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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 07-10-2013, 19.02.46   #21
paul11
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Riferimento: L'oblio della filosofia politica

Citazione:
Originalmente inviato da 0xdeadbeef
@ Paul11
Non intendevo dire che la filosofia politica non costruisce degli a-priori, ma intendevo dire che la costruzione
dell'a-priori non è in essa necessario; non costituisce il suo tratto distintivo nei confronti della scienza.
Dicevo che, anzi, è la scienza che si fonda su di un a-priori (e non lo sa, o finge di non saperlo...).
Ritengo, da questo punto di vista, che la scienza sia impossibilitata a riflettere su concetti come quelli di
"efficienza", di "razionalità" (non vi può riflettere, perchè essi rappresentano il suo fondamento; perchè
essi sono l'"evento" originario da cui essa sviluppa la sua catena di significanti e di significati), mentre
la filosofia politica non ha un tale impedimento, in quanto capace di riflessione "radicale".

Forse stiamo dicendo la stessa cosa, ma in modo diverso.


Citazione:
Originalmente inviato da 0xdeadbeef
E com'è possibile (ammesso che quanto affermo sia "giusto"), per la scienza, essere "plastica", "dinamica",
lavorare per tentativi traendo dalla pratica la spinta per cambiare le proprie teorie?
Risponde forse a criteri di dinamicità quella politica economica che FMI, BCE e diavolerie varie suggeriscono
ai paesi più vari onde far fronte alle loro crisi economiche ("la stessa ricetta per qualsivoglia situazione",
dice Krugman)? Risponde forse a criteri di dinamicità quel "monolite" che Kelsen chiama "grundnorm", e che
nelle sue intenzioni dovrebbe fungere da norma-base per successive norme giuridiche improntate ai criteri di
efficienza e razionalità?
Io, questa dinamicità, questa plasticità, non la vedo. E non la vedo né teoricamente (dal punto di vista
filosofico) né praticamente (nelle politiche che vengono attuate).

La scienza lavora per utilità, finalità e scopi che sono efficienti ed efficaci; se non fosse così sarebbe obsoleta da tempo.Ma il problema non è la scienza in sè e per sè, ma la cultura che l'asseconda; l'idea che la scienza sia la "taumaturgia" dell'umanità.

Citazione:
Originalmente inviato da 0xdeadbeef
Piuttosto, mi incuriosisce quel tuo riferirti al mondo animale come a un mondo "statico". E' vero, a nessun
animale viene in mente di cambiare le "regole del gioco", però agli umani è venuto in mente di far diventare
quelle "regole del gioco" un "gioco delle regole" (come dal titolo di un saggio di Guido Rossi).
Una regola (Rossi, chiaramente, si riferisce alla regola giuridica) si può cambiare, ma si può cambiare solo
in riferimento ad un'altra regola (quante volte, e a proposito, sentiamo dire: "non si cambiano le regole in
corsa"...). Mentre qui la regola è, appunto, diventata un gioco; un gioco al quale ognuno gioca secondo l'unica
regola riconosciuta: quella della propria (volontà di) potenza.
Non senza un velo di ironia, mi verrebbe da dire che almeno gli animali giocano a carte scoperte...
ciao

Negli animali è l'istinto in grandissima misura a dare gli "input" di convivenza, di simbiosi e persino di antagonismo fra speci: nell'uomo il fatto stesso che sia consapevole delle regole della natura e possa alterarle ha la potenza di poterle o assecondare ideologicamente(vince il più forte politicamente ,economicamente, socialmente e gli altri soccombono, ma hanno anche quest'ultimi la possibilità di salire al potere) oppure l'uomo costruisce le etiche e le morali che contrastano con le regole della natura, perchè hanno un ruolo "compensativo" nella regola del più forte/ debole.
La storia della filosofia politica che attinge dalla morale laica e prima ancora da quelle religiose e "totemiche" si divide proprio in due filoni fondamentali dove gli antagonismi storici sono sempre in atto: schiavi/liberi, plebei/patrizi, servitori della gleba/feudatari, proletari/borghesi.
Fondamentalmente una ideologia è quella che segue le regole della natura, del mercato spontaneistico e senza interventi statali e dall'altra la regola morale che decide che gli uomini sono tutti uguali e si chiede nel giusnaturalismo il significato di società e libertà individuale.
Ma già in quel tempo è possibile vedere se Hobbes, Spinoza, Kant, Rousseau,ecc. fossero" di destra o sinistra": perchè costruiscono i principi regolativi dello stato in base alle gerarchie di priorità degli interessi privati o sociali.

Kant ha influito enormemente sul diritto positivo dei concetti liberalistici dello stato moderno. E proprio a partire da quel "imperativo categorico" che fonda le morali dello stato laico.

Quello che è avvenuto nno è tanto nei concetti teorici della filosofia politica, Kant ad esempio è ancora un caposaldo. Ma è venuta meno quella capacità di controllo morale che equilibra l'interesse privato con il bene pubblico: e in italia è talmente evidente che ci sarebbe da ridere per nno piangere.

Quando la politica "esagera" nel consenso elettorale per andare al potere e arriva a patteggiare persino con gruppi a delinquere storici oppure si fa corrompere dai poteri forti, oppure dà privilegi a certi settori corporativi importanti nel sociale, non fa altro che squilibrare quel rapporto fra interesse privato e bene pubblico. Perchè quel privilegio o quella corruzione qualcuno fra i cittadini dovrà pagarlo. E quando tutto ciò diventa "sistema" implicito di regole significa che qualcosa nno ha funzionato nell' esercizio dei poteri di controllo e di democrazia di uno stato moderno (compresa l'informazione e i mass-media). " io non c'ero e se c'ero nno ho visto" sic!
E' talmente generalizzata e trasversale che non è più un problema di filosofia, ma di polizia giudiziaria come lo fu per "mani pulite": l'Italia periodicamente "è dentro"in queste tematiche.
Significa che il popolo uscito dal trentennio dittatoriale fascista e come Paese di retroguardia capitalistico rispetto agli Imperi economici di Stati consolidati nel diritto e nelle organizzazioni burocratiche e sociali (nno che non abbiano problemi, ma meno e soprattutto non "strutturali" come noi) non è una democrazia compiuta e matura.

Tutto ciò in questo tempo ha la conseguenza di essere "inaffidabili" ai tavoli contrattuali internazionali e ai trattati, sorvegliato speciali per il ruolo storico e geopolitico nel Mediterraneo, contare nulla o ben poco sulle reali strategie sia della Comunità Europea (asse franco-tedesco e contraltare inglese che mantiene la sterlina ) che internazionale e "paghiamo" con gli interessi salati questa inaffidabilità mettendo il debito pubblico sul mercato internazionale per renderlo appetibile.

Le regole se si vogliono cambiare si cambiano anche immediatamente, davanti ad un dissesto socio economico(vedasi quella legge ridicola elettorale italiana del "porcellum"). La verità è che stanno drenando il risparmio di intere generazioni con queste "false" crisi. False perchè è ideologicamente scorretto far credere ad un popolo che il disavanzo economico è l'indice fondamentale del benessere dello stato quando decenni fa questo stesso disavanzo era molto più alto e si viveva meglio. Allora era tollerato e oggi no? Perchè?L'euro non è una risposta tecnicamente credibile.
E' quindi ideologica la scelta dell'indice economico come lo è quello dei valori e degli interessi privati nella formazione , costruzione e costituzione di uno stato.
E questa è politica (la scelta degli indici e dei valori) e non economia.
paul11 is offline  
Vecchio 07-10-2013, 23.33.24   #22
0xdeadbeef
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Riferimento: L'oblio della filosofia politica

@ Acquario69
Nell'analisi del reale (che è, ripeto, analisi politica, non filosofica. E viene effettuata con il celebre
"fiuto" - quello che ha avuto Berlusconi e non le BR, tanto per rimanere agli esempi che facevo) non esiste
la distinzione reale-virtuale. E tanto meno esiste la distinzione reale "vero" - menzogna, caricatura.
Come lo stratega militare studia il campo di battaglia, così il politico studia il campo su cui dovrà agire.
Egli userà tutti quei mezzi che riterrà più efficienti al suo scopo: il successo. E nessuna differenza farà
fra i mezzi tradizionali e quelli che gli offrono le cosiddette "nuove tecnologie". L'unico suo discrimine
sarà legato al grado di efficienza di tali mezzi rispetto al suo scopo.
Questa è la realtà della politica, una realtà che è di oggi quanto lo era al tempo del genio di Machiavelli.
Naturalmente, il politico (una nota importantissima: non abbiamo ancora detto CHI è, oggi, il "politico", cioè
non abbiamo ancora detto chi, oggi, detiene l'"imperium"...), ponendosi come scopo ultimo il successo, cioè
la presa o il mantenimento del potere, velerà il suo vero scopo mescolando abilmente verità e menzogna,
dosando attentamente forza ed astuzia (due animali, dice Machiavelli, ispirano il "principe": la volpe
ed il leone).
E' questo l'"essere", la realtà della politica, la proposizione descrittiva, e perciò l'unica vera "scienza"
della politica. Tutto il resto (una parte da me ancora non toccata, se non per brevissimi accenni,) fa parte
del "dover-essere", dell'idealità della politica, della proposizione prescrittiva che rappresenta perciò
l"umanizzazione" della politica.
A mio modesto avviso, la filosofia politica, che è in grado di riflettere su entrambe le questioni, di abbracciar-le
in un unico "pensiero", è necessariamente la forma di sapere politico più radicale.
ciao
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Vecchio 08-10-2013, 05.10.42   #23
acquario69
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Riferimento: L'oblio della filosofia politica

Citazione:
Originalmente inviato da 0xdeadbeef
@ Acquario69
Nell'analisi del reale (che è, ripeto, analisi politica, non filosofica. E viene effettuata con il celebre
"fiuto" - quello che ha avuto Berlusconi e non le BR, tanto per rimanere agli esempi che facevo) non esiste
la distinzione reale-virtuale. E tanto meno esiste la distinzione reale "vero" - menzogna, caricatura.
Come lo stratega militare studia il campo di battaglia, così il politico studia il campo su cui dovrà agire.
Egli userà tutti quei mezzi che riterrà più efficienti al suo scopo: il successo. E nessuna differenza farà
fra i mezzi tradizionali e quelli che gli offrono le cosiddette "nuove tecnologie". L'unico suo discrimine
sarà legato al grado di efficienza di tali mezzi rispetto al suo scopo.
Questa è la realtà della politica, una realtà che è di oggi quanto lo era al tempo del genio di Machiavelli.
Naturalmente, il politico (una nota importantissima: non abbiamo ancora detto CHI è, oggi, il "politico", cioè
non abbiamo ancora detto chi, oggi, detiene l'"imperium"...), ponendosi come scopo ultimo il successo, cioè
la presa o il mantenimento del potere, velerà il suo vero scopo mescolando abilmente verità e menzogna,
dosando attentamente forza ed astuzia (due animali, dice Machiavelli, ispirano il "principe": la volpe
ed il leone).
E' questo l'"essere", la realtà della politica, la proposizione descrittiva, e perciò l'unica vera "scienza"
della politica. Tutto il resto (una parte da me ancora non toccata, se non per brevissimi accenni,) fa parte
del "dover-essere", dell'idealità della politica, della proposizione prescrittiva che rappresenta perciò
l"umanizzazione" della politica.
A mio modesto avviso, la filosofia politica, che è in grado di riflettere su entrambe le questioni, di abbracciar-le
in un unico "pensiero", è necessariamente la forma di sapere politico più radicale.
ciao

ultime paio di cose che vorrei dire..
si,se andiamo a vedere da sempre sono esistiti "sovrani e sudditi"..la forma cambia ma la sostanza,in ultima analisi rimane sempre la stessa..ma questo credo che era sottinteso sin da subito.
forse,ma e' solo un ipotesi, il divario fra l'una e l'altra si e' trasformato in crescendo fino a giungere ai giorni nostri in qualcosa di estremamente complicato e sempre più "anonimo" ..un mostro invisibile che inghiotte tutto quello che gli si para davanti e nessuno sa più chi ma anche cosa sia…magari e' diventato di per se un meccanismo inarrestabile..ma sono solo personali supposizioni.
magari succede che non siamo adatti per gestirci in numero sproporzionato alla nostra stessa capacita..come i termitai riescono a fare..(chissa' se esiste davvero un parametro in questo senso che può spiegare anche una certa alienazione dovuta proprio a questa trasformazione?) ma solo in numero relativamente ristretto come quello dei branchi…

parentesi sulle BR
io penso che la storia delle BR,ma del terrorismo in generale sia,nel reale appunto,la storia di una strumentalizzazione,che il potere (a ragione sciascia usava dire che il potere e' sempre altrove..quindi aggiungo di mio,e' un errore cercare di individuarlo dove si rende "visibile") ha usato per i suoi scopi…

ciao
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Vecchio 08-10-2013, 13.28.06   #24
maral
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Riferimento: L'oblio della filosofia politica

A me pare chiaro che la politica non può essere altro che la giusta gestione del bene della comunità (ove gestione significa trovare soluzioni a come ripartire i beni senza generare conflitti distruttivi del tessuto sociale e quindi della comunità stessa: la comunità a mezzo della politica diventa così autopoietica, capace di sostenersi da sola). Nel momento in cui si comincia a pensare che gestire il bene della comunità significa privare la comunità del suo bene a favore di un privato (chiunque, individuo, associazione o partito che comunque persegue i propri interessi in contrapposizione agli interessi altrui) o di più enti privati collocati a diverso grado gerarchico, la politica, anche se la si chiama realpolitik, perde completamente di senso e per forza di cose si riduce a gestione non più del bene comune, ma del consenso ove il consenso è lo strumento fondamentale con il quale il privato riesce a privare la comunità di ogni bene a suo esclusivo vantaggio, è strumento di drenaggio e immiserimento della comunità. Nel momento in cui si dice e si crede (si vuole credere) che l'uomo è fondamentalmente lupo all'uomo (il mito moderno imperversante fino alla nausea dell'uomo lupo) ogni patto sociale che si invoca sperando di sfuggire gli affilati denti lupeschi del vicino è solo un trucco per meglio scannare il presunto lupo vicino prima che lui scanni noi e andare a vendere per primi la sua pelliccia al mercato anziché lui la nostra. Il bene comune non è la mera somma dei beni individuali per cui se ciascuno persegue il proprio vantaggio tutti ne trarranno vantaggio, ma è l'esatto opposto: ossia sono i beni individuali una conseguenza della sussistenza di un bene comune e libertà non significa libertà di depredare, ma capacità di mantenere sempre aperte la molteplicità dei modi di interagire senza ridurli a una competitività per pazzi furiosi ove solo il più demente può vincere.
In tal senso il bene comune lo si rispetta se e solo se è la comunità stessa di tutti gli individui a prendersene coscientemente carico, stabilendo in comune, senza esclusioni e senza privilegi di gerarchie come gestirne la distribuzione. E quando dico comunità non intendo né un consesso parziale di eletti ritenuti rappresentativi a cui vengono delegate le responsabilità decisionali in considerazione delle loro competenze tecnico suggestionanti, né il grande partito comunista di storica e assai infausta memoria che di fatto è sempre stato un ente privato, intendo proprio specificatamente ogni singolo cittadino, con tutti i suoi individualissimi pregi, egoismi, difetti, convinzioni, esperienze, conoscenze e via dicendo.
Sento già l'obiezione sull'impossibilità di realizzare una simile assemblea, forse era ancora possibile in un villaggio di poche capanne, non certo nel mondo globalizzato di oggi.
Ebbene io credo che in tal caso sarà opportuno tornare a quel villaggio di poche capanne originario o poco più, di cui l'attuale mondo globalizzato non è altro che la degradazione elevata all'ennesima potenza, a meno che gli sviluppi tecnologici non consentano in qualche modo e sempre che sia possibile una effettiva comunicazione in cui ognuno dei miliardi di individui di questo inferno costantemente mistificato per venderlo come il paradiso di ogni opportunità, si sentano in prima persona realmente partecipi.
E' qui che serve il tecnico e pure il filosofo che lo sorveglia.
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Vecchio 08-10-2013, 20.28.47   #25
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Riferimento: L'oblio della filosofia politica

@ Maral
Ti dirò che ho una certa simpatia per gli atteggiamenti anticonformisti di M.Fini. Posso anche capire che abbia,
in un certo qual modo in "schifo" la società occidentale (che, effettivamente, un pò di schifo lo fa davvero...),
però, quando si tratta di fare una analisi rigorosa è bene, sempre, non farsi troppo prendere dalle passioni.
Abbiamo visto, nella storia, diverse società sul modello di questi Nuer. Qualcuna ne vediamo ancora oggi.
Tutte sono state, o sono, in genere strutturalmente diverse dalle società moderne. Io partirei con la distinzione
di F.Tonnies fra "società" e "comunità". La "comunità", dice Tonnies, è un gruppo sociale che si basa su rapporti
molto stretti (spesso parentali, o di clan). In essa le diversità di vedute sono assai limitate, e l'"arma"
rappresentata dall'ostracismo verso chi si macchia di comportamenti non consoni ai costumi del "gruppo" è molto
efficace. Soprattutto, la comunità è in genere molto piccola.
Nella "società" non vi sono rapporti parentali o di clan. L'ostracismo non funziona se non in minima parte, e
dunque vi sorge la necessità di amministrare una giustizia non legata a modi tribali. La "società" è grande
(tipicamente: una nazione), ed in essa coesistono molte diverse "culture" in rapporto spesso conflittuale.
Io credo non sia stato per caso che ai primi agglomerati umani, durante il Neolitico, sia corrisposto l'emergere
di una vera e propria sovranità politica (fin allora relegata a forme che ricordano quelle dei Nuer).
Sul secondo punto, mi accorgo di non essere stato chiarissimo. Quindi cercherò di rimediare.
Hai sostanzialmente ragione nell'affermare che la filosofia politica nasce con Platone. Però hai a mio parere
torto nel dire che è la filosofia politica di Platone a rimediare agli sconquassi provocati dall'hybris degli
interessi contrapposti (dovuti alla gestione del surplus prodotto dalla rivoluzione agricola e dell'allevamento).
Ciò che io volevo dire (e che ho mal espresso) è che questa fase è ben precedente a Platone, e può forse essere
individuata nel periodo dei "grandi legislatori".
Ad Atene, nel 7°secolo ac, è Draconte a sottrarre la giustizia alla sfera privata. Ma è successivamente Solone
ad operare quella distinzione fra pubblico e privato che originerà lo "stato". Ed è in questo periodo che
nascono le prime formazioni a carattere corporativo, che appunto Solone "regola" secondo una procedura in
tutto e per tutto "politica" nel senso moderno del termine. Da notare, inoltre, che l'esempio greco segue di
svariati secoli altri e pregnanti esempi (soprattutto in Mesopotamia).
Quindi sì, fai senz'altro bene a ricordarmi che Platone è l'iniziatore della formalizzazione della politica
a livello filosofico. Quello che, diciamo, inquadra la politica in una visione organica e che inizia quel
percorso che porterà ad una de-divinizzazione della legge. Un percorso che però, io trovo, è ancora largamente
incompleto in Platone (nelle "Leggi" è ancora chiaro il riferimento ad esse come emanazione divina), e che
troverà la sua sistemazione definitiva solo con il Diritto Romano (Guido Rossi sostiene che l'atto fondante
del Diritto Romano, e quindi del Diritto modernamente inteso, è da ricercarsi nel mito di Romolo, e precisamente
nel "ratto delle Sabine").
Per venire al terzo argomento, quando dico: "il reale è la condizione oggettiva della società" mi riferisco
alla analisi che fa la politica, non a quella che fa la filosofia.
Al politico non interessano cose tipo il principio di indeterminazione o altre di questo genere. Al politico
interessa esaminare le condizioni che rendono possibile la presa o il mantenimento del potere. Ed egli chiama
queste condizioni "oggettive", perchè le distingue dalle soggettività che, come la sua, si disputano il potere.
E vedo, dalla tua risposta, che sostanzialmente concordi con la mia tesi (che vado ripetendo dal primo post).
Dunque quale ruolo per la filosofia politica? Io non sono così pessimista come sembri esserlo tu. Per me la
filosofia politica può dire qualcosa di importante, e fosse solo per denunciarne, della politica, l'intrinseca
sozzura.
In un'altra risposta (non ricordo bene a chi, se a Paul11 o ad Acquario69) sostengo che uno dei motivi per
continuare a fare filosofia politica è che essa sola abbraccia il "tutto" (quel che "è" e quel che "deve-dovrebbe
essere"). Non la scienza politica (altrimenti detta "politologia"), perchè se la scienza ha come suo oggetto
specifico le proposizioni descrittive (come da "rasoio di Hume", per così dire), allora ciò vuol dire che la
scienza esaurisce il suo compito nel momento stesso in cui riconosce, della politica, quella volontà di potenza
che si esplica nella volontà di acquisire o mantenere il potere.
Non mi sembra affatto che la scienza politica contemporanea giunga a queste conclusioni. Mi sembra, anzi, che
essa si trovi perfettamente a suo agio nel ruolo di cortigiana del potere. E questo è un altro buon motivo
per continuare a fare filosofia politica: per smascherare il teatrino indegno che ci viene quotidianamente
proposto, con tutta questa ridicola apologia di un "moderatismo" che null'altro è se non, appunto, il
moderatismo dei cortigiani, che mai osano mettere in discussione i propri "mecenati".
Ecco perchè, altrove (ma con un senso ontologico), dico che: "le volontà di potenza dominanti hanno individuato
nella filosofia un possibile nemico, ed hanno fatto in modo che essa fosse sostituita dalla scienza, che è
certamente più addomesticabile" (in quanto non si pone nella radicalità assoluta della domanda filosofica).
ciao
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Vecchio 09-10-2013, 10.59.32   #26
gyta
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Riferimento: L'oblio della filosofia politica

Riempi i loro crani di dati non combustibili,
imbottiscili di “fatti” al punto che non si possano più muovere tanto sono pieni,
ma sicuri di essere “veramente bene informati”.

Dopo di che avranno la certezza di pensare, la sensazione di movimento,
quando in realtà son fermi come un macigno.

Fahrenheit 451

La realtà politica -la politica “come è”- è il risultato dell’opinione di ogni singolo individuo per cui quando diciamo qual’è la nostra opinione in merito -se non siamo ipocriti e agiamo in coerenza- non stiamo affermando “ciò che dovrebbe essere la politica” ma stiamo esercitando politica: se non comprendiamo questo punto qualunque obiezione è pura retorica. "Quando una nazione sbaglia è nostro dovere e compito correggerla": questa è chiarezza e serietà di un uomo che esercita il diritto di essere uomo e di appartenere per merito alla razza umana.

Cominciare a correggere i nostri di errori è nostro compito e dovere a partire da quelli individuali del credere di non avere voce in capitolo dando seguito al partito dei nullafondai assoggettati unicamente al limite mentale di immaginarci impotenti poiché singoli individui dimenticando che in tale solitudine veniamo al mondo e nel medesimo stato lo lasceremo.

Il pensiero quando autenticamente pensato è già il novanta per cento dell’opera. Il restante coinvolge la volontà alla non inversione alla coerenza. La nostra filosofia ovvero la spina dorsale del nostro pensiero anima ogni più piccola nostra azione: questo è politica. Il resto è ipocrisia retorica. Ciò in cui realmente crediamo, inderogabilmente animiamo e diamo seguito, questo è politica.

Quando saremo pronti ad autodeterminarci allora saremo vicini all’esser pronti per una società democratica.

Non si dà peso alle piccole cose pensando erroneamente che non queste siano l’anima delle grandi azioni. Così ci si ritrova a condannare il movimento di un sistema soffiando nella medesima direzione. Ma quel sistema siamo noi, le nostre azioni, i nostri pensieri, i nostri numerosi consensi, le nostre limitate negazioni. Chiamare politica un’improvvisazione teatrale e non accorgerci che tutte quelle infinite posizioni assunte nel privato determinano nel totale ciò che incapaci di vedere in noi cogliamo di riflesso fuori, nello stato.
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Vecchio 09-10-2013, 14.13.26   #27
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Citazione:
Originalmente inviato da 0xdeadbeef
@ Maral
Abbiamo visto, nella storia, diverse società sul modello di questi Nuer. Qualcuna ne vediamo ancora oggi.
Tutte sono state, o sono, in genere strutturalmente diverse dalle società moderne. Io partirei con la distinzione di F.Tonnies fra "società" e "comunità". La "comunità", dice Tonnies, è un gruppo sociale che si basa su rapporti molto stretti (spesso parentali, o di clan). In essa le diversità di vedute sono assai limitate, e l'"arma" rappresentata dall'ostracismo verso chi si macchia di comportamenti non consoni ai costumi del "gruppo" è molto
efficace. Soprattutto, la comunità è in genere molto piccola.
Nella "società" non vi sono rapporti parentali o di clan. L'ostracismo non funziona se non in minima parte, e dunque vi sorge la necessità di amministrare una giustizia non legata a modi tribali. La "società" è grande
(tipicamente: una nazione), ed in essa coesistono molte diverse "culture" in rapporto spesso conflittuale.
Sono d'accordo che una comunità di tipo Nuer o simili nel contesto attuale sarebbe impossibile (se non in ambiti di nicchia estremamente ristretti), questo tuttavia non mi toglie il sospetto che l'essere umano non funzioni in proprio ai livelli di scala di questa società globalizzata. Se la società nasce nel tentativo di risolvere il problema del surplus (ben più critico di quello della carenza, nonostante si voglia credere il contrario) e quindi della sua giusta distribuzione in altenativa alla sua distruzione, in realtà la società agricola di fatto non risolve il problema e con la rivoluzione industriale esso risulta ulteriormente enfatizzato senza ancora nessuna soluzione. Il problema politico è dunque tuttora aperto e la tecnica dovrebbe lavorare a mio avviso per fornire alla politica strumenti non per aumentare la produzione (e quindi il problema stesso), ma per rendere tecnicamente fattibile la giusta distribuzione ove il termine "giusto" ha significato solo in contesti strettamente locali e ridotti, ma non chiusi come potevano essere nel neolitico. E per tentare di coniugare il localismo contestuale in cui solo può concretamente applicarsi la giusta distribuzione con l'apertura globale richiesta inevitabilmente dal mondo contemporaneo trova spazio la prospettiva filosofica. Il fine è quello di innescare e rendere fattibile un processo decisionale dal basso verso l'alto che è esattamente l'opposto di quello dall'alto verso il basso, di governance che è solo l'ennesima espressione della volontà di potenza.
Aggiungo che in realtà sia i rapporti parentali che l'ostracismo trovano ancora largo spazio nella società odierna, anche se in forma diversa da quella originaria. Il rapporto parentale non è più inteso sulla base di una parentela di sangue, ma di un' appartenenza comune di funzione solo entro la quale l'individuo può essere riconosciuto, mentre l'ostracismo è la marginalizzazione psicologica e sociale prevista per chi non si adegua con tutte le sue capacità ai dettami del pensiero unico. In questo senso vediamo che nella società attuale quello che un tempo erano le strutture parentali e l'ostracismo risultano in realtà oltremodo enfatizzate e non cancellate dalla depersonalizzazione.

Citazione:
Hai sostanzialmente ragione nell'affermare che la filosofia politica nasce con Platone. Però hai a mio parere torto nel dire che è la filosofia politica di Platone a rimediare agli sconquassi provocati dall'hybris degli
interessi contrapposti (dovuti alla gestione del surplus prodotto dalla rivoluzione agricola e dell'allevamento).Ciò che io volevo dire (e che ho mal espresso) è che questa fase è ben precedente a Platone, e può forse essere
individuata nel periodo dei "grandi legislatori".
Ma certamente i "grandi legislatori" hanno preceduto Platone nel tentativo di trovare soluzioni sociali, ma essi erano appunto soprattutto politici, mentre Platone è a mio avviso colui che per primo inquadra il problema politico in una prospettiva filosofica esplicita (ossia in termini generali e astratti) e in tal senso è lui a fondare la filosofia politica e non i legislatori-politici ma non filosofi che l'hanno preceduto, come peraltro anche tu riconosci scrivendo:
"Platone è l'iniziatore della formalizzazione della politica a livello filosofico."

Citazione:
Per venire al terzo argomento, quando dico: "il reale è la condizione oggettiva della società" mi riferisco alla analisi che fa la politica, non a quella che fa la filosofia.
Al politico non interessano cose tipo il principio di indeterminazione o altre di questo genere. Al politico interessa esaminare le condizioni che rendono possibile la presa o il mantenimento del potere. Ed egli chiama
queste condizioni "oggettive", perchè le distingue dalle soggettività che, come la sua, si disputano il potere.
Dunque possiamo anche dire che al politico interessa solo la volontà di potenza che è oggettiva solo in quanto prende se stessa a proprio esclusivo e totale oggetto di riferimento.
Ma se è così al filosofo che resta da fare, una volta che ha svelato la volontà di potenza nascosta sotto ogni politica anche la più apparentemente moderata e corretta?
O si adegua, come in genere fa, riproponendosi al politico come mezzo per realizzare la volontà di potenza politica usando più efficaci mascheramenti, o si ritira nella sua stanzetta accademica sempre più ristretta autoconvincendosi filosoficamente della sostanziale piacevole inutilità della filosofia come trastullo per la mente, oppure nega quella stessa volontà di potenza e ciò che ne sta alla radice, fosse pure la convinzione più fondamentale del mondo. Altre strade non ne vedo.

maral is offline  
Vecchio 10-10-2013, 20.53.52   #28
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Riferimento: L'oblio della filosofia politica

@ Paul11
Condivido l'assunto per cui la scienza lavora per l'utilità, l'efficienza e l'efficacia. Solo che, io penso,
ci si scorda colpevolmente che l'utilità, l'efficienza e l'efficacia non sono categorie relative alla finalità,
ma al mezzo che si adoperà per raggiungere una certa finalità.
Agli antichi greci era pressochè sconosciuto un concetto della giustizia che prescindesse dall'utilità. Nel
dialogo fra Socrate e Trasimaco quest'ultimo dice: "la giustizia è l'utile del più forte", e a questa affermazione
Socrate risponde: "no, essa è l'utile del più debole".
Ecco messa chiaramente in luce la non-neutralità del concetto di "utilità", e se esso non è neutrale allora
dovremmo chiederci per l'utilità di chi lavora la scienza; a vantaggio di chi è rivolta la sua efficienza e
la sua efficacia (come mi sembra palesemente emergere dall'aneddoto di Stiglitz che ti ho raccontato).
E' senz'altro vero che l'uomo ha la possibilità di cambiare le "regole del gioco" (un gioco, quello degli
animali, che corrisponde alla concezione di Trasimaco). Socrate, infatti, le cambia.
Senonchè, successivamente, ad opera soprattutto dell'empirismo anglosassone, si è affermata un'idea dell'utilità
come un'idea neutrale; come un'idea che prescinde dalla domanda: "utilità per chi?"
Dice Hume: "l'utilità ed il fine della giustizia - qui vediamo chiaramente che Hume intende l'utilità come
termine finale, e perciò neutrale - è di procurare la felicità e la sicurezza conservando l'ordine nella società".
Facile l'obiezione: ma di quale ordine parliamo? Di quale felicità e di quale sicurezza? A me sembra che una
mancata risposta a queste domande sottintenda (necessariamente) l'ordine, la felicità e la sicurezza del "forte",
(visto che è assai difficile per la pecora sovvertire l'ordine che la vede nel ruolo di preda per il lupo).
Questa concezione di una utilità neutrale, di una efficienza e di una efficacia dai cui orizzonti scompare
la fondamentale domanda: "per chi?" è, oggi, attualissima. Ed è particolarmente solida, visto che si è
rivestita dei panni della scientificità.
C'è anche un altro, basilare, concetto della filosofia empirista anglosassone che ha oggi trionfato: quello
per cui l'utile individuale coincide con l'utile della collettività (Stiglitz, in un ciclo di lezioni ad
Harvard, ha mostrato come questo concetto abbia un fondamento metafisico). Quindi trovo inesatto riferirsi
a un'ipotesi di equilibrio-squilibrio per quanto riguarda il rapporto fra interesse privato e bene pubblico.
In realtà, l'empirismo anglosassone non distingue proprio fra interesse privato e bene pubblico.
Quante volte avrai sentito dire: "i ricchi reinvestono le loro ricchezze, e creano così lavoro per tutti"?
Quante volte avrai sentito decantare le meraviglie della privatizzazione dei beni pubblici? Ecco, questo
concetto è così profondamente penetrato nell'inconscio di tutti che nemmeno ci rendiamo più conto della sua
origine, e quando ci troviamo davanti ai capitali esportati nei paradisi fiscali o al fallimento delle
politiche sulla privatizzazione (che hanno quasi sempre creato monopoli privati, con scadimento del servizio
offerto ed aumento delle tariffe) l'unica reazione che abbiamo è di pensare che qualcosa di "accidentale"
non abbia funzionato a dovere.
Quindi no, non è questione politica, né tantomeno è questione di polizia giudiziaria. O meglio: lo è in quanto
nel nostro paese le regole sono intese come un qualcosa che solo i fessi rispettano, ma sarebbe oltremodo
sbagliato pensare sia solo un problema di regole non rispettate.
Non è certo per caso che il paese dei furbi (cioè dei fessi che si credono furbi) sia oggi diventato quello
più all'avanguardia nell'applicazione delle ricette economiche reaganiane e thatcheriane (chi vuol riflettere
rifletta...): l'italico furbone si trova perfettamente a suo agio senza i "lacci e lacciuoli" (l'espressione,
se ben ricordo, è di Reagan) rappresentati dalla regola giuridica.
Mi spiace per chi di voi è ancora giovane, ma questo paese non ha più alcuna speranza.
ciao
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Vecchio 11-10-2013, 22.22.29   #29
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Riferimento: L'oblio della filosofia politica

@ Maral
Non credi che, a questo punto, sia più che opportuna una riflessione sui concetti di interesse individuale e
interesse collettivo? Come accenno nella risposta a Paul11, oggi mi sembra che abbia trionfato la concezione,
tipicamente anglosassone, di un interesse individuale che coincide con quello collettivo. Per cui mi sembrerebbe
il caso di cercare di analizzare innanzitutto se questo corrisponde alla verità, e poi, eventualmente, come
ciò determini, o condizioni, i fatti politici. E poi ancora come si metta in rapporto con strutture politiche e sociali (financo religiose,
come nel caso del cattolicesimo) nelle quali è ancora forte il concetto del "bene comune" (forte e nettamente
distinto dall'interesse individuale).
Se questo punto di vista fosse corretto, perderebbe di senso una definizione della politica (che comunque non
condivido, o che condivido non come "essere", ma come "dover essere") come giusta gestione del bene della
comunità, non credi?
Citavo, nella risposta a Paul11, Stiglitz e il ciclo di studi (denominato "Trickle and down" - praticamente
intraducibile) tenuto ad Harvard, nel quale il famoso economista formula una critica quasi filosofica a questo
caposaldo del liberalismo, arrivando a formulare una origine metafisica del concetto (non che fosse
complicatissimo arrivarci...).
Per venire alla chiusa dell'altra risposta, no, io non credo che l'uomo sia necessariamente "lupo"; ma credo
che lo sia, e lo sia stato, molto spesso. Sostanzialmente, come Kant, io credo che l'uomo sia tendenzialmente
un "legno storto", che trova però nella società la possibilità di raddrizzarsi (secondo il detto: "vizi privati
pubbliche virtù"), o quantomeno trova opportuno far finta di raddrizzarsi (non che mi interessi la forma, diciamo, quanto
il contenuto...).
E' piuttosto dal concetto di "provvidenza", così fondante per la filosofia anglosassone, che si sviluppa
l'idea di un uomo antropologicamente buono; così buono da far si che il suo interesse privato coincida con
quello della collettività (è questo, in estrema sintesi, il nucleo metafisico che Stiglitz individua).
Sull'ultima tua notazione è bene però che io sia un pò più chiaro.
Ribadisco che sotto ogni potere politico si cela la volontà di potenza. Però sbaglieremmo grandemente ad
equiparare il governo di un padre a quello di un "fuhrer". E' vero che l'atto primo di ogni politico (la
presa o il mantenimento del potere) è un atto che pre-suppone necessariamente una volontà di potenza (quello
che ho chiamato "peccato originale"), ma è altrettanto vero che un "ontologismo" che appiattisca ogni differenza
sulla volontà di potenza non solo non è saggio, ma neppure pensabile razionalmente.
In un simile contesto, il compito della filosofia politica è quello, fondamentale, di "riconoscere"; di
riconoscere ciò che "è", ciò che "deve essere" ma non solo: anche ciò che "può essere".
E il ruolo della filosofia non può essere quello della scienza politica (che è necessariamente cortigiana del potere),
ma "è" ciò che "deve essere" NEL "poter essere": uno "sguardo totale" AL mondo (è quello che ammette un bravo
politologo come G.Sartori, che dice espressamente che la sua analisi non può spingersi oltre un certo limite).
E pazienza se questo vorrà dire ritirarsi in una stanzetta a contemplare la piacevole in-utilità del filosofare:
solo chi si è illuso può rimanere deluso.
ciao
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Vecchio 11-10-2013, 22.39.41   #30
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Riferimento: L'oblio della filosofia politica

@ Gyta
Affermazioni, le tue, condivisibili ma/se pre-supponiamo che l'oggetto è una creazione del soggetto.
Se, ovvero, ci poniano in un'ottica idealista ci sono buonissimi motivi per condividere quel tuo "pensiero
autenticamente pensato" (e pensare che esso sia non il 90% dell'opera, ma il 100).
Hegel (mica uno qualsiasi...) sarebbe entusiasta delle tue parole. Ma, appunto, è Hegel che bisogna accettare
prima di poterle condividere (e per me, kantiano convinto, non è per nulla semplice).
ciao
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