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Vecchio 15-12-2013, 18.15.23   #131
0xdeadbeef
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Riferimento: L'oblio della filosofia politica

@ Maral
Che dire? Mi è difficile commentare una risposta che, praticamente, condivido dalla prima all'ultima riga.
Però è difficile non constatare, come fatto, che l'emergere dell'individuo è quel che forse più di ogni
altra cosa caratterizza l'occidente.
L'individuo comincia ad emergere già nella filosofia greca. In S.Agostino l'anima è "indivisibile": è un
qualcosa che non si può ulteriormente ridurre. L'individuo diventa così "tutto", e non più parte di un "tutto".
E' straordinario come da un concetto religioso nasca poi quel concetto "laico" che vede nella singola persona
tutta l'umanità. E' da qui, trovo, che nasce il principio kantiano per cui l'uomo (inteso come singolo uomo)
è sempre da intendere come fine, mai come mezzo.
E allora: possiamo forse meravigliarci se da questi presupposti si arriva alla teoria di Von Hayek? E' certo
da condannare (e io condivido in pieno la tua condanna) questa "deriva", questa estremizzazione, ma la
possiamo forse negare come "corpo estraneo" a ciò che noi stessi siamo?
Accennavo, precedentemente, al motivo per cui a questo "mercatismo" dilagante non viene espressa nessuna
critica (a parte quella di pochi). Perchè non vi è una presa di coscienza che la radice vera del gigantesco
problema economico, ma non solo, è intrinseca al mercato? Dicevo: per ignoranza? Senz'altro, nessuno affronta
mai questo aspetto, ma c'è a mio parere anche dell'altro.
Se, come disse quel tale (vorrei tanto ricordarmi chi è, perchè le persone davvero intelligenti sanno
esprimere le "grandi verità" con una battuta), il mercato è il miglior modo di dirimere i rapporti fra gli
individui, allora il mercato non viene messo in discussione semplicemente perchè ci sentiamo, tutti e
profondamente, individui.
Trovo vi sia, in altre parole, un motivo più profondo al nostro irriducibile attaccamento al mercato che non
quello, solito, che dà tutte le colpe al "complottismo", al "grande fratello", alle "grandi sorelle" che
dirigono l'economia mondiale: il nostro essere profondamente, irriducibilmente, individui.
Ecco perchè ci, come dire, "scivolano sopra" tutte le critiche al mercato rivolte dai più eminenti economisti
(compresa l'obiezione di Menger, in realtà rivolta contro la teoria dell'equilibrio perfetto dei mercati).
Il nostro essere individui fa parte di un ordine "naturale", di una legge "eterna e necessaria" senza la
quale ci sentiremmo, ancora e dopo la "morte di Dio", gettati nel mondo, in un caos nel quale perderemmo
ogni punto di riferimento.
Ecco perchè condivido assolutamente quel tuo definire la volontà di potenza come la volontà che vuol dire il
falso del vero ed il vero del falso. La nostra volontà è volontà di non sentire quelle critiche, di obliarle.
Ma perciò è volontà di ricostituire l'"inflessibile": il mercato non può essere "flesso", perchè flesso ne
sarebbe l'individuo e la legge eterna e necessaria che ha portato al suo emergere.
In base a ciò, io non credo che crollerà il mercato, come non credo stia crollando il feticcio dell'"io".
Non credo che crollerà nulla di tutto questo PRIMA che la volontà di potenza abbia trovato un qualche altro
"inflessibile" con cui sostituirli. Certo, vi è un "sentore" di rinascita del nazionalismo, di una identità
culturale ed etnica, di un "noi" che contrasterebbe, o dovrebbe contrastare, l'"io mercatista". Ma è ancora,
appunto, solo un sentore.
Soprattutto, sarebbe un "tornare a ciò che è stato" della cui efficacia (naturalmente non sto parlando in
termini valoriali, ma dal punto di vista della volontà di potenza) sarei molto dubbioso.
Difficilmente, nella storia, si rimette semplicemente indietro il calendario (è d'altronde vero che la
storia, dice Hegel, offre spesso "dure repliche").
un cordiale saluto
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Vecchio 16-12-2013, 15.06.26   #132
maral
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Riferimento: L'oblio della filosofia politica

Oxdeadbeef, penso che si possa dire che l'individuo nella sua interezza contenga in sé il tutto, ma solo in quanto partecipa (è parte) di quel tutto che non si esaurisce nell'individuo ma rimanda ad altro individuo in cui il tutto è parimenti contenuto ma si manifesta in modo diverso. L'individuo originario, questo io che io sono, sono cioè quel tutto che sono io in quanto io sono l'altro di un altro, se non vi fosse l'altro (ciò che io non sono) io non potrei essere il suo altro, quindi ciò che io per me stesso sono. Io sono me stesso solo nel sentire, nel vivere l'altro e, negando l'altro nego la mia interezza, costruisco un finto io in cui falsamente identificarmi e così chiudo la porta, mi separo, mi alieno da quello che veramente sono. E proprio questa separazione è l'errore fondamentale, il rimanere fermi al primo momento che dice solo "l'individuo è tutto", senza voler riconoscere che è tutto proprio e solo in virtù di ciò che questo individuo non è, del suo altro. Non sarà pertanto l'altro a dover essere tolto, ma l'isolamento chiuso delle reciproche posizioni antitetiche ognuna delle quali vuole pretendersi assoluta, ossia completamente sufficiente a se stessa. Ed è ancora notevole a mio avviso
che proprio questa pretesa che esalta l'io come assoluta autosufficienza genera in contraddizione il senso della propria assoluta insufficienza, di quella dipendenza dall'altro negato che è così forte nel mondo contemporaneo occidentale e si manifesta a livello sia sociale che psicologico. Nel mondo contemporaneo ove l'io si ritiene assoluto e l'egoismo è celebrato a virtù, l'io si scopre in ogni istante sempre più incapace di autosostenersi, nella sua indispensabile dipendenza per sopravvivere.
Il mercato è certo un modo di rappresentare le relazioni umane, ma non il migliore a cui ogni relazione va ricondotta per cui si vuole pensare che le sue leggi siano persintattiche (onnivalenti) per ogni relazione. Sostenerlo non è riconoscere l'onniscienza umana in materia economica, ma l'esatto contrario: una totale insipienza che vuole essere onniscienza identificandosi nell'intelletto anziché nella ragione. E infatti anche qui se il mercato è la massima tutela offerta all'individuo non si capisce come appaia anche causa fondamentale della sempre più profonda alienazione dell'individuo. Il motivo in realtà è evidente, anche se lo si vuole nascondere, perché appunto questo mercato viene preso in sé, separato da ogni suo altro, individui compresi.
Perché, allora tu chiedi giustamente, questo stato di cose non cambia, perché nemmeno lo si vede? Perché si continua ad aver fede che i feticci assoluti dell'io e del mercato ci liberino da tutte le contraddizioni che essi stessi producono?
E' vero quando dici del bisogno dell'inflessibile per non sentirci gettati nel caos di un mondo in cui ci perderemmo. Mi ricorda quanto Ivan Karamazov fa dire al Grande Inquistore (l'inflessibile) nel romanzo di Dostoevskij: le masse invocano l'inflessibile quando questo viene loro a mancare, invocano l'inganno e l'illusione senza la quale non potrebbero sopravvivere e per questo ogni volta salvano Barabba il ladrone e mettono Cristo in croce (e con voto certamente democratico! A maggioranza!). Cristo è il flessibile, per questo è una minaccia, la vera minaccia per tutte le chiese e i poteri di questo mondo.
Mercato e Grande Inquisitore sono solo maschere della stessa volontà di potenza da cui noi stessi siamo profondamente affascinati, perché gli spettacoli che crea sono sempre di grande rassicurante suggestione, ci tengono insieme ed esaltano i cuori intorpidendo le menti. Ma il localismo che sta tornando di moda non può certo sostituire il libero mercato, non può dispiegare le stesse illusioni di sconfinata potenza, al massimo può evocarle e rimpiangere i tempi passati ove ancora si sognavano imperi.
Nessuno peraltro è immune al fascino che dispiega la volontà di potenza, solo il saperlo, il conoscerlo, il rendersi conto del suo essere un continuo fantasmagorico gioco di illusioni e di maschere sotto le quali si cela lo spettro incombente e angosciante del nulla può rendercene immuni. La volontà di potenza stessa potrà allora indicarci la verità che sotto di essa si nasconde: il nostro non poter tutto sapere di ogni cosa, perché la verità di ogni cosa è inesauribile.

maral is offline  
Vecchio 19-12-2013, 05.50.27   #133
gyta
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Citazione:
Specificamente, mi interessava sapere se tu consideri la guerra come un "turbamento dell'ordine
naturale delle cose".
(Oxdeadbeef)
Beh, potremmo anche indicarla come turbamento di un benessere interiore (“ordine” non mi piace poi troppo o forse non mi chiarisce bene l’immagine.. Seppure anche per “benessere” dovremmo rapportarci ad una visione analitica dei moti umani interiori)..

Citazione:
ti chiedevo se la tua visione dell'interagire dell'uomo considerasse la guerra come parte di
tale interagire
(Oxdeadbeef)
Non necessaria ma possibile (come –purtroppo- esperienza ci conferma).

Direi che “parte di tale interagire” sono le forze complementari: il penetrare, l’accogliere; il cedere, l’avanzare; il proporre, il contenere; il separare, l’unire.. etc.. sempre in base al medesimo schema di direzioni opposte e contrarie.
Le forze in gioco mutano unicamente d’aspetto in un gioco reciproco di esigenza (/risposta) complementare. L’aggressività e la mitezza sono direzioni entrambe indispensabili: l’una senza l’altra è come una forza senza potenza (seppure apparentemente possa sembrare possederla).

Posso solo immaginare e dedurre che la guerra possa essere necessariamente parte del percorso verso una conoscenza di queste forze (interiori) che ci caratterizzano, al pari di ciò che avviene nella natura fisica dell’universo. Se vogliamo il fondamento stesso del movimento. Certo è che l’ “apprendimento” di gestione delle forze -dal punto di vista della durata di una vita umana- sembra effettivamente un po’ lunghetto
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Vecchio 24-12-2013, 20.41.33   #134
0xdeadbeef
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@ Maral
Ho, nella sostanziale identità di vedute, solo una breve riflessione da fare a margine del discorso sul
"localismo". Naturalmente il localismo si guarda bene dal mettere in discussione i fondamenti stessi del
mercato (ma chi mai, nei secoli, li ha poi messi davvero in discussione?). Il localismo ci propone sostanzialmente
lo stesso modello economico, solo un pò, diciamo, "ristretto"; ma è a mio avviso da chiedersi se veramente
sia possibile questo...rimpicciolimento.
La verità è che il mercato "vero", che è quello globale, ha profondamente scosso anche quelli che più si
credevano "liberali" (parlo in particolare del nostro paese). E quando ci si sente in questi stati d'animo
non c'è "convinzione", né "razionalità" che tenga: ci si rifugia nei soliti valori della tradizione; nella
"patria".
E però, mi chiedo, è davvero possibile un ritorno ad un mercato ristretto quale sarebbe quello nazionale, o
comunque quale sarebbe quello visto in una prospettiva "localista"? Qui ho molti dubbi, perchè se c'è, nella
storia, un momento comune nel variegato panorama del mercato questo è individuabile nella propensione alla
continua espansione. Anzi, direi nella necessità del mercato alla continua espansione.
Quindi un mercato "stoppato", rinchiuso in improbabili e nuove frontiere "nazionali" sarebbe certamente un
mercato che nega se stesso. E non si nega se stessi senza, in un certo qual modo, perdere se stessi.
Ciò che ne risulterebbe sarebbe un mercato stravolto nei suoi stessi fondamenti; un "non-mercato".
un caro saluto
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Vecchio 24-12-2013, 21.11.19   #135
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@ Gyta
Credi forse che i nomadi che, durante il neolitico, attaccavano i primi agglomerati degli stanziali (quelli
che costruivano le capanne a pianta quadra, come ti dicevo) lo facevano perchè psicologicamente disturbati?
Credi, ovvero, che deliberatamente disturbassero il loro "benessere interiore"? Certamente disturbavano il
benessere interno degli stanziali; ma, insomma, attaccavano gli stanziali proprio per accrescere il loro, di
benessere, non credi?
Naturalmente, spero ammetterai che la stessa cosa vale per la situazione siriana oggi, dove ognuna delle
parti agisce in vista del PROPRIO "benessere interiore", e per le miriadi di esempi che avrei potuto citare
compresi fra questi due estremi storici.
Il punto che, a parer mio, falsa un pò il tuo ragionamento è la considerazione di una "natura umana" che
è essenzialmente buona. Questo ti porta, sempre secondo la mia opinione, a pensare che basti "disvelare"
questa naturale bontà; che basti, come dire, "disincrostare" l'animo dell'essere umano dalle "cattive
sedimentazioni" per farlo emergere nella sua realtà essenziale, che è la bontà e l'altruismo.
Hai mai pensato (visto che, palesemente, sospetti anche tu che qualche conto non torna...) che, sotto-sotto,
vi sia in tutto ciò un, diciamo, aspetto metafisico?
ciao e auguri sentiti
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Vecchio 25-12-2013, 14.26.15   #136
maral
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E' vero Oxdeadbeef, il mercato non può che volersi globale e illimitabile, quanto meno nella prospettiva astratta che su di esso getta la volontà di potenza. Infatti tutte le grandi potenze mercantili del passato si sono sempre dedicate al commercio globale e proprio per garantirsene l'incontrastata possibilità hanno fondato le colonie originariamente come punti di approdo esclusivi oltre oceano per le loro merci finché anche questa esclusività è stata sentita come inopportunamente limitante per le possibilità sconfinate offerte dal concetto di mercato. Il crollo del colonialismo ha così determinato pure il crollo di ogni protezionismo statalizzato in quanto lo stato non era più pensabile come struttura capace di contenere la potenza dell'idea di mercato. Lo stato risultava antiquato in quanto ancora si ravvisava in esso funzionalità diverse da quella mercantilistica, occorrevano invece strutture che ponessero a loro unica finalità lo sviluppo del mercato stesso nel senso più vasto possibile, dunque le corporation, le multinazionali votate al solo profitto, o magari anche un nuovo tipo di stato costruito sul modello delle multinazionali, senza altri scopi disturbanti oltre la contabilità della partita doppia.
Il localismo è stata la ovvia reazione a questa visione culturale onnicomprensiva, il limite che ritorna ogni volta che la volontà di potenza spinge oltre il limite le concettualizzazioni astratte che utilizza e che finiscono con il travolgere il senso individuale dell'esistenza. Il localismo ha alla radice il potersi sentire a casa propria sul proprio territorio, dunque ribadisce in modo primario il valore del proprio territorio per quanto esso produce per chi ci vive e lì e non altrove sente suo senso esistenziale. Il localismo legando ogni individuo al proprio territorio è di per sé un fattore ecologico oltre che culturale. Ristabilisce a se stessi in quanto nati in quel territorio quel senso di valore che il mercato concepisce solo in termini di scambio e profitto universale, infatti per il mercato un formaggio prodotto a Gorgonzola o a Vladivostock come la tecnica consente è perfettamente equivalente essendo solo funzionale al profitto che dal suo commercio se ne può trarre, è un'idea generalissima di formaggio che il mercato globale vuole, non un formaggio reale, è un logo che susciti desiderio, una pura idea di potenza fine al profitto in virtù di suggestioni che con il formaggio reale hanno ben poco a che fare.
Se il mercato globale disperde il valore peculiare della cosa oltre il limite della cosa, quindi di fatto annienta ogni valore, il localismo rischia continuamente di soffocare il valore nella sua sola funzione oppositiva separante, rischia cioè di voler vedere solo la cosa separata e non nel suo aspetto relazionale con le altre cose che la rendono proprio quella cosa che è nel suo pieno unico valore. Il localismo vuole cioè credere che la cosa concreta per come definita dal proprio contesto di appartenenza abbia valore in quanto fissata in modo oggettuale solo da quel particolare contesto separato, laddove ogni altro contesto in quanto altro non può produrre alcun valore e a questo punto è evidente che non può più esserci scambio di alcun tipo tra il proprio contesto e quello altrui, essendo il proprio in quanto proprio ciò che in sé racchiude ogni possibile valore.
Il problema è che in entrambi i casi il valore di ogni oggetto (il suo significato effettivo) viene annientato dalle astrazioni a cui ogni oggetto è in toto ricondotto, nel primo caso al profitto, nel secondo al senso di proprietà di un territorio.
Se la cosa è solo in quanto scambiata e lo scambio è solo mezzo di profitto, sia la cosa che lo scambio (dunque il mercato stesso) perdono di sussistenza e d'altra parte se la cosa è pura espressione di un sentimento territoriale di appartenenza lo scambio tra modi diversi di pensare quella cosa è a priori vietata. Nel primo caso l'annientamento del mercato è il prodotto finale di un modo di pensare che isola l'idea dalla molteplicità dei suoi contenuti, nel secondo è il punto di partenza di un modo di pensare che nel confine della localizzazione isola il contenuto finito dalla molteplicità delle sue idee. In entrambi i casi il mercato crolla, mentre per sopravvivere dovrebbe realizzarsi come momento di sintesi tra queste due posizioni estreme affinché in questa sintesi l'uomo possa ritrovarsi e la politica, quella vera, dovrebbe assumersi il compito di indicare con intelligenza le strade per perseguirla.
maral is offline  
Vecchio 26-12-2013, 00.27.59   #137
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Citazione:
Originalmente inviato da maral
...................
Il localismo è stata la ovvia reazione a questa visione culturale ...............

estrapolo il termine localismo perchè mi da adito a discutere su una problematica sentita da decenni (il rapporto fra centralità e periferia, il federalismo).

Il localismo rimane importante anche nella globalizzazione. Il concetto di distretti e di reti interlocali rimane fondamentale. La silicon Valley, Boston, il distretto della Rhur tedesca identificano quanto l'automobile Torino, Ivrea con l'Olivetti,ecc.
Dietro ad una grande industria vi è una rete di commercializzazione e di fornitori, di ricerca e sviluppo, di università che se riesce a tenere nel tempo diventa tradizione e scuola, un valore aggiunto di competizione difficile da vincere..
Una delle basi del nostro sfacelo industriale italiano è stato l'aver perso questa continuità costruita sul miglioramento e l'innovazione.
Ma il localismo che ovviamente si nutre di economia è memoria storica e soprattutto contatto personale nell'epoca dell'impersonalizzazione.
Nel piccolo noi riusciamo ancora a controllare socialmente, perchè conosciamo nomi e volti, persone che si incontrano e comunicano e i servizi sociali li viviamo e sappiamo chi li dirige a livello comunale.
Il federalismo è ancora una forza se sapientemente utilizzata,
Un territorio è una narrazione storica di generazioni ancora a misura d'uomo con le loro radici; è una terra con i suoi sapori; è un clima con i suoi umori;
sono vite legate ai colori dell'infanzia.
E' forse l'unica o tra le poche forze socio-economiche in grado di regolare per non dire conrtastare una globalizzazione selvaggia.
L'Italia se vive ancora è proprio per la sua arte, la sua storia, i suoi sapori che nessuno al mondo ha. Nessuno ha un Foro romano, un paese appenninico medievale, una città sull'acqua, e ognuno con caratteristiche direi uniche.

Queste caratterizzazioni escono dal livellamento del globale, sono un acuto sopra una nota monotona, noiosa. Il far conoscere i prodotti locali è ancora vincente, come vincenti sono delle forme artigianali tipiche italiane.
Quello che manca è la capacità del governo centrale di fare rete di iniziative locali per esportarle nel mondo.
Noi italiani dovremmo ripartire dalle cose che sappiamo fare meglio di altri, resettare tutte le organizzazioni rappresentative inutili fra localismo e centralismo che non servono, scegliere fra Stato centrale e il governo indiretto e amministrativo di regioni, province e comuni, una di queste che rappresenti la dialettica fra centro solidaristico(che ridistribuisce ricchezza ha chi più ne ha bisogno) nazionale e territorio locale e aiutare a fare sinergie fra sperimentazioni e ricerche universitarie e distretti economico sociali caratterizzanti, affinchè diventi sistema integrato con ricadute economiche sia nel territorio che allo Stato che indirettamente ci guadagna.
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Vecchio 26-12-2013, 02.10.54   #138
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Citazione:
@ Gyta
Credi forse che i nomadi che, durante il neolitico, attaccavano i primi agglomerati degli stanziali (quelli
che costruivano le capanne a pianta quadra, come ti dicevo) lo facevano perchè psicologicamente disturbati?
Credi, ovvero, che deliberatamente disturbassero il loro "benessere interiore"? Certamente disturbavano il
benessere interno degli stanziali; ma, insomma, attaccavano gli stanziali proprio per accrescere il loro, di
benessere, non credi?
Naturalmente, spero ammetterai che la stessa cosa vale per la situazione siriana oggi, dove ognuna delle
parti agisce in vista del PROPRIO "benessere interiore", e per le miriadi di esempi che avrei potuto citare
compresi fra questi due estremi storici.
Il punto che, a parer mio, falsa un pò il tuo ragionamento è la considerazione di una "natura umana" che
è essenzialmente buona. Questo ti porta, sempre secondo la mia opinione, a pensare che basti "disvelare"
questa naturale bontà; che basti, come dire, "disincrostare" l'animo dell'essere umano dalle "cattive
sedimentazioni" per farlo emergere nella sua realtà essenziale, che è la bontà e l'altruismo.
(Oxdeadbeef)

Bontà, cattiveria, altruismo sono frutto di una tua sintesi alle mie osservazioni, lontano però dal mio pensiero.
Bontà, cattiveria, altruismo non c’entrano nulla con le osservazioni sulla natura umana che ho cercato di evidenziare.
Il tuo riferimento al benessere ad esempio è di un benessere apparente che non tiene conto di una necessità di armonia profonda dell’animo umano. Le mie riflessioni si basano su di un’analisi alle predisposizioni della psiche e dell’anima umane,
alla lettura profonda di ciò che sta sotto alla ricerca interiore che anima i comportamenti umani [deleteri o costruttivi che siano], non sono il risultato della logica di comportamenti istintivi spinti da necessità immediate di momentanea soddisfazione ai bisogni. Per comprendere le motivazioni che spingono ad un’azione bisogna andare oltre all’osservazione immediata del fine e cercarne il significato simbolico che ne sta a monte, solo questo è in grado di svelare per davvero le dinamiche mentali che definiscono quelle spinte ad animare le azioni. Spinte tutt’altro che consce per la stragrande maggior parte dei casi.
Se proprio vuoi ricercare nelle mie riflessioni un qualsivoglia seme di presunta fede, questo lo puoi rintracciare nella logica ferrea e sottile che si auto evidenzia nell’analisi non superficiale ai movimenti interiori della psiche umana che animano i differenti percorsi umani.

Non ho parlato di altruismo né di benessere apparente: la mia non è una riflessione morale ma un tentativo di analisi per tanto scevro da implicazioni morali, unica possibilità per accedere ad una comprensione radicale dei moti interiori all’animo umano.
L’unica fede di cui mi si può “accusare” è quella nella logica non apparente che sottostà ad ogni più strano, bislacco o comprensibile comportamento umano.

Citazione:
Hai mai pensato (visto che, palesemente, sospetti anche tu che qualche conto non torna...) che, sotto-sotto,
vi sia in tutto ciò un, diciamo, aspetto metafisico?
(Oxdeadbeef)

Sotto-sotto il conto torna.
Beninteso, se non pretendiamo che il livello di coscienza altrui (o nostro) agisca per salti quantici e non attraverso un processo di maturazione.
E comunque la visione o coscienza metafisica è in stretta relazione alla visione o coscienza psichica, pertanto secondo maturazione individuale psichica la nostra lettura metafisica (esistenziale) avrà il corrispettivo significato.
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Vecchio 26-12-2013, 10.41.20   #139
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Ma il localismo che ovviamente si nutre di economia è memoria storica e soprattutto contatto personale nell'epoca dell'impersonalizzazione.
Nel piccolo noi riusciamo ancora a controllare socialmente, perchè conosciamo nomi e volti, persone che si incontrano e comunicano e i servizi sociali li viviamo e sappiamo chi li dirige a livello comunale.
Il federalismo è ancora una forza se sapientemente utilizzata,
Un territorio è una narrazione storica di generazioni ancora a misura d'uomo con le loro radici; è una terra con i suoi sapori; è un clima con i suoi umori;
sono vite legate ai colori dell'infanzia.
E' forse l'unica o tra le poche forze socio-economiche in grado di regolare per non dire conrtastare una globalizzazione selvaggia.
L'Italia se vive ancora è proprio per la sua arte, la sua storia, i suoi sapori che nessuno al mondo ha. Nessuno ha un Foro romano, un paese appenninico medievale, una città sull'acqua, e ognuno con caratteristiche direi uniche.

Queste caratterizzazioni escono dal livellamento del globale, sono un acuto sopra una nota monotona, noiosa. Il far conoscere i prodotti locali è ancora vincente, come vincenti sono delle forme artigianali tipiche italiane.
Quello che manca è la capacità del governo centrale di fare rete di iniziative locali per esportarle nel mondo.
Noi italiani dovremmo ripartire dalle cose che sappiamo fare meglio di altri, resettare tutte le organizzazioni rappresentative inutili fra localismo e centralismo che non servono, scegliere fra Stato centrale e il governo indiretto e amministrativo di regioni, province e comuni, una di queste che rappresenti la dialettica fra centro solidaristico(che ridistribuisce ricchezza ha chi più ne ha bisogno) nazionale e territorio locale e aiutare a fare sinergie fra sperimentazioni e ricerche universitarie e distretti economico sociali caratterizzanti, affinchè diventi sistema integrato con ricadute economiche sia nel territorio che allo Stato che indirettamente ci guadagna.
Sono perfettamente d'accordo su quanto dici, ma per quanto apprezzi il gusto dei sapori locali che esprimono il sapore delle cose vive rispetto alla brodaglia amorfa e indifferenziata che impone la globalizzazione, ritengo che del localismo si debba riconoscere anche la parte negativa ad esso implicita e la parte negativa è il soffocamento del pensiero entro i limiti del proprio contesto di vita che si traduce in provincialismo, partigianeria, rifiuto aprioristico del valore del diverso, familismo tribale, cinico egoismo, sentimentalismo vuoto di qualsiasi sentimento, appartenenza che diventa ricatto e costrizione e via dicendo. Tutti difetti che ben conosciamo, perché li viviamo nel disastro di questo paese, un paese fondamentalmente localista ma che costantemente si trova sospinto verso quel mercato globale che ormai detta indiscutibilmente le forme del pensiero dominante e si adegua spesso conservando il peggio del localismo e adottando quanto vi è di più nefasto del globalismo in un'ibridazione oscena e sterile che permea ogni cosa.
Io credo che solo il riconoscimento dell'integra manifestazione dei modelli di riferimento che assumiamo sia condizione fondamentale per il rispetto di quei modelli e per il loro utilizzo. Conoscendone i rischi ad essi impliciti possiamo muoverci con maggiore sicurezza. Il sacrosanto sentimento di appartenenza al proprio territorio deve mantenere al proprio orizzonte l'apertura costante al riconoscimento del valore dell'altro, di ciò che vive oltre i propri confini proprio in quanto espressione autentica di un altro territorio, laddove il sentimento di un'appartenenza globale comune deve mantenere e costantemente promuovere il valore di quella differenza identitaria legata alla peculiarità culturale del territorio in cui si è nati e si è vissuti respirandone gli odori. Occorre cioè saper vedere le istanze complementari di ciò che appare in antitesi per realizzarne una riuscita sintesi che finalizzi positivamente l'una all'all'altra.
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Vecchio 28-12-2013, 17.35.36   #140
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Sono perfettamente d'accordo su quanto dici, ma per quanto apprezzi il gusto dei sapori locali che esprimono il sapore delle cose vive rispetto alla brodaglia amorfa e indifferenziata che impone la globalizzazione, ritengo che del localismo si debba riconoscere anche la parte negativa ad esso implicita e la parte negativa è il soffocamento del pensiero entro i limiti del proprio contesto di vita che si traduce in provincialismo, partigianeria, rifiuto aprioristico del valore del diverso, familismo tribale, cinico egoismo, sentimentalismo vuoto di qualsiasi sentimento, appartenenza che diventa ricatto e costrizione e via dicendo. Tutti difetti che ben conosciamo, perché li viviamo nel disastro di questo paese, un paese fondamentalmente localista ma che costantemente si trova sospinto verso quel mercato globale che ormai detta indiscutibilmente le forme del pensiero dominante e si adegua spesso conservando il peggio del localismo e adottando quanto vi è di più nefasto del globalismo in un'ibridazione oscena e sterile che permea ogni cosa.
Io credo che solo il riconoscimento dell'integra manifestazione dei modelli di riferimento che assumiamo sia condizione fondamentale per il rispetto di quei modelli e per il loro utilizzo. Conoscendone i rischi ad essi impliciti possiamo muoverci con maggiore sicurezza. Il sacrosanto sentimento di appartenenza al proprio territorio deve mantenere al proprio orizzonte l'apertura costante al riconoscimento del valore dell'altro, di ciò che vive oltre i propri confini proprio in quanto espressione autentica di un altro territorio, laddove il sentimento di un'appartenenza globale comune deve mantenere e costantemente promuovere il valore di quella differenza identitaria legata alla peculiarità culturale del territorio in cui si è nati e si è vissuti respirandone gli odori. Occorre cioè saper vedere le istanze complementari di ciò che appare in antitesi per realizzarne una riuscita sintesi che finalizzi positivamente l'una all'all'altra.

Capisco quello che vuoi dire e purtroppo ne vediamo le conseguenze.
Ma io ritengo che siano effetti e non cause, perchè ha funzionato altrove e non in Italia?
Non è che invenzioni come "city manager" ,consulenze strapagate per nulla, incapacità di costruire piani di urbanistica inteso come collegamento fra strutture socio economiche e infrastrutture di collegamento tenendo conto dell'ecologia, dell'ambiente siano fallite? Come sono fallite le municipalizzate divenute capitale misto e spa per inserirvi, amici, parenti, conoscenti e raccomandati di politici e quant'altro?
Mi rendo conto che un imprenditore privato in questi contesti soffoca invece di avere ossigeno.
Non è possibile che il popolo che ha avuto il testimone dell'antica Grecia , lo ha poi passato all'Europa dei barbari, e dove i turisti vengono a sfregarsi gli occhi nel vedere la bellezza e a leccarsi le dita per i sapori, non sia in grado di fare sistema.
Il problema è il governo inteso in senso generale, non siamo capaci ed onesti di costituire una classe dirigente integerrima moralmente e che sappia progettare per generazioni : è urgente e necessario.

Il mercato come luogo fisico nasce nella piazza locale come stesso luogo d'incontro fra persone che comunicano culture oltre che oggetti.

L'intento dell'accettazione dell'altro ,dell'apertura non avviene quando si è deboli e poveri, nasce il razzismo come competizione delle poche risorse fra poveri: e sta crescendo.

E' la ricchezza come presupposto che annulla i razzismi che aiuta all'integrazione culturale. Diversamente ricadiamo nei populismi e nelle demagogie di coloro(partiti e Chiesa ) che stanno cercando voti e consensi fra le varie comunità ormai organizzate di immigrati.

E l'ultima legge di "stabilità" e il "mille proroghe "imminenete , lo sta dimostrando questa continuità del buttare denaro senza un' idea programmatica.

paul11 is offline  

 



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