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Vecchio 20-11-2005, 20.15.32   #51
VanLag
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Il matrimonio

Procedo con la mia analisi sull’influenza del mondo greco romano (o ellenismo) sul messaggio di Gesù.

In Palestina la famiglia faceva capo esclusivamente al maschio. La moglie, acquistata, era uno strumento di proprietà del capo famiglia il quale poteva anche restituirla al venditore o ripudiarla, se non era più “di suo gradimento”, con un “get” (lettera di ripudio), mentre essa non aveva alcun diritto ne alcuna autorità. Dato l’orgoglio razziale degli Ebrei era proibito il matrimonio con straniere. Lo scopo del matrimonio era unicamente la procreazione dei figli: sopravvivenza all’antica costituzione patriarcale, per il bisogno (proprio di tutte le comunità agricole e pastorali), di provvedere numerose braccia da lavoro.
Per questo stesso motivo la donna che fosse rimasta vedova senza figli doveva essere sposata da uno dei fratelli del defunto, anche se già ammogliata, per assicurare discendenti ed eredi ai beni dello scomparso. Era questa la legge del “levirato” (levir in latino significa “cognato”) stabilita dal Pentateuco. La poligamia non era vietata; anzi, nel caso del levirato era addirittura forzosa.

La concezione cristiana del matrimonio sarà il risultato di una contaminazione tra il sistema ebraico e quello romano. Nella società romana il matrimonio era considerato un rapporto di “tutela” giuridica con cui la donna era protetta dal marito che, in certo modo, si sostituiva al padre della sposa. Esso era legale solo se sussisteva il consenso e l’effettiva convivenza dei due coniugi. La moglie era molto rispettata per la sua funzione di madre e di prima educatrice dei figli (lo stesso vocabolo “matrimonio” è composto etimologicamente da “matris munia”, cioè “i compiti della madre”); aveva uguali diritti patrimoniali e poteva, in caso di adulterio del marito, chiedere il divorzio e la separazione dei beni. La poligamia era assolutamente vietata.

La costituzione classista della società non permetteva il matrimonio con schiave o liberte, ma il concubinaggio con esse non era considerato vergognoso.C’era però il grave inconveniente che la concubina ed i suoi figli non avevano diritto ad ereditare.

Il cristianesimo ha mitigato il concetto di matrimonio come “proprietà”, che era nella legislazione ebraica accettando quello pagano fondato sull’affetto e sulla fedeltà pur non giungendo a dare alla donna parità di diritti, come i pagani. Ha accolto la monogamia romana, ha esteso i diritti di moglie anche alle schiave ed alle liberte. Ma nei vangeli non c’è ancora traccia di tutto questo.

Si riafferma sostanzialmente la concezione ebraica del matrimonio, citando alla lettera le disposizioni dell’Antico Testamento. Unica diversità: coerente ai suoi precedenti ammonimenti ha “non essere d’inciampo” al prossimo, Gesù consiglia di non abusare troppo del diritto di ripudio, per non mettere qualche altro uomo nell’occasione di diventare adultero sposando una donna ripudiata.
Non è ben chiaro, però, fino a quali limiti Gesù sia disposto a tollerare divorzio e seconde nozze. I Vangeli riportano due versioni che non è facile conciliare:

Uno - Chi ripudia la moglie, eccetto il caso di fornicazione, la fa diventare adultera e chi sposa una ripudiata commette egli pure adulterio. -

Due - Chi ripudia la moglie e sposa un’altra donna commette adulterio; così la moglie che ripudia il marito e sposa un altro uomo. –

Con la prima proposizione; non si nega il diritto di divorzio esso è anzi obbligatorio in caso di “fornicazione” e non vieta al marito divorziato, per qualunque motivo, di risposarsi con una donna nubile o vedova. L’unica conseguenza pare sia questa: che il ripudio fa diventare adultera, cioè “impura” la moglie rifiutata.

Con la seconda proposizione, invece, non si nega il diritto di divorzio, ma si proibisce il secondo matrimonio. Si noti che il caso è contemplato anche come iniziativa della donna (ciò che in Palestina, come sappiamo, non sarebbe stato possibile).

Come si è comportata la Chiesa a questo riguardo?
Paolo oscilla ancora tra le due interpretazioni: ammette il divorzio, tra i coniugi per motivi di fede religiosa, e non proibisce le seconde nozze, però le sconsiglia. Egli, personalmente è contrario al matrimonio in genere, che considera solo un ripiego, come sfogo alla lussuria: “meglio sposarsi che ardere”.

Clemente Alessandrino, Origine, Crisostomo, Tertulliano, Gerolamo, ed altri, ammettono il divorzio per colpa della moglie, ma non le seconde nozze. Agostino, non solo concede che ci si possa risposare, per avere figli, chi ha ripudiato una moglie infedele, ma permette addirittura che si possa ripudiare anche una moglie fedele, se è sterile.

IL Concilio di Trento, (sess. 24, capitolo 7°), obliando alla sentenza evangelica ed ai vari pareri di tanti Dottori, ha deciso di negare il divorzio a qualunque titolo decretando l’indissolubilità del matrimonio, anche in seguito ad infedeltà. Anzi il matrimonio è stato stranamente elevato a sacramento – esso dovrebbe cioè “conferire qualche grazia divina” , sebbene nessun passo scritturale autorizzi questa illazione ne riporti formule sacramentali per esso.
Credo sia superfluo richiamare l’attenzione sulle gravissime conseguenze che questa naturalizzazione del vincolo matrimoniale ha prodotto e continua a produrre nella società, ostinandosi la Chiesa a voler mantenere valide certe situazioni penosissime e talora veramente immorali.


Questo brano di Marcello Craveri, era lungo e me lo sono fatto dettare da mia moglie, continuando però lei a lamentarsi l’ho minacciata di darle il “get” o libello del ripudio Scherzi a parte il libro è del 1966 e non erano ancora state fatte, col referendum, le grandi battaglie civili per il “divorzio” e per l'“aborto” e questo spiega le parole finali del Craveri, laddove dice: - ostinandosi la Chiesa a voler mantenere valide certe situazioni penosissime – E’ pur vero che se fosse stato per le sfere ecclesiastiche, certe situazioni penosissime sarebbero insolvibili e questo era pochi anni fa e non nel profondo medio evo. Questo significa che bisogna vigilare tutti, perché loro ci riproveranno sempre.

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Vecchio 27-11-2005, 11.28.49   #52
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Stato e Chiesa

............Nei primi due secoli il cristianesimo era parso odioso per il suo atteggiamento negativo nei riguardi della vita civile e politica e per il suo carattere di organizzazione autonoma dagli ordinamenti dello stato, (matrimoni tra soli cristiani, forme assistenziali proprie, offerta e richiesta di lavoro ai soli membri della comunità, riti funebri particolari, ecc..)
A partire dal 3° secolo, al contrario, preoccupa proprio l’influenza positiva che esso può esercitare sull’attività pubblica ed amministrativa dello stato. Il lamento di Cipriano, Vescovo di Cartagine tra il 248 ed il 258, che nella chiesa si siano ormai insinuate ambizioni mondane e desiderio smodato di ricchezze, persino nei vescovi che non disdegnano di darsi a speculazioni finanziarie e di prestare denaro ad usura e le vaste confische di beni dei cristiani ordinate dall’imperatore Valerio (254-260) ci illuminano a sufficienza sul pericolo che rappresenta la chiesa in questo momento, sia per la sua consistenza economica, sia per la sua componente sociale.
Non più una minoranza eroica di puri che per il loro fanatismo erano considerati stravaganti, ma una massa di individui pronti anche – e ciò scandalizza l’onesto Cipriano – a fare atto di apostasia, appena vedono minacciati i loro interessi economici, per tornare, una volta cessato il pericolo, a sottrarsi agli ordinamenti dello stato, proclamando la loro coscienza individuale arbitra e giudice dell’obbedienza alle leggi.

Ciò che è più terribile ora, agli occhi delle somme autorità dell’impero, è la pretesa dei cristiani ad un ordinamento civile e politico di loro gradimento. “Coloro che sostengono che la dottrina di Cristo è contraria allo stato”, scriverà Agostino, “diano un esercito, cittadini, esattori, governatori, quale la dottrina cristiana vuole che siano, e poi ardiscano ancora di dire che essa è contraria allo stato”.

Ma ormai è impossibile sradicare il cristianesimo. Pochi anni dopo la abdicazione di Diocleziano, nel 311, il suo successore, Galerio, è costretto, sebbene a malincuore, a concedere la libertà di culto ai cristiani nella speranza di ammansire l’opposizione. Finalmente Costantino ne cerca addirittura l’appoggio nella sua lotta per usurpare il trono a Massenzio e Massimino e poi contro l’ex alleato Licinio, offrendo loro ampie garanzie di libertà e persino importanti cariche pubbliche.

Fino allora, tra i cittadini cristiani era circolata una violenta letteratura apocalittica che dipingeva Roma come “l’insigne cortigiana con la quale i sovrani della terra hanno fornicato e che ha ubriacato col vino della sua impurità i cittadini del mondo”. (Apocalisse attribuito a Giovanni vangelista), che la chiamava Babilonia. O “aquila a cui stanno per imputridire le ali orribili”, (apocalisse di Esdra) e si definiva l’imperatore “la bestia che milita agli ordini di satana” (Apocalisse di Giovanni). Ma ora i cristiani non si sdegnano di collaborare con la bestia.
Da questo momento comincia il vero trionfo della chiesa come organizzazione politica e si prospetta in modo ben diverso da prima il problema dei rapporti con l’autorità temporale.

Nei primi tempi il problema è risolto pacificamente con un compromesso. I cristiani accedono alle cariche statali, ottengono in proprietà le basiliche pagane, sono indennizzati dalle perdite subite durante le persecuzioni, si vedono assegnare rendite, sono autorizzati a ricevere donazioni, vengono esonerati dalle imposte, ecc. in compenso essi abdicano ad alcuni loro principi fondamentali: non rifiutano più di imbracciare le armi. Lasciano all’imperatore anche le decisioni in materia teologale nei concili, la nomina e la deposizione dei vescovi, e gli prestano adorazione, chiamandolo il 13 apostolo e Pontifex Maximus.

Il riconoscimento del cristianesimo come religione di stato lo fa diventare una religione di massa. La chiesa allora si organizza sul modello della burocrazia statale: gli stessi vescovadi sono distribuiti secondo le diocesi, cioè le circoscrizioni amministrative dell’impero. Ma dato il suo carattere esclusivistico di unica vera religione e l’ambizioso sogno teocratico, ereditato dall’ebraismo, di dominare anche politicamente sulle nazioni del mondo “in nome del Signore”, il cristianesimo non può durare a lungo in questa forma di cesaro-papista e nella tolleranza di altre confessioni religiose. Innanzi tutto esso ritorce sui pagani le sofferenze patite nei periodi di persecuzioni e cerca di soffocarli: sostituisce i principali culti misteriologici (quello della “dea madre”, col culto ella Madonna, quello del Sol Invictus, con l’adorazione del Cristo morente e risorgente), sopprime luoghi di culto pagani e li trasforma a proprio uso, attribuisce ai suoi santi le prerogative di varie divinità minori, fa votare nel 416 una legge che vieta ai pagani l’accesso alle cariche pubbliche, ecc.

Soprattutto poi, la chiesa pretende di atteggiarsi a supremo giudice dell’equità e della legittimità delle azioni non solo dei suoi membri, ma dello stesso Principe. L’espressione di Gesù: “ A cesare quello che è di Cesare ed a Dio quello che è di Dio” concede ben poco ormai a Cesare. E’ cominciata l’ingerenza della chiesa nello stato.
Se nel 212 Tertulliano aveva scritto a Scapola, proconsole d’Africa invocando per il cristianesimo almeno parità con le altre religioni ed affermando la completa subordinazione del cristiano all’imperatore, nel 346 Giulio Firmico Materno indirizza agli imperatori Costanzo e Costante un impietoso libello in cui ammonisce che le credenze pagane: - sono da cancellare –
Pochi anni più tardi Ambrogio convince l’imperatore Graziano a confiscare i beni dei sacerdoti pagani e delle vestali e le proprietà terriere dei templi ed a rimuovere dalla curia l’altare della vittoria.

(da - la Vita di Gesù - di Marcello Craveri)
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Vecchio 27-11-2005, 13.33.38   #53
Elijah
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VanLag, non ho ancora ben capito chi e che cosa stai criticando, e quale è il tuo obiettivo finale...

Cerchi in un certo senso di sottolineare le varie modifiche che ci sono state nel corso dei secoli sul messaggio di Gesù a causa dei cattolici, o cos'altro?
Vuoi ditruggere tutto il cristianesimo, o stai facendo "solo" quello che aveva incominciato a fare Martin Luther? ...eliminare tutte le false credenze della Chiesa cattolico-romana ed andare alle origini per vedere cosa aveva veramente insegnato e detto Gesù il Nazareno ai suoi tempi?

Elia


P.S.: che tu non credi che Gesù fosse il Figlio di Dio mi è abbastanza chiaro... o pensi che lo fosse?
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Vecchio 27-11-2005, 17.54.59   #54
VanLag
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VanLag, non ho ancora ben capito chi e che cosa stai criticando, e quale è il tuo obiettivo finale...

Cerchi in un certo senso di sottolineare le varie modifiche che ci sono state nel corso dei secoli sul messaggio di Gesù a causa dei cattolici, o cos'altro?
Vuoi ditruggere tutto il cristianesimo, o stai facendo "solo" quello che aveva incominciato a fare Martin Luther? ...eliminare tutte le false credenze della Chiesa cattolico-romana ed andare alle origini per vedere cosa aveva veramente insegnato e detto Gesù il Nazareno ai suoi tempi?

Elia


P.S.: che tu non credi che Gesù fosse il Figlio di Dio mi è abbastanza chiaro... o pensi che lo fosse?
La mia dichiarazione di intenti in questa sede l'avevo fatta nel mio primo intervento, che ho espresso “parlando” con l’autrice del 3d e che qui riporto:

Per altro se ho tempo e possibilità cercherò di portare avanti una ricerca che avevo iniziato, tesa ad evidenziare l’influenza dell’ambiente pagano sul messaggio Cristiano.

Le motivazioni che addussi subito sotto a questa frase sono le seguenti:

Probabilmente come te sono nauseato di tutte le menzogne che ci sono state propinate nel nome della religione e la ricostruzione storica, non solo su Gesù, (che probabilmente era un “giusto”), ma su come si è evoluto il cristianesimo è una delle difese più valide a cui possiamo attenerci per resistere al plagio.

Mi chiedi se credo che Gesù fosse figlio di “dio”.
No non lo credo, primo perché non so se esista un “dio”. Secondo perché ammettendo che “dio” esista, razionalmente sono portato a credere che un suo “emissario” o comunque un suo intervento fra gli uomini, avrebbe avuto una rilevanza storica, molto più evidente di quella che ha avuto Gesù o qualsiasi altro profeta.

Come vedi da quello che ho scritto sopra arrivo persino a dubitare che Gesù fosse un giusto, questo non perché ho motivi particolari di pensare il contrario ma forse per com’è stato usato e stravolto il suo messaggio. O forse solo per contro bilanciare l’immagine egemonica rispetto alle altre religioni, che la religione cristiana proietta di Gesù.

I cattolici tendono a dare per scontato che Gesù, “dio” e certe verità, siano patrimonio comune di tutti gli italiani. Non è così, anche se per secoli chi non crede o chi crede in modo diverso, è stato intimorito ad esprimere la sua mancanza di fede o addirittura la sua fede nella non esistenza di “dio”.

A me spiace un po’ dire queste cose, soprattutto a te e sinceramente ti consiglierei di non leggere quello che scrivo, però io non posso andare altro che in questo senso e non posso tacere quello che intimamente sento.

Mi chiedi ancora se “voglio distruggere” tutto il cristianesimo o se come fece Lutero, (penso ti riferissi a lui e non a Martin Luther King….. Hai messo un H di troppo) voglio tornare alla purezza delle origini.

Per rispondere a questa domanda dovrei prestarti per 5 minuti la mia testa, cosa che per fortuna, (forse più tua che mia), non si può fare.
Comunque più che distruggere il cristianesimo auspicherei la comprensione piena di cosa esso sia e di come si sia evoluto nel corso dei secoli.
In quanto alla “purezza delle origini”, credo che sia impossibile oltre che non necessario ripristinarla. Il mondo di oggi non è più la Palestina di 2000 anni fa dominata dai romani. La nostra società non è più agricola, ma è industriale e tecnologica, in questo senso occorrono altre filosofie, altri valori, persino altre religioni e l’idea cristiana così ancorata ad valori e verità assolute, in questo senso, si stà tagliando fuori da sola.

Basta dai…….che dire queste cose non è facile, si ha l’impressione di fare il guastafeste svegliando bruscamente la gente da un sogno colorato, e se questo può essere salutare per tanta gente, magari lo è di meno per chi è giovane ed ha diritto ai grandi ideali.

Io andrò avanti a finire il libro da cui stò traendo queste informazioni....... (anche se magari più nessuno sta seguendo ma è un impegno verso me stesso)..... ma tu mi prometti che non mi leggerai più?

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Vecchio 28-11-2005, 12.09.18   #55
Elijah
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ma tu mi prometti che non mi leggerai più?


VanLag... guarda che il messaggio più sconvolgente su questa terra ce l'ha dato proprio Gesù stesso... colui che io ammiro tanto...
Perché dico così? Perché per Gesù...
..."Dio è morto"... è morto sulla croce...
(mi fa venire i brividi a sentire queste parole...)
Tu in confronto sei allegro e gentile quando scrivi e ci riporti i tuoi pensieri...
... per questo continuerò a leggere volentieri ciò che riporti...

Ciao, Elia

Elijah is offline  
Vecchio 29-11-2005, 21.31.09   #56
VanLag
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Let me go on- Stato e Chiesa (parte seconda).

Nel 494 papa Gelasio scrive all’imperatore Anastasio: - Due sono i poteri capitali dai quali è retto il mondo: la sacra autorità dei pontefici e la potestà dei rè, Ma il compito dei pontefici è tanto più grave in quanto essi dovranno rendere ragione , al giudizio finale, anche del comportamento dei re. – Perciò egli chiede di – sottomettere docile il collo a coloro che presiedono alle cose divine. –
Alcuni anni prima nel “De civitate Dei” Agostino aveva elaborato la teoria – valida poi per tutto il medio evo – che, essendo vera patria del cristiano solo l’atteso “regno dei cieli” la vita attuale ne è preparazione e condizione, quindi ha da essere completamente subordinata alla chiesa. Il trionfo di questo ideale avrà inizio la notte di Natale dell’800 con l’incoronazione di Carlo Magno da parte del papa. Per preparare la cerimonia si era addirittura prodotto un falso documento, il “Constitutum Constantini”, secondo cui, Costantino, per essere stato guarito miracolosamente da lebbra, avrebbe donato a papa Silvestro ed aai suoi successori piena giurisdizione e pieno possesso su “omnes occidentalium regionum provincia, loca et civitate”! Da quel momento qualunque nomina di imperatori in occidente avverrà per investitura papale ed il pontefice avrà diritto di elezione, di deposizione e naturalmente di controllo sull’operato del sovrano. Il cesaro-papismo si è rovesciato in teocrazia.
L’ingerenza della chiesa sull’impero ebbe nel medioevo periodi di luce ed ombra, secondo l’acquiescenza degli imperatori stessi e l’energia dei pontefici, ma la pretesa teocratica della chiesa fu più volte ribadita.
Essa ha successivamente subito gravi colpi con la formazione, in età rinascimentale, delle grandi monarchie europee e con la separazione del mondo protestante, poi con la politica laica dei Principi riformisti, nel settecento, con la rivoluzione francese, ed infine col movimento liberale dell’ottocento.
Ma la concezione medioevale non è stata fino ad oggi modificata. L’enciclica “Quas primas” di pio XI, (dicembre 1925), istituendo la festa del Cristo Re, dichiara esplicitamente che sarebbe un grave errore voler eliminare la signoria di Cristo dalle cose della vita pubblica e che le autorità terrene si devono convincere che esse governano non sul fondamento del proprio diritto, bensì per ordine di Cristo. Concetti analoghi, sebbene temperati da una generica esortazione alla fratellanza universale, sono ribaditi dalla “Pacem in terris” di Giovanni XXIII (11 aprile 1963).
Le teorie circa i rapporti tra chiesa e stato si sono adeguati ai tempi solo nel senso che la chiesa ha rinunciato all’affermazione di Tommaso d’Aquino che soltanto l’impero è la costituzione giusta, data da Dio e derivante dal diritto naturale: essa accetta anche le monarchie e persino le repubbliche, quando non si può farne a meno.
(da - la Vita di Gesù - di Marcello Craveri)

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Vecchio 03-12-2005, 14.06.29   #57
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E’ indubitabile che la fede in Cristo abbia prodotto numerosi autentici campioni di virtù e di operosità nel bene, esempi mirabili di abnegazione altruistica e di eroismo, che anche il non credente è costretto ad ammirare e rispettare. Ma molte volte la fantasia degli agiografi e la cieca devozione popolare hanno ecceduto nell’attribuire ai santi doti ed imprese che li rendono incredibili, o addirittura nel santificare personaggi che tali non erano assolutamente.
Il pantheon cristiano si è popolato rapidamente di un numero straordinario di santi subito dopo il riconoscimento ufficiale della religione, da parte di Costantino, per un’ovvia necessità di adattamento alle tradizioni dei pagani. Costoro, infatti, veneravano uno stuolo considerevole di dèi, semidei, eroi, ninfe, ecc. i quali proteggevano città, boschi, fontane, crocicchi di strade, tutelavano la salute, assistevano nei matrimoni, nei parti, negli affari: si può dire in ogni momento della vita quotidiana.
Perciò si verificò un doppio fenomeno di santificazione: i neoconvertiti tendevano ad attribuire all’uno e all’altro martire i poteri che erano avvezzi a riconoscere a singole divinità pagane, e la chiesa stessa operò la sostituzione di eroi locali con suoi santi o, in mancanza di questi, permise la cristianizzazione di divinità pagane.

Si danno casi davvero stupefacenti. Venere Afrodisia, ad esempio, continuò ad essere adorata dalle masse, ma sotto il nome di Santa Fredisia; Apollo Efebo divenne Sant’Efebo; Cesare Flava si mutò in Santa Flavia; Bacco, che i pagani chiamavano anche Soter (“salvatore”) fu trasformati in San Sotero, e così via.
Nel calendario alla festa in onore di Dionisio seguiva immediatamente quella di Demtrio: alle medesime date vennero a cadere, nel calendario cristiano, San Dionisio e San Demetrio. I giochi Apollinari suggerirono la ricorrenza di Sant’Apollinare. Le Idi del mese si impersonarono in Santa Ida. La formula di augurio usata dai romani: “perpetua felicitas” si sdoppio in Santa Perpetua e Santa Felicita. Naturalmente per tutti questi falsi santi si inventarono vite esemplari, piene di particolari edificanti e si celebrarono i martiri che essi avrebbero subito.

Da - La vita di Gesù - di Marcello Craveri.
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Vecchio 04-12-2005, 21.46.30   #58
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L'ultima cena

L’ultima cena

Dopo avere descritto molto bene l’origine della Pasqua ebraica ed avere tratteggiato, in base alle conoscenze storiche, luoghi e modalità con cui poteva essere avvenuta l’ultima cena, (fino a descrivere con precisione visiva come doveva essere “la camera alta” cioè il luogo nel quale secondo i vangeli avvenne quell’evento evangelico), Marcello Craveri, con la sua solita precisione e competenza storica, passa a fare una interessante analisi sull’influenza paolina rispetto al modo con il quale quell’evento è arrivato a noi.

Continuo a trovare estremamente interessanti e stimolanti queste conoscenze che danno una visione realistica ad un qualche cosa che volenti o nolenti è così presente nelle nostre vite e paradossalmente direi che se fossimo veramente civili sarebbero queste le informazioni che daremmo nelle scuole ai bambini, cioè da dove nasce la nostra storia, come si è formata, quali le influenze che l’hanno forgiata. Purtroppo si continua a ritenere che un bel sogno è preferibile alla realtà e si preferisce insegnare nelle scuole il mito invece della verità
Non saranno i miei patetici sforzi a incidere sul mondo e sulla verità storica, il libro stesso di questo grande autore, (che fu anche tradotto in più lingue), ai tempi che usci, (nel 1966) suscitò un certo scalpore ma poi venne riassorbito nel silenzio…. Ma la verità in qualche modo sopravvive e si muove in mezzo a noi e speriamo che dilaghi sempre più.

Bah….. buona lettura a chi ancora stà seguendo……


Il codice D (o codice Beza, di Cambridge) ci dà il testo primitivo, nel Vangelo di Luca, che doveva essere anche quello degli altri evangelisti:

XXII, 14. Quando l’ora fu venuta, egli si mise a tavola e gli apostoli con lui.
15. Ed Egli disse: - Vivamente ho desiderato di mangiare questa Pasqua con voi;
16. poiché vi dico che non ne mangerò più fino a che venga il regno dei cieli.
17. E avendo preso una coppa disse: - Prendete e dividetelo tra voi.
18. Vi dico infatti che di questo succo della vite non ne berrò più fino a che venga il regno dei cieli
19. Prese allora il pane, lo ruppe e disse: - Fatelo anche voi in mia memoria –


Nelle intenzioni di Gesù vi era soltanto il desiderio di fare della cena pasquale, oltre che un rito di ringraziamento a Jahve per i “beni” fino allora largiti, secondo l’antico patto, un ringraziamento per la promessa del regno (nuovo patto) in cui quei beni sarebbero stati eterni e sovrabbondanti.
La cena voleva essere, perciò, una speranza e un augurio della concordia e della felicità che si sarebbero godute nel regno di Dio.
La radicale trasformazione dell’eucaristia, da rito commemorativo di Gesù e di ringraziamento a Jahve, in rito misterico è avvenuta in seguito all’affermarsi della cristologia paolina.
La fortuita incidenza della morte di Gesù, vittima innocente dei timori politici dei romani e della classe dirigente giudaica, in prossimità dell’ultima cena, in cui erano consumate le carni di un animale sacro (l’agnello), immolato a Jahve come offerta propiziatoria ed espiatoria, ha suggerito a Paolo l’idea di fondere i due avvenimenti e di costruire un parallelo tra Gesù e l’agnello pasquale.
Su questo piano di semplice confronto simbolico tra due vittime innocenti, sacrificate per l’interesse degli offerenti, l’idea di Paolo non avrebbe nulla di straordinario. Come a molte altre religioni anche a quella giudaica non ripugnava la concezione del sacrificio vicario. Abbiamo già avuto occasione di ricordare la credenza ebraica nel capro espiatorio che, come in analoghi riti babilonesi, hittiti ed egiziani, era una vittima passiva su cui, nel giorno del Kippur, il Sommo Sacerdote trasferiva, per virtù magica, tutte le colpe del popolo e la cui morte perciò significava la cancellazione delle colpe stesse.
Ne era estranea ai giudei l’idea che si potessero scegliere vittime innocenti anche tra gli esseri umani (la figlia di Ieptè, Isacco, ecc), come non era estranea alla religione greca, (Ifigenia, Alcesti, ecc…)

Ma nella cristologia Paolina non vi è soltanto l’intenzione di considerare Gesù una vittima espiatoria. Con ben altra ricchezza di fantasia, Paolo, per suggestione dei culti misterici, molto diffusi nell’ambiente greco-orientale in cui egli visse, accomuna Gesù alle divinità esoteriche (Orfeo, Dionisio, Attis ecc..), adorate da tali religioni. La funzione di queste divinità era stata di soffrire e morire per dare agli uomini la possibilità di accedere, spiritualmente alla beatitudine divina. I fedeli dovevano essere “iniziati” al culto segreto (mystérion) tramite la catechesi (conoscenza del significato del rito), il digiuno e la purificazione. Erano allora introdotti tra i membri della comunità religiosa che godeva della protezione del dio e potevano attuare l’unione mistica o comunione col dio stesso, mediante il pasto di un animale sacro che lo simboleggiava. La carne e il sangue dell’animale trasferivano in coloro che li avevano ingeriti le virtù della divinità.

Anche Paolo pensa ad un potere magico insito nel pane dell’eucaristia, come i pagani negli idolotiti (le carni sacrificate ai loro dei). Non occorre grande sforzo per riconoscere l’affinità tra i gradi dell’iniziazione orfica (catechesi, digiuno, purificazione) e quelli cristiani: preparazione al “mistero” dell’eucaristia, digiuno, confessione e assoluzione dei peccati.
Ma la sostituzione dell’animale sacro colla persona stessa di Gesù fa diventare macabra e orripilante la cerimonia: se Gesù è da considerare essere umano essa assume le caratteristiche di un rito cannibalesco; se Gesù è da considerare figlio di Dio, diventa inconcepibile come l’immagine pura ed elevata che Gesù stesso aveva di Dio abbia potuto degenerare nell’opinione di un dio spietato che pretende il cruento sacrificio, sempre rinnovatesi, del suo figlio diletto.

Una volta accettata l’innovazione di Paolo, anche l’agàpe degli apostoli perse il suo significato eucaristico (ringraziamento alla divinità) e commemorativo (ricordo di Gesù) per divenire parte del “mistero” della comunione.
Il pane ed il vino vennero assunti a simbolo della persona di Gesù e precisamente del suo corpo e del suo sangue.

Il resto dei vangeli si completò allora con le aggiunte fatte da Paolo, il quale, violando la realtà storica per un’esigenza teologica, ed asserendo con molta impudenza, che tutto ciò gli era stato direttamente riferito da Gesù stesso, gli faceva dire, dopo la fractio panis: - Questo è il mio corpo, che è dato per voi” e al momento della libagione del vino: - Questo è il mio sangue del nuovo patto, che si versa in favore di molti. –

L’agàpe apostolica, come anticipazione della beatitudine del regno promessa da Gesù, aveva un carattere festoso. Paolo invece, ha posto l’accento sulla sua relazione colla morte di Gesù: l’ultima cena è per lui “l’annuncio della morte del Signore”, e il lieto banchetto fraterno si è mutato in un sacramento, circondato da un alone di terrificante mistero. Infatti analogamente ai riti soteriologici greco-orientali, anche nella “comunione” cristiana Paolo introduce il concetto della punizione divina (fino alla morte) per chi osi accostarsi al pasto, senza l’opportuna iniziazione: - Chiunque mangerà il pane e berrà il calice del signore senza esserne degno, sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore…. Per questa cagione molti fra voi sono infermi e malati e parecchi muoiono. –


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La resurrezione

Siamo alla “resurrezione di Gesù” e visto che il libro è cronologico, siamo quasi alla fine. Ho saltato delle parti, più che altro perché il contenuto era diluito in pagine e pagine e, confesso che, mi ha preso la pigrizia di trascrivere tutto.
Le parti invece, sul processo a Gesù e sulla trasfigurazione della figura di Pilato operata quando il cristianesimo stava diffondendosi in occidente, le avevo già poste all’inizio.
Ancorché questa riproduzione sia fatta con passaggi veloci, se qualcuno mi ha seguito, avrà senz’altro colto quale e quanta è stata l’influenza del mondo greco-pagano o ellenico sul messaggio originale di Gesù e come, in realtà, quello che ci viene insegnato oggi, come dottrina e come istruzione, sia il frutto di pesanti metamorfosi del messaggio originale contenuto nei vangeli.
Conoscere la storia è una cosa importante perché ci evita di rimuovere e di manipolare parti del nostro passato. Oggi si tenta di rimuovere persino l’olocausto dicendo che non c’è stato. Io credo, invece che sia più salutare affrontare le nostre ombre, invece di nascondere l’immondizia sotto il tappeto.
La storia dovrebbe essere come una madre tenera ma determinata che, quando il bambino le chiede – ma è vero che il nonno ha fatto quelle cose? – invece di dire: - Non è vero sono i cattivi del paese che dicono le cattiverie su di noi – sapesse dire: - si figlio mio, il nonno, la tua famiglia, la famiglia dalla quale provieni le ha fatte. Ma tu puoi andare a testa alta, perché il papà e la mamma hanno capito che erano sbagliate e quegli errori, quelle atrocità non succederanno più, almeno non da parte della tua famiglia. -
Non so se è chiaro il senso della metafora della buona madre, al posto, della storia. Nel caso cercherò di spiegarmi meglio.

Ma torno a Marcello Craveri e la sua - vita di Gesù -

Con il dogma della resurrezione comincia il vero cristianesimo: Non il cherigma predicato da Gesù, che, in fondo, non era altro che un approfondimento e un perfezionamento della tradizionale religione giudaica, ma il culto della persona di Gesù, sempre più simile al culto di un dio soterico sul tipo di quelli adorato nei misteri greco-orientali: un dio che si è incarnato, ha sofferto per l’umanità, poi è tornato all’Olimpo.
Forse un po’ paradossalmente, ma non senza un fondamento di vero, è stato detto che il vero creatore del cristianesimo non è Gesù, ma Paolo. Il culto del “Cristo” comincia proprio con la risurrezione perciò il racconto di questo straordinario evento si è tosto arricchito di altri particolari, utili a rendere Gesù sempre più simile ai vari dei soterici. Tale, ad esempio la tradizione che egli sia risuscitato il terzo giorno dopo il suo seppellimento. Infatti anche nel culto di Orfeo, di Osiride, di Attis, ecc… il ciclo rituale comprendeva un uguale spazio di tempo.
Tale anche la credenza di una discesa di Gesù all’inferno onde permettere la salvezza ai “giusti” dell’antico patto, come le religioni pagane avevano favoleggiato di Dionisio che si era calato all’Averno per riprendere la madre Semele, di Orfeo che vi era penetrato per strappare la perduta Euridice, di Teseo e Piritoo che ci erano recati per riportare tra i vivi Persefone.
Della discesa di Gesù all’inferno si cominciò a parlare solo nel quarto secolo, allorché fu formulata (col simbolo niceno) una precisa dottrina sulla Trinità. Come si poteva spiegare l’inazione del Logos divino durante il tempo in cui la carne alla quale era stato unito riposava nella tomba ed egli non era ancora salito alla gloria del Padre?
La definizione dei regni ultraterreni, avvenuta pure in quell’epoca offriva un opportuno pretesto per colmare il vuoto. Per dare maggior credibilità alla leggenda fu divulgata una lettera apocrifa, attribuita a Simone-Pietro che si faceva garante della veridicità del fatto.
La scelta della domenica come giorno della resurrezione corrisponde invece ad un adattamento al culto del dio Sole, che, come si sa quando il cristianesimo cominciò a diffondersi era praticamente la religione ufficiale dell’Impero Romano.
Al dio Sole, detto per eccellenza Cùrios o Dominus era dedicato un giorno particolare, “il giorno del Signore” (dies domenica) che i cristiani assunsero come festa del loro dio. Fu infatti da essi subito scorta e spontaneamente accettata l’analogia tra il Cristo gloriosamente risuscitato e il sole nascente, e gli attributi dell’astro ricorrono di frequente nei primi scrittori cristiani, riferiti al Cristo.
Già fin da quando l’autore del Vangelo secondo Marco aveva intrapreso a dimostrare la resurrezione di Gesù con la circostanza del sepolcro trovato vuoto, aveva posto tale scoperta all’alba del terzo giorno dopo il venerdì della morte: Quindi col sole levante della domenica. Ancora oggi il nome della “domenica” nelle lingue anglosassoni indica la sua origine dal culto solare, come Sunday in inglese o Sonntag in tedesco.


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Vecchio 09-12-2005, 21.09.21   #60
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The End

Nonostante la chiarezza con cui Paolo ha voluto dichiarare l’assoluta arbitrarietà di Dio nel concedere la “grazia” della salvezza, fino al quarto secolo di preferiva attenuare la sua dottrina intendendo che Dio predestinasse e giustificasse, almeno, coloro di cui “aveva preveduto i meriti futuri”. Ma sul finire del secolo stesso, Agostino divulgò la sua rigida interpretazione del pensiero Paolino: - essendo tutta l’umanità senza eccezioni “massa perditionis” da Adamo in poi per il peccato originale, non è possibile che la scelta di Dio possa essere motivata dai nostri meriti; la “grazia” è liberamente concessa da Dio, anche se non ne siamo degni.
La pessimistica opinione di Agostino sollevò scalpore. Molti protestarono, e soprattutto il monaco bretone Pelagio, il quale in un commento alle Lettere di Paolo, sostenne che il peccato di Adamo può avere nociuto a lui solo, non a tutti i suoi discendenti, che l’uomo, quindi, non ha perduto il libero arbitrio di scegliere tra il bene ed il male e perciò di salvarsi o di dannarsi con le sue forze naturali. La “grazia” serve soltanto a “nos adiuvare ad non peccandum”.
La dottrina pelagiana fu condannata dal Concilio di Caratgine, dei 412. Ma ormai la polemica tra agostiniani, sostenitori della “grazia”, e pelagiani, sostenitori del “libero arbitrio” era avviata.
Sul finire del Medio Evo, Tommaso d’Aquino tentò di nuovo di smussare le asperità della dottrina agostiniana con una conciliazione tra “grazia” e “libero arbitrio” che la chiesa ha accettato.
Invece fu proprio riferendosi ad Agostino che nel secolo XVI Martin Lutero iniziò il movimento della Riforma. L’uomo – egli disse – decaduto col peccato originale è irrimediabilmente corrotto sicché da esso non può procedere che il male: ogni sua opera è necessariamente peccato. Solo chi è predestinato avrà vita eterna, e in tal caso “etiam volens non potest perdere salutem suam, quantiscumque peccatis”. L’affermazione di Paolo, “l’uomo è giustificato solo dalla fede” diventa paradossalmente, per Lutero, “Pecca fortiter, sed crede fortius!”
Sulle orme di Lutero l’altro grande riformatore, Calvino, giunge ad un predestinazionismo ancora più radicale: l’uomo è predestinato ab aeterno alla salvezza o alla dannazione, quindi anche colui che pecca lo fa perché così è prestabilito; ma la sua caduta nel peccato è la prova che Dio non l’ha eletto, è la certezza terribile della propria condanna!
Sconfessate dal Concilio di Trento, le dottrine di Lutero e di Calvino hanno subito invece un
approfondimento sempre maggiore da parte protestante.

Attualmente, percorsa dalle crisi mistiche dei primi riformati e poi di spiriti inquieti come Giansegno, Biagio Pascal, Giacomo Spener, la teologia protestante più avanzata, specie di indirizzo esistenzialista, ha ridotto il fatto religioso all’ossessionante incertezza del nostro destino futuro. Per Sòren Kierkegaard Kierkegaard il timore del peccato (che sarebbe la prova sicura della nostra non elezione da parte di Dio) ci condanna alla via “paradossale” della negazione del mondo, della solitudine e della disperazione.
Heidegger Heidegger ed i suoi seguaci considerano la vita umana come provvisorietà, coscienza della nostra limitatezza e della nullità dei nostri mezzi. L”esserci” di Heidegger, cioè la nostra presenza nel mondo, è “pura, angoscia continua, sospensione, insoddisfazione, esistenza in autentica”. Tuttavia – dice Karl Barth – proprio questa “angoscia”, questa sensazione di smarrimento e consapevolezza di peccaminosità è il segno positivo del nostro bisogno di Dio, sentito precisamente come netta antitesi di tale nostra insufficienza.
Si arriva pertanto alla conclusione, davvero madornale, che è bene che l’uomo sia peccatore, altrimenti non avrebbe sete di Dio.

Così la “lieta novella” predicata da Gesù che conteneva una speranza di felicità, di pace e di giustizia per tutti gli uomini, in questa vita, si è mutata, attraverso i secoli, nella perversione di una fede che non serve più per la vita, perché anzi la rifiuta, la maledice, la condanna ad una tormentosa inquietudine.


------------------------------------------> The End

Qui finisce il mio “sforzo” che spero qualcuno abbia seguito. Vi lascio con le tristi parole con cui Marcello Craveri chiude il suo libro, (quelle sopra in neretto), che ovviamente condivido in toto. Laddove l’amore ci avrebbe condotto alla gioia di vivere, una assurda “pretesa di perfezione” ha prodotto una dottrina cristallizzata e dogmatica, tesa più a preservare la forma che la sostanza del messaggio di Gesù, che ha finito per soffocare l'uomo chiedendogli di essere un qualche cosa che non è e che non potrà mai essere.

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