concludo, ma premetto che c'è qualcosa che non mi convince fino in fondo nel pensiero di Severino ed è il fatto che tutto il suo perfetto rigore logico non riesce a mio avviso a dar ragione dell'apparire illogico della Terra Isolata alla luce dell'esperienza concreta che abbiamo di quanto ci accade, che sarà pure assurdo, ma è indubbio che così ci appare e tutto sommato ho il sospetto che ogni apparire per poter concretamente apparire debba contenere un principio di illogicità. La perfetta ontologia logica severiniana temo non potrà mai concretamente apparirci, perché per necessità il suo concreto manifestarsi necessario sarà proprio per logica sempre fondamentalmente illogico.
Ma è un discorso lungo questo da sviluppare.

Ultima modifica di maral : 02-09-2013 alle ore 09.30.08.
maral is offline  
Vecchio 01-09-2013, 21.33.52   #10
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Riferimento: Riflessione su: "Intorno al senso del nulla" (E.Severino)

@ Sgiombo (Giulio), con la solita, immutata, stima.
Se leggi i miei interventi su questo argomento ti accorgerai che anche per me c'è qualcosa, nella teoresi
di Severino, che non convince affatto.
Certo la tesi di un non-divenire delle cose, cioè la tesi dell'eternità di ogni istante è dura da digerire,
tanto che nella risposta a Maral (ma solo perchè fino a quel momento era il solo ad essere intervenuto) affermo
di considerare quella di Severino una metafisica del tutto paragonabile a quella più "canonica", per la quale
l'Essere si sdoppia in un aspetto eterno ed in uno diveniente.
Però questo non può assolutamente sminuire la profondità, oltre che la radicalità, del suo pensare.
Severino, a mio modo di vedere, riesce a spingere la logica fin dove alcuni (vedi ad es. Nietzsche) sono
riusciti a spingersi solo con la prosa, o il lirismo: Severino spiega PERCHE' "Dio è morto"; ma non solo:
spiega il perchè non avrebbe potuto che morire.
Secondo Severino, la volontà di potenza trova inizialmente un ostacolo nel concetto di "inflessibile". Come
Nietzsche, egli afferma che la nascita della filosofia, con il suo staccarsi dal mito, rappresenta il primo
passo verso una "flessione dell'inflessibile" di cui, nella contemporaneità, vediamo forse l'epilogo (come
non potrebbe essere "epilogo" l'affermazione della morte di Dio?).
Quando l'inflessibile è "flesso" (questo mi pare davvero un punto cardine della visione di Severino) perde
il suo Essere, e dunque non è più tale (inflessibile): ecco, il "limite" è rimosso, e la volontà di potenza
può espletarsi in tutta la sua assolutezza.
Ma dimmi, Gulio, come può un principio etico essere "solido" senza essere "inflessibile"? Ecco, Severino
dimostra come il nichilismo non può essere che lo sbocco di una cultura che l'inflessibile ha flesso.
Mi dici che l'evoluzione biologica può aver determinato la nascita di concezioni universalistiche ed
altruistiche, di un "potente senso del dovere", ma dimmi: come si impongono, se si impongono, queste
concezioni sulle altre? Non vedi forse un irrisolvibile "conflitto" fra le diverse concezioni del mondo?
Tanto per restare sulla terminologia di Severino, le volontà di potenza cercano, ognuna, di sopravanzare
l'altra. Il "conflitto", per non ex-sistere (cioè per non apparire, per non svelarsi), avrebbe bisogno che
le cose succedano "necessariamente" (ad esempio che, necessariamente, il concetto altruistico si imponga
sull' o sugli altri). E dato che questo non può avvenire, perchè la nostra cultura ha cancellato, con
l'inflessibile, anche il "necessario" (sostituendolo, dice Severino, con il "probabile"), ecco allora che
è esso: il conflitto, o se vogliamo il pluralismo dei valori morali ed etici (ma il discorso di Severino si
spinge ben oltre), ad ex-sistere.
Personalmente, non credo che il nichilismo possa essere diversamente, e meglio, spiegato dal modo con cui
lo fa Severino (ma non solo lui, ovviamente). Non vedo possibile una spiegazione di tipo storico-materialista
che possa andare "oltre" i concetti espressi nella celebre diatriba fra Camus e Sartre (con il marxista
ortodosso Sartre che non aveva completamente torto, intendiamoci).
Ma non vorrei con ciò allargare troppo un discorso già piuttosto complesso.
ciao
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