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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 02-12-2013, 19.55.20   #111
0xdeadbeef
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Riferimento: L'oblio della filosofia politica

@ Maral
Ma un male che mi soddisfa non sarebbe "male". Voglio dire: se il bene è ciò che in noi produce piacere,
allora il concetto di "bene" è totalmente diverso che in una concezione "oggettiva"; e "bene" potrebbe
benissimo essere considerato ciò che altri definiscono "male".
E' per questo motivo che Kant sente l'esigenza di un criterio, un criterio che definisca "oggettivamente"
ciò che è male e ciò che è bene. Questo criterio è però, in Kant, "altro" rispetto all'"io"; gli è "esterno".
Ecco allora che egli parla di un "puro concetto" (ovviamente del bene) cui la ragione può giungere. Può
giungere, naturalmente, da un punto di vista razionale.
Io trovo che in questo passaggio sorga la medesima problematica che lega la Ragion Pratica alla Pura (e che
trova nei "Frammenti postumi" una assai tormentata "spiegazione"): come assumere qualcosa di esterno all'"io"
se, razionalmente, possiamo conoscere solo, per così dire, dall'interno dell'"io" (come forse saprai, è proprio
nei "Frammenti postumi" che Kant sfiora l'Idealismo)?
La domanda è "aperta". Kant non ha risposte esaustive (né, molto più modestamente, le ho io). Potremmo, invero,
parlare dei concetti a-priori della conoscenza, ma credo che nemmeno questo servirebbe a molto. Potremmo,
molto più concretamente, parlare della speranza (proprio così...) che esista un criterio oggettivo del bene,
ma questo ci porta inevitabilmente a "pascolare" in terreni che puoi ben immaginare.
Però, trovo, un simile ragionamento a un risultato porta eccome: non può esistere un criterio oggettivo del
bene, a meno che non lo si assuma dogmaticamente, cioè da un punto di vista fideistico. Kant definisce
"razionale" il puro concetto del bene, perchè razionale ritiene sia la sua assunzione dogmatica, visto che l'alternativa
è la sua inesistenza (con la conseguente riduzione del bene al piacere soggettivo).
E dunque risulta adesso chiaro in che modo Kant intenda il "puro concetto" del bene: il puro concetto è il
bene oggettivamente inteso. Anzi, per meglio dire il puro concetto del bene è quel concetto cui la ragione
giunge postulando la condizione del "come se" (esista un bene oggettivamente inteso).
Tale "razionalità", ovviamente, è la medesima che si trova nell'"imperativo categorico" della Ragion Pratica.
Vi è evidente un grande "salto", uno "scollamento", con i dettami della Ragion Pura: forse è inevitabile (da
questo punto di vista).
ciao
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Vecchio 04-12-2013, 13.06.02   #112
maral
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Riferimento: L'oblio della filosofia politica

Citazione:
Originalmente inviato da 0xdeadbeef
Ma un male che mi soddisfa non sarebbe "male".
E' qui il punto cruciale, un male che mi soddisfa non è male solo se il bene è identificato con la sola soddisfazione (bene=soddisfazione; male=non bene=non soddisfazione). lessi tempo fa da qualche parte che oggi siamo sempre più portati a questa identificazione riduttiva, per cui il bene diventa sempre più puro piacere e il male solo dispiacere. Perché un male che mi soddisfa non può continuare a essere male, quel tipo particolare di male che appunto mi soddisfa e mi reca piacere? Perché il bene deve essere ridotto semplicemente a tutto ciò che produce piacere e non riusciamo a trovare altro orizzonte oltre il piacere in cui scorgere il bene? Quale vantaggio otteniamo da queste arbitrarie assunzioni che alla luce dei nostri attuali modi di sentire oggi ci paiono tanto ovvie?
Non può essere a mio avviso una concettualizzazione astratta del bene da usare per porre rimedio a un bene che esprime la sola pretesa realtà di piaceri in conflitto, perché se la realtà del bene è sempre e solo il piacere (mio, quindi opposto al tuo, al suo ecc e da questi limitato), qualsiasi rimedio per quanto lo si mostri razionale apparirà alla fine sempre e solo come un'impostura. Non ci sarà alcun comandamento di Dio né alcun enunciato razionale dei diritti dell'uomo sotto il quale non avvertiremo la puzza della più nauseante ipocrisia e di ogni barriera eretta per isolare nella trascendenza il fortilizio del bene apparirà il marcio che ne mina le radici, perché soprattutto chi ha eretto il fortilizio sa che il bene è solo il piacere e il male è il dispiacere che lo nega o anche solo lo ritarda, dunque sa che quel fortilizio è come il castello della fata Morgana ed erigerlo significa tenere ferma finché si può un'illusione prima dell'ennesima rovina.
Per questo ribadisco che a mio avviso è indispensabile recuperare l'oltre della dimensione del piacere e dipiacere, ma non nel senso meramente razionale astraente della concettualizzazione, bensì in senso ontologico per cui il bene viene a coincidere con la formalizzazione dell'esserci sostanziale di ogni essente e viene ad avere ogni singolo concreto essente come suo orizzonte e non il piacere per quanto razionalmente concettualizzato. In questo riconoscimento del bene come forma ontologica penso possa trovare sostanza la forma dell'imperativo categorico kantiano: il tu devi che mostra la necessità ontologica dell'essente per come è. Compito della politica sarà allora allestire i contesti in cui ogni essente può apparire (agli altri e a se stesso) attraverso il finito che di lui appare l'infinito che in lui stesso è e che pur non potendo apparire è continuamente perseguito e indicato.
In tal modo il "Come se di un bene fosse oggettivabile" che ha in sé stesso la radice del proprio inganno (e dunque la necessità di difendersene attraverso baluardi escludenti fatti scedere dal cielo trascendente da chi- grande inquisitore- ben sa della finzione, ma sente il dovere di imporla agli ingenui come verità incontrovertibile per poterli salvare) è superato dalla verità finita dell'essente, ma sempre aperta alla propria originaria infinitezza, che è la stessa apertura che compete per necessità (e non per gentile concessione) a chiunque esista.

Ultima modifica di maral : 05-12-2013 alle ore 12.01.31.
maral is offline  
Vecchio 05-12-2013, 09.48.25   #113
Duc in altum!
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Riferimento: L'oblio della filosofia politica

** scritto da 0xdeadbeef:


Citazione:
Però, trovo, un simile ragionamento a un risultato porta eccome: non può esistere un criterio oggettivo del
bene, a meno che non lo si assuma dogmaticamente, cioè da un punto di vista fideistico. Kant definisce
"razionale" il puro concetto del bene, perchè razionale ritiene sia la sua assunzione dogmatica, visto che l'alternativa
è la sua inesistenza (con la conseguente riduzione del bene al piacere soggettivo).


Ma Kant essendo anch'egli limitatamente umano non fa altro che arrendersi alla concezione del bene (secondo lui, ergo soggettivamente, quindi bocciato) concepito razionalmente, ma chi si arrende nella ricerca un poco fallisce.
Cosa ben differente dal bene sinonimo di giusto e bello che è percepibile, universalmente, quindi oltre l'oggettività, solo intuitivamente, ossia dall'intesa tra la ragione e la fede, tra la passione ed il raziocinio, tra la mente ed il cuore.
E' solo là e, semplicemente, per tutti, che s'incontra il beneficio di comprendere, discernere, vivere ed amare il bene, il giusto, la bellezza piena, questo è il dogma, paradossalmente fuori e dentro di ognuno, e per considerarlo valido e sentirlo profondamente coerente c'è bisogno di affidarsi totalmente, schiettamente e logicamente, almeno una volta durante l'esistenza, a esso.




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** scritto da maral:


Citazione:
Non può essere a mio avviso una concettualizzazione astratta del bene da usare per porre rimedio a un bene che esprime la sola pretesa realtà di piaceri in conflitto, perché se la realtà del bene è sempre e solo il piacere (mio, quindi opposto al tuo, al suo ecc e da questi limitato), qualsiasi rimedio per quanto lo si mostri razionale apparirà alla fine sempre e solo come un'impostura.


Ecco perché dove c'è il vero bene, quei "piaceri" con cui lo identificavamo scompaiono, anzi, ci si scontra con la realtà del sacrificio, della sofferenza, del dolore, e l'unico beneficio si manifesta nel distinguere l'assoluta e totale assenza del male, ossia, di essere capaci di amare per davvero, fine dell'esistenza, senso della vita e unico scopo su cui si dovrebbe concentrare ogni filosofia politica.
Duc in altum! is offline  
Vecchio 05-12-2013, 21.42.29   #114
0xdeadbeef
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Riferimento: L'oblio della filosofia politica

@ Paul11
Il maggior merito di Marx è, a mio avviso, quello di aver profondamente compreso l'ineluttabilità del ciclo
economico nel sistema capitalistico (una "cosuccia" da 10 Nobel consecutivi, ritengo).
Molti si sono affannati, nei molti decenni successivi a Marx, a negarla. Inutilmente, perchè quella teoria
(che comprende il fondamentale concetto di "plusvalore") è oggi più viva e vegeta che mai.
Potrebbe essere diversamente? Non credo, perchè Marx ha svelato le dinamiche che muovono l'economia capitalistica
in maniera, credo, definitiva (se nemmeno il cambio di paradigma sul valore economico ha potuto destrutturare
le tesi marxiane non vedo cos'altro potrebbe farlo).
Dunque, se Marx non è confutabile sul piano della scienza economica, meglio farlo sul piano dell'ideologia
politica (come è stato fatto). E questo Marx non lo aveva previsto, perchè considerava la sovrastruttura
ideologica come determinata dalla struttura economica.
Che dire? Spiace vedere un personaggio del suo livello trattato alla stregua di un ferrovecchio (simpatie
politiche a parte). Naturalmente il "sistema" non può permettersi di, per così dire, "tenere in giro" un
avversario tanto pericoloso, per cui il trattamento che gli è stato riservato non può sorprendere.
Mi sembra che le nostre visioni differiscano proprio sul diverso peso che io dò all'ideologia. Non che io
sostenga che sia la sovrastruttura ideologica a determinare la struttura economica (come mi pare di averti
già accennato). Però non penso sia neppure il contrario, e che fra stuttura e sovrastruttura vi sia, come dire,
"intescambiabilità".
Non mi è chiaro quel tuo: "la frammentazione sociale ed economica degli interessi privati è fautrice dell'
individualismo inteso economicamente e non conseguenza".
Può essere forse un interesse privato non frammentato? Come è pensabile un interesse privato che abbia valenza sociale?
Io credo piuttosto che la situazione attuale sia il frutto di una ben precisa ideologia (l'"economicismo",
o "mercatismo"). E questa ideologia mette al centro del suo dispiegarsi il concetto di "spiriti selvaggi",
ovvero la creatività di coloro che intra-prendono; privati che perseguono il proprio interesse e, con questo,
l'interesse della collettività (è questo uno dei concetti basilari di questo, tutto sommato, banale pensiero).
Mi richiamavo, nella precedente risposta, a quello che io considero un concetto fuorviante: la "tecnostruttura".
Cos'è la tecnostruttura? A mio parere, ripeto, è null'altro che un'ideologia abilmente mascherata da, diciamo,
"immanenza ontologica".
La globalizzazione non avviene perchè c'è stata una frammentazione sociale ed economica degli interessi
privati. Avviene per una precisa scelta politica (e, di conseguenza, ideologica), che si concretizza nella
celebre "firma" (qui le firme spopolano...) Reagan-Thatcher del 1979 sulla libera circolazione dei capitali.
E' evidente che dire "libera circolazione dei capitali" equivale a dire "libero mercato": da quel momento in
poi ogni cosa sarà determinata dal mercato. Gli stati perdono progressivamente la propria sovranità; con essi
perde quota quella "socialità" che, bene o male (fatti salvi certi tuoi acuti rilievi), gli stati garantivano.
Gli "spiriti selvaggi" strabordano da ogni dove; perchè, è evidente, l'interesse privato trova nel mercato
il più efficiente dei "giudici" (come diceva J.Schumpeter).
Ma tutto questo non è avvenuto perchè c'è stata frammentazione sociale ed economica. E' avvenuto perchè
l'ideologia mercatista, o economicista che dir si voglia, predicando teorie quali l'equilibrio perfetto dei
mercati o la coincidenza dell'interesse privato e di quello collettivo, ritiene che basta lasciar liberi
gli "spiriti selvaggi" per avere, automaticamente, progresso (e poi basta guardare i nomi di chi appose le
firme su quel trattato per capire molte cose...).
Sull'ultima questione, quella della "firma europea" (diciamo così), dal mio punto di vista le cose non stanno
come tu le descrivi.
Quella firma non è un punto di equilibrio che vale in un determinato momento storico. O meglio: quella firma è certamente
una firma "politica", e quindi "storica", ma non è così che oggi viene interpretata. Perchè oggi l'interpretazione
che viene data alle cose è quella "tecnica", cioè quella che l'ideologia economicista dominante spaccia per
"tecnica". Ecco allora che quella firma non è più "storica" (come sarebbe logico pensare), ma "scientifica".
E magari bastasse un referendum (temo ci voglia ben altro...) per scacciare tutta questa invasività di
concetti pseudo-scientifici.
Sono molto (ma parecchio) perplesso anche su concetti quali "prendere per mano il destino" e "nuovo corso
politico". La verità, credo, è che nessuno ha la più pallida idea su quale alternativa vi possa essere all'
attuale sistema. Soprattutto, penso che questa ideologia sia così profondamente penetrata che ormai solo pochi
riescono a distinguerla dalla scienza (e a vederla per come essa è).
Probabilmente (è sempre difficile riflettere sulla contemporaneità) stiamo parlando della più "potente" forma
ideologica che si sia mai vista.
ciao
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Vecchio 07-12-2013, 23.36.48   #115
leibnicht
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Riferimento: L'oblio della filosofia politica

?
Se l'interesse privato si "frammenta" in una azione effettiva, questa, hegelianamente, si inscrive nella "prassi sociale". E tale "iscrizione" si conforma alla "astuzia della Ragione".
Tale assioma non ha valenza dogmatica, ma si inscrive nel dettato hegeliano come dialetticamente sostenuto dall'insieme, sistematico e strutturato, dell'intera fenomenologia storica.
Per inciso, l'astuzia della ragione non è che la "mano invisibile" di Adam Smith, nell'embrione del liberismo moderno.
Marx ebbe la pretesa di agire criticamente su tale "elemento" hegeliano.
Tradurre, cioè, il supporto complessivo, fenomenologico, dell'intero impianto del pensiero hegeliano, dentro un meccanicismo che si presumeva "dialettico", cioè erede diretto del pensiero kantiano ed hegeliano.
La sua sfida assomiglia a quella di Riemann, gettata contro l'assiomaticità del postulato euclideo delle rette "parallele", ed è a esso coevo o quasi.
Purtroppo l'epistemologia e la scienza sociale erano destinate a divergere a non potersi incontrare dentro alcun sistema coerente di pensiero: e questo ci è noto dalla evoluzione storica della riflessione sulle idee nel secolo da poco concluso.

Io credo che non possiamo confidare in alcuno scandaglio interpretativo rispetto al decorrere degli eventi cui assistiamo e ai quali partecipiamo, benché drammatici come si annunciano. Ciò nonostante, io credo che, almeno in parte, occorra confidare nel valore progettuale intrinseco dell'azione sociale.
Lo schema marxista, infatti, si mostrò obsoleto fin dalle analisi di Simone Weil, negli anni '50.
Non esiste, infatti, alcuna "intellighenzia" cui possa essere rimessa la proprietà congiunta dei mezzi di produzione e del linguaggio mediante cui si articolano le dinamiche sociali.
In altre parole: l'amm del della FIAT è un "servo del sistema" al modo stesso dell'ultimo degli operai in catena. L'unica differenza tra i due sta nell'accesso ai beni condizionatamente stabiliti come "attraenti" dal sistema stesso.
Ed il primo "può" nella misura proporzionale precisa del suo "non potere", esattamente come il secondo.
In poche parole: il "vincolo" al sistema dell'Amm Del della FIAT è proporzionalmente più radicale, stretto e drastico rispetto all'ultimo operaio in catena di montaggio. Il "sistema" premia la "differenza" ed inserisce alcuni valori aggiuntivi che ritornano, pseudomarxianamente, a formare gli aspetti "sovrastrutturali" al sistema stesso.
Infine: tali valori si applicano ai beni disponibili nella società, rendendoli "attraenti" di più o di meno...

Ok, queste sono riflessioni, per me limpidissime, degli anni '50 e, in coda, '60', del secolo scorso: cioè ben prima dell'avvento dell'era digitale.
Ora che, attraverso il filtro di questa, tutto ciò ci appare così ovvio e semplice: perché? ?
Erano "anticipazioni" junghiane? Casualità?
Oppure a noi sfugge qualche cosa?
Nel senso: ci paiono scontati alcuni paradigmi interpretativi e li usiamo come strumenti matematici, poiché ci restituiscono "semplicità" da una "complessità" che speriamo sempre "apparente"...
Oppure vorremmo il "fianco debole", per riuscire a dirci, oggi e senza ingannarci, senza malafede e in umiltà accettabile, "che cosa sta per accadere".



?
leibnicht is offline  
Vecchio 08-12-2013, 01.32.10   #116
paul11
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Riferimento: L'oblio della filosofia politica

Le due fonti principali per lo studio dello Stato sono la storia delle istituzioni politiche e la storia delle dottrine politiche.

I diversi pensatori dell’epoca giusnaturalista si erano caratterizzati anche nelle scelte:
Hobbes nello Stato assoluto,Locke con la monarchia parlamentare,,Montesqiueu con lo Stato limitato, Rousseau con la democrazia, Hegel con la monarchia costituzionale.

Con la ”Dottrina generale dello Stato” di Jellinek del 1910 nasce la distinzione fra dottrina sociologica e quella giuridicadello Stato. Kelesen nel 1922 criticherà i duplice punto di vista di Jellinek e lo Stato viene risolto totalmente nell’ordinamento giuridico. In realtà questo ha avuto poca fortuna. Con la trasformazione del puro Stato di diritto in Stato sociale le teorie solamente giuridiche dello Stato sono state abbandonate.
Fra le teorie sociologiche dello Stato due hanno soprattutto prevalso: la teoria marxistica e quella funzionalistica dominante nella “political science” americana, accolta anche in Europa come la scienza politica per eccellenza..
La concezione marxiana della società distingue due momenti:la base economica e la sovrastruttura.
La concezione funzionalistica che discende da Parson, concepisce il sistema globale in quattro sottosistemi: patter-maintenence,goal-attainment,adaptation.integrat ion,caratterizzate dal ruolo essenziale per il mantenimento e la conservazione dell’equilibrio sociale e dell’interdipendenza.
Nel funzionalismo se non c’è un sottosistema prevalente lo è la cultura,perché la massima forza coesiva di ogni gruppo sociale dipenderebbe dall’adesione ai valori e alle norme stabilite.
Mentre nel funzionalismo c’è il dominio hobbesiano dell’ordine in quello marxistico c’è i dominio della rottura dell’ordine, specialmente nella contraddizione fra forze produttive e rapporti di produzione.
La prima si preoccupa dell’ordine sociale, la seconda del mutamento sociale.

Più recentemente è emerso il punto di vista sistemico, ricavato dalla teoria dei sistemi di D.Easton e G.Almond: dove i rapporto fra istituzioni e sistema sociale nel suo complesso è rappresentato come un rapporto domanda-risposta(input-output).

ciao Oxdeadbeef
Marx ha dimenticato , ma non poteva prevederli, oltre all'aumento numerico delle persone che si occupano di tecnica e iter procedurali ,tecnoburocrazia, il potere della tecnologia ,della scoperta e della innovazione scientifica che muta la struttura produttiva e di conseguenza le sovrastrutture.
La tecnologia entra nno solo nei beni di consumo , ma nei processi produttivi e nelle organizzazioni umane dello Stato. La tecnologia e le metodiche del lavoro, abbassano i costi produttivi e rendono di massa i prodotti abbassando i prezzi finali di mercato.Quindi la tecnologia agisce trasversalmente in tutta la struttura sociale e ha il potere di riconfigurare un sistema nei diversi settori economici. Se esiste un concetto di progresso è nella tecnologia umana se inteso come concetto neutrale:sono le menti umane che la utilizzano che la piegano, la indirizzano ai propri interessi, ai propri scopi.
L’altro concett ofondamentale che manca in Marx è l’uomo come soggett ostorico. Sembra paradossale ma l’errore che fa è lo stesso che imputa ad Hegel :misticismo logico.
Non basta sapere che le condizioni economiche nei periodi dei cicli economici e nella bilancia della competizione globale portano a povertà fino alla miseria di strati della popolazione.
Quelle sono importanti condizioni, ma l’uomo è qualcosa di più sconosciuto dell’universo . Manca una analisi dell’uomo non solo economico, ma morale, psicologico, motivazionale,ecc.
Perché una persona può essere economicamente il più misero del mondo ,ma culturalmente essere un borghese, e allora finisce nella rassegnazione imputando il fallimento a se stesso.

Per frammentazione sociale che porta all’individualismo mi riferivo nella fattispecie alla struttura economica e sociale attuale: nno v isono più i luoghi di grande socializzazione delle stesse condizioni socio economiche (le grandi fabbriche), le delocalizzazioni , le frammentazioni produttive, riducono la possibilità di costruire una coscienza collettiva. Ognuno è perso dentro i fatti suoi.
Starei molto attento anche al concetto di mercato dal punto di vista liberistico.
In realtà le grandi proprietà a livello mondiale sono molto concentrate in pochi mani e siedono praticamente in tutti i consigli di amministrazione :significa che il gioco è il controllo e il potere dell’informazione di prima mano.
Noi siamo già dal tempo in supergoverno di poche “famiglie” che manipolano la politica comprandola, finanziandola e facendola fintamente assurgere al loro rango, ma in realtà i politici sono dei prestanome così come la mafia gestisce gli appalti e i subappalti con prestanome.
Paradossalmente Berlusconi è la trasparenza di come il potere economico possa influire il potere politico: basta avere capitali , utilizzare la propria rete di vendita, il marketing economico e trasporlo nel settore politico, farne un partito personale nell’arco di un mese ,pagare politici, galoppini e portaborse e dirgli cosa devono dire e fare.

Non ci credono nemmeno i più potenti proprietari al mondo alle regole del mercato libero e dello spirito invisibile. Il mercato o s ifa o si subisce. Il mercato libero è un totem come Dio, come le metafisiche. Non riesco a fare passare il concetto che siamo noi umani coloro che pensano, agiscono, creano regole, si giustificano, validificano, errano,ecc.
Pensare che l’uomo sia all’interno di chissà quali arcane forze e come paragonare la legge della gravità alla legge del mercato libero. Tecnologicamente riusciamo a vincere la gravità e nno riusciamo a mutare le regole dell’economia di scambio? Basta l’intenzione e la volontà, oppure diventiamo necessariamente fatalisti.

Quello che è passato “sottotraccia” nella cultura mondiale è che sono necessari questi mali, queste crisi, queste transumanze umane fra continenti,come sono necessarie guerre e morti: queste cose nno le dice nessuno(o quasi), ma le pensano tutti.
Questa realtà economica che vince la formalità delle istituzioni degli Stati porterà a centralizzare in futuro i poteri mondiali e qualcuno li dovrà governare.Ciò che fu impossibile unire con la politica sarà unito per forza dall’economia.:questo è il passaggio strategico. Stiamo assistendo ad un passaggio di consegne di poteri reali che sono ostati voluti dal potere economico, accettati dal potere culturale (che tace in modo assordante se non quando gli tolgono la sedia dal sedere) e usati demagogicamente dal potere politico. Ci fu un referendum per scegliere la Repubblica italiana nel dopoguerra e nno formalizzano un referendum per il passaggio di poteri all’Europa:è una democrazia questa?

Semplicemente noi siamo dipendenti come drogati, assuefatti allo spezzettamento dei mestieri e delle conoscenze che è stato proprio la tipicità delle organizzazioni economiche della produzione che si sono replicate nella società. Noi abbiamo cominciato a perdere la nostra indipendenza poco alla volta con la fabbrica industriale, quando i contadino è entrato in fabbrica, quando il meridionale è andato al Nord, l’africano è arrivato in Europa,ecc. Ti è possibile su suolo italiano vivere in una baita in alta montagna o in una isoletta e dichiarare sono indipendente , me la cavo da solo, senza scuola, ospedale, servizi e senza Imu Tares ecc. ? Lo Stato ti manda i carabinieri a casa con ingiunzione del tribunale….Noi come individui avevamo già perso qualcosa consegnandolo allo Stato che lo consegna all’Europa che lo consegnerà…….
paul11 is offline  
Vecchio 08-12-2013, 14.04.34   #117
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Riferimento: L'oblio della filosofia politica

@ Leibnicht
Potremmo dire che un "ordine" nasce comunque (una "sintesi" avviene comunque)? Penserei proprio di sì.
Ma è forse questo l'"elemento hegeliano" su cui Marx ebbe la pretesa di agire criticamente? Io non lo penso.
Penso piuttosto che Marx abbia in sostanza riprodotto (sia pur "ribaltandolo") l'elemento hegeliano nella
sua necessità; nel suo escludere la possibilità non della sintesi (che comunque avviene, come dicevo); ma la
possibilità di un certo ordine piuttosto che un altro.
Insomma, per Marx come per Hegel un ordine ed uno solo avviene. La possibilità che possa avvenire un ordine
che non è quello "reale" (e razionale assieme) è categoricamente esclusa.
Sul fatto che lo schema (ma dovremmo forse specificare "quale" schema) marxista si mostri obsoleto già da
molti decenni è una cosa su cui credo non vi sia alcun dubbio. Anche dal punto di vista strettamente economico,
il cambio di paradigma sul "valore" di una merce, di un bene, rende la teoria marxiana obsoleta in quanto,
non considerando il valore come valore di scambio fra individui, è incapace di determinare appunto tale valore
(chiaramente viene a mancare una determinazione precisa, come era appunto quella del valore come valore-lavoro
dell'economia detta "classica").
Politicamente, sarebbe (o forse. a questo punto, sarebbe stato) opportuno riprendere la teoria marxiana nel
suo significato originario, e pregnante, di un materialismo "storico". Ma i pensatori successivi, forse per
colpa dei loro limiti "filosofici", non ne sono stati capaci, ed hanno sempre o quasi sempre inteso quello
di Marx come un materialismo "scientifico".
Infine: che cosa sta per accadere? Io penso che stia per accadere (anzi: stia accadendo) che ad una teoria
(quella economicista, o mercatista) che sta mostrando tutta la sua obsolescenza (c'è forse ancora qualcuno
che crede alla teoria dell'equilibrio perfetto dei mercati o alla coincidenza dell'utile individuale e di
quello collettivo?) non si riesca ad elaborare nessuna alternativa.
Visto che però, come dicevamo, un ordine, una sintesi, avviene sempre e comunque, accade che alla tesi dell'
equilibrio perfetto dei mercati (forse molti pensavano che una mano invisibile li rendesse tali...) stia
subentrando la tesi di un equilibrio forse non "perfetto", ma certamente pur sempre "equilibrio" (anche quello
della Mafia, diceva R.Scarpinato in un saggio di qualche anno fa, è pur sempre un equilibrio).
E' l'equilibrio del forte che sopraffà il debole. Qualcuno si spinge persino a parlarne come di una "armonia".
ciao
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Vecchio 08-12-2013, 22.16.36   #118
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Riferimento: L'oblio della filosofia politica

@ Maral
Ma no, la visione soggettivistica del bene non è certo una cosa dell'oggi come tu sembri sostenere (è a mio
avviso agevole rintracciarne le radici nella Sofistica, così come pure nell'Epicureismo, nello Scetticismo
e persino nello Stoicismo). Diciamo piuttosto che questa visione finì nell'oblio per tutto il medioevo (per
motivi, a me pare, evidentissimi), e venne ripresa soltanto a partire dal Rinascimento.
A me sembra che sia davvero il caso di, come dire, "prendere sul serio" questa visione. Soprattutto se
consideriamo che essa è uno dei fondamenti del pensiero empirista anglosassone.
Secondo me c'è da capire una cosa fondamentale: il "bene" o è un concetto, appunto, soggettivo, o è un
concetto che parte dalla considerazione del bene come "oggetto". In questo secondo caso, "bene" sarà ciò che
viene considerato oggettivamente bene, e quindi "bene" sarà bene-per-tutti.
Naturalmente, in questo secondo caso saremo chiamati a giustificare tale presunta oggettività, cioè dovremo
dire su quale base di verità affermiamo che il "bene" è oggettivamente tale.
A tal proposito, io ho semplicemente detto la mia (che coincide con quella già espressa da Kant), e cioè che
possiamo solo sperare che il "bene" sia un qualcosa di oggettivo (come ne: "La religione entro i limiti della
sola ragione").
Comprendo poco e male quel tuo: "il bene viene a coincidere con la formalizzazione dell'esserci sostanziale
di ogni essente". Dicevo qualche risposta fa che la tua posizione mi sembra presupporre un essere umano
necessariamente buono. Come altrimenti dovrei interpretare l'"esserci sostanziale" se non in chiave, appunto,
di sostanza, di essenza? Ma su quale base, mi chiedo, parlare di sostanze e di essenze? E' possibile parlarne
razionalmente, ovvero considerandone NEL discorso l'enorme carica metafisica (che a me sembra evidentissima,
anche in considerazione della tua successiva affermazione per cui l'essente ha in sé l'infinito)?
Ecco, Kant considera l'aspetto metafisico NEL discorso (la religione in lui è "entro i limiti della sola
ragione"), cioè ne è consapevole. Mi chiedo, e me ne scuserai, quanta consapevolezza vi sia nel tuo.
ciao
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Vecchio 08-12-2013, 22.48.01   #119
maral
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Riferimento: L'oblio della filosofia politica

Tanto il liberismo nelle sue varie forme facenti perno sulla libera iniziativa individuale quanto il marxismo che subordina la libera iniziativa all'uguaglianza sociale per recuperare in senso sociale il valore dell'essere umano sono forme della Rivoluzione Industriale e della problematica legata alla sovrabbondanza di beni che essa tecnologicamente produce. In entrambi i quadri teorici infatti il produrre e la tecnologia che lo consente sono fattore positivo e allo stesso tempo problematici sia a livello individuale che sociale (come già era peraltro avvenuto con la grande rivoluzione agricola ai primordi della cosiddetta civilizzazione umana). L'aspetto problematico, tenuto nascosto dalla retorica liberista quanto da quella marxista, è emerso storicamente nel primo caso come problema distributivo, nel secondo come problema economico.
Entrambe le teorie sono teorie parziali che non riconoscono la propria parzialità. L'una vede l'uomo solo come individuo totalmente svincolato dai contesti che lo determinano, mentre l'altra vede l'uomo solo come prodotto sociale, non riuscendo a riconoscere la complementarietà di entrambi i fattori. Entrambi i quadri teorici infatti mirano a imporre il loro piano teoretico come unico determinando proprio con tale volontà la propria catastrofe storica. Entrambe le teorie per sussistere a dispetto delle autocontraddizioni di cui sono portatrici hanno bisogno di porsi al riparo dietro riferimenti trascendenti. Per il liberismo è la mano nascosta che rimette insieme gli interessi particolari dell'individuo in senso di progresso sociale, mano nascosta che poi diventa il libero mercato diretto dai propri meccanismi creduti tanto più efficaci quanto più autoreferenziali e infine del denaro stesso che da misura del valore di scambio diventa, come garante di un profitto svincolato da ogni vincolo produttivo, capace di vincolare a se stesso qualsiasi produzione. Per il marxismo è l'immancabile utopistica redenzione sociale (e qui il tema saturante della dialettica hegeliana è ripreso in pieno da Marx che lo riversa nella storia), quel sole dell'avvenire in nome del quale quelle stesse masse da salvare potranno essere sacrificate da una sorta di struttura preveggente. Il marxismo apre in tal modo la strada al leninismo ove la struttura partito diventa idolo incontrastabile eretta da quei "migliori" rivoluzionari destinati a ricoprire il ruolo di cani pastori per le masse (l'anima leninista trabocca di elitarismo, come ogni successivo partito comunista, alla faccia del tanto egualitarismo predicato). Entrambi falliscono quando da essi emerge la propria intrinseca autocontraddizione: il comunismo di ispirazione marxista fallisce per primo perché è proprio quell'aspetto sociale ed economico che mirava a costruire che implode su se stesso, soffocato dalla struttura di ordine trascendente che doveva sorreggerlo e che invece mostro la sua totale inefficacia a mantenere la coesione sociale se non costringendola, il liberismo fallisce perché è proprio quell'individuo su cui tutto puntava che finisce alienato dai suoi stessi contesti vitali e quindi da se stesso per incrementare un profitto in cui riesce sempre meno a riconoscersi proprio come individuo. Essi falliscono per cause proprie, ma imputando il fallimento a insufficiente purezza di percorso, mentre è proprio la pretesa di purezza a determinare il fallimento, quella purezza che li isola sulla loro posizione antitetica e isolandoli fa credere che la parte sia il fondamento del tutto, ossia dell'uomo nel suo pieno senso individuale e sociale.
La doppia crisi, prima del comunismo poi del liberismo, è sul piano concreto l'espressione della crisi del pensiero astratto che vuole astrarre se stesso a mezzo del proprio autoisolamento creduto completamente definitorio. La soluzione della crisi potrà avvenire a mio avviso solo riconoscendo che non può esservi alcuna libertà individuale che non ponga a suo orizzonte la pari dignità di ogni essere umano e costantemente la indichi facendola emergere dal contesto sociale e che parimenti non può esservi alcuna parità sociale che non ponga a proprio orizzonte la peculiarità del valore assoluto di differenza di ciascun individuo.
In poche parole si tratta di individuare una sintesi tra le antitesi, per evitare che entrambe le antitesi si realizzino come antitesi all'umano pur di sopravvivere.
maral is offline  
Vecchio 09-12-2013, 00.29.13   #120
gyta
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Riferimento: L'oblio della filosofia politica

Citazione:
Originalmente inviato da 0xdeadbeef
@ Gyta

E' infatti all'interno del pensiero anglosassone che matura l'idea per cui all'individuo basta seguire il suo
personale interesse per fare, con esso, anche l'interesse della collettività.
Ora, mi rendo certamente conto che il "dialogo reciproco" non è da te inteso alla stregua dell'"interesse".

Ma allora ti chiedo: cos'è per te il "bene"?
Perchè è del "bene", in fondo, che stiamo parlando, non trovi?
E allora: cos'è "bene" per l'individuo? E cos'è "bene" per la collettività?

A questa domanda gli anglosassoni hanno risposto (soprattutto Hume) che il "bene" è il piacere (e dunque l'interesse).
Altri hanno risposto che il "bene" è un qualcosa di dato una volta e per tutte (di "rivelato", quindi).

Insomma: a quale tipo di "bene" dovrebbe portarci il dialogo reciproco (il discorso è lungo, ma anche molto interessante)?


L’interazione, l’interdipendenza, è il fondamento del reale.
Non ostacolare questo flusso naturale significa rispettare questa legge intrinseca alla realtà.
In particolare, la natura attraverso i semi dell’istinto e delle disposizioni qualitative dei sensi
si realizza e si sviluppa: questo è il bene. Il bene comune che sta a fondamento del reale.
Cooperare significa non ostacolare il flusso di questa legge intrinseca al reale.
La cooperazione sta a fondamento del reale.

Quando l’interesse individuale o di gruppo rispetta questo fondamento intrinseco al reale non ostacolandone la realizzazione
l’interdipendenza si esprime come naturale disposizione di cooperazione. Si evidenzia allora come non può esserci un bene individuale differente e scisso da un bene comune, essendo il fondamento del reale questo legame profondo di interdipendenza dove ogni più piccola realtà risponde alla medesima legge intrinseca di natura.

Laddove i semi insiti nell’istinto e nei sensi non vengono ostacolati nel loro flusso di sviluppo e realizzazione la natura del reale si compie senza ostacoli ed il bene può in tutta la sua chiarezza e potenza evidenziarsi, emergere.

Questo è in sintesi ciò che intendo come bene e come bene comune.

Ciò che ostacola lo sviluppo insito come seme nell’istinto e nei sensi è ciò che frena il flusso naturale della realizzazione della natura intrinseca al reale.

Che sia un individuo od una pluralità di individui (gestioni di governo) il discorso resta il medesimo di cui sopra.

Principalmente dunque si evidenzia quanto in realtà ci sia da non fare, dall’astenersi, più che dal fare.
Riconosciuto il fondamento della realtà non resta che rispettarlo nella sua più semplice e naturale realizzazione, nel suo naturale sviluppo.

Ho parlato di semi dell’istinto e semi delle disposizioni sensoriali; non ho parlato di istinti e sensi alla mercé dell’inconsapevolezza ma della disposizione naturale al loro sviluppo. Questo sviluppo che non ha necessità di essere incentivato bensì non ostacolato è il bene a cui ogni essere ed individuo intrinsecamente e nel profondo mira. Questo è il bene.

Non una via di sovrastrutture ma una via ‘negativa’ di pulizia agli ostacoli che bloccano questa realizzazione dell’essere. Ostacoli che si concretizzano nient’altro che proprio in qualità di sovrastrutture impedendo alla chiarezza naturale della realtà di evidenziarsi.

Non coltivando la saggezza ma estirpando ciò che consente alla stupidità (=blocco delle naturali disposizioni) di mantenere il centrale controllo nelle menti.

Estirpare in questo caso significa non consentire alcun blocco al flusso naturale dello sviluppo intrinseco agli esseri.
Significa non consentire ad alcun preconcetto di guidare e governare una o più menti.
Significa non consentire che un pensiero ideale (politico od economico che sia) celi ed ostacoli la natura intrinseca del reale.

Risulta chiaro allora come non sia possibile mirare ad un bene che non sia per davvero base comune ad ogni essere,
in generale e nel particolare [delle singole esistenze].

Questa riflessione non è frutto di una linea di pensiero idealista ma una radicale constatazione alle leggi che governano le forze profonde della natura e del nostro pianeta.
gyta is offline  

 



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