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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 03-09-2011, 21.00.32   #51
ulysse
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La differenza potrà diventare anche qualitativa, ma sempre secondo il numero di esperienze immagazzinate nella memoria. Il meccanismo è uguale per tutti: uomini e animali. Più immagazziniamo esperienze nella memoria, più la soluzione dei problemi diventa raffinata, quindi qualitativa. Ma sempre dalle forche caudine bisogna passare.
Tra quelli che aborri inserisci anche me, poiché l'esperienza potrà essere più o meno raffinata, psicologica o manuale, ma alla fine andrà a far parte di quel patrimonio detto memoria che, tramite il metodo veicolare della stessa chiamato pensiero, ci rappresenta più o memo intelligenti. Il topolino sarà sempre meno intelligente di noi perché ha un numero limitato di esperienze, giacché campa soltanto un paio di anni.
Ma direi che non si puo' confondere l'espereinza con l'intelligenza...e neppure la somma degli apprendimenti...per quanto la risultanza pratica possa essere, a volte, assimilabile.

Comunque, di fronte ad un problema, c'è chi si basa sul ricordo delle esperienze e degli apprendimenti e chi si sforza di ragionare col proprio cervello...certo che le analogie aiutano.

Ma l'originalità e creatività sono segno inarrivabile di intelligenza...o derivano anch'esse da una sommatoria di esperienze/apprendimenti?
Ne dubito!

Mi piacerebbe avere l'opinione di uno psicologo...comunque di qualcuno addetto ai lavori.

Secondo il senso comune credo comunque che 100 asini non facciano un cavallo.
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Vecchio 03-09-2011, 21.09.51   #52
Il_Dubbio
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Il topolino sarà sempre meno intelligente di noi perché ha un numero limitato di esperienze, giacché campa soltanto un paio di anni.

Ok, allora facciamo fare lo stesso percorso formativo di un bambino che a dieci anni sa leggere e scrivere (e molto altro ancora) ad una scimmia (di qualsiasi specie) che vive sicuramente più di dieci anni, e vediamo se alla fine (prima di morire, forse a 30 o 40 anni) riesce almeno a scrivere un riassunto di una scena che ha vissuto (non c'è nemmeno bisogno che parli...). Dopo tutto le scimmie sono le più simili a noi quindi qualcosa debbono pur fare se aumentano le loro esperienze e si avvicinano, nel numero, a quelle che facciamo noi... basta mandarle a scuola e vedere cosa ne esce.
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Vecchio 04-09-2011, 04.38.12   #53
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ulysse
Ma direi che non si può confondere l'esperienza con l'intelligenza...e neppure la somma degli apprendimenti...per quanto la risultanza pratica possa essere, a volte, assimilabile.
Come affermato varie volte, secondo me, l'intelligenza, come unica peculiarità misurabile, non esiste; mentre vi sono, nello stesso individuo, milioni di cosiddette intelligenze che potranno essere composte di tanti abbinamenti, tramite la memoria e il suo metodo veicolativo chiamato pensiero. Chiarito questo, la memoria da cosa è formata se non da tutte le esperienze che ci hanno tramandato i nostri avi, dalle esperienze rappresentate dalla materia con cui siamo formati e da quelle che facciamo tutti i giorni? Abbiamo affermato centinaia di volte che la nostra intelligenza è paragonabile a quella di un computer, o viceversa, poiché se non s’inseriscono i dati, esso è un semplice pezzo di ferro, filamenti e circuiti integrati. Allora, i nostri dati che inseriamo nella nostra memoria sono formati dalle esperienze di cui sopra; pertanto, secondo me, non vi è bisogno di interpellare una psicologa per questa semplice e dimostrabile evidenza.
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Comunque, di fronte ad un problema, c'è chi si basa sul ricordo delle esperienze e degli apprendimenti e chi si sforza di ragionare col proprio cervello...certo che le analogie aiutano.
Perdonami ulysse, ma questo che cosa è, il sistema del qui lo dico e qui lo nego?
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Ma l'originalità e creatività è segno inarrivabile d’intelligenza...o derivano anch'esse da una sommatoria di esperienze/apprendimenti?
Ne dubito!
Conosco un famoso creativo pubblicitario che, a seguito di un incidente d'auto ha perso la memoria, e insieme con essa ha perso la creatività e il posto di lavoro. Se ce ne fosse ancora bisogno, questo vuol dire che il sistema mnemonico è alla base della nostra evoluzione.
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Secondo il senso comune credo comunque che 100 asini non facciano un cavallo.
Se prima non riusciamo a comprendere di cosa stiamo parlando, mettere in campo il senso comune mi sembra un arrendersi davanti alla complessità della materia. In ogni caso, per sicurezza, fino a chiarimento avvenuto, io mi tengo i miei cento asini.
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Vecchio 04-09-2011, 14.31.50   #54
Il_Dubbio
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Chiarito questo, la memoria da cosa è formata se non da tutte le esperienze che ci hanno tramandato i nostri avi, dalle esperienze rappresentate dalla materia con cui siamo formati e da quelle che facciamo tutti i giorni? Abbiamo affermato centinaia di volte che la nostra intelligenza è paragonabile a quella di un computer, o viceversa, poiché se non s’inseriscono i dati, esso è un semplice pezzo di ferro, filamenti e circuiti integrati. Allora, i nostri dati che inseriamo nella nostra memoria sono formati dalle esperienze di cui sopra; pertanto, secondo me, non vi è bisogno di interpellare una psicologa per questa semplice e dimostrabile evidenza.

Dimentichi però un fatto importante, i dati devono essere letti. Solo con i dati ci fai la frittura mista. La lettura di un dato, che io chiamerei per brevità bit, l'unità di informazione, senza un programma di lettura non serve a nulla. Puoi aumentare all'infinito i bit (o le esperienze), ma se non hai chi li interpreta è lingua morta.

Nei computer ci sono sicuramente i programmi che leggono i dati della memoria. Questi programmi però li mettiamo noi nel computer.
Ovviamente ci sono "programmi" che noi non mettiamo, ma funzionano in automatico raggiunto un certo grado e livello di informazione. Queste sono leggi della natura. Non so...una caso culinario, l'acqua bolle a 100 gradi e diventa ghiaccio a zero gradi. Non comandiamo noi quando l'acqua deve bollire o quando deve diventare ghiaccio, quello è semmai un programma inserito nell'universo che già c'è. Se l'acqua si mantenesse a 30 gradi non evaporerebbe o non ghiaccerebbe.
Un altro esempio è l'informazione del dna. Ammettiamo che noi volessimo far volare gli asini. Se gli asini potessero volare, il programma sarebbe già integrato nella natura. Solo se il programma non esistesse in natura, gli asini non potrebbe mai volare. Questo ovviamente potremmo non saperlo mai.

Facciamo un esempio più generale, dell'universo e le leggi che contiene. Ora immaginiamo che la materia contenuta nell'universo siano i bit. Le leggi che regolano i bit sono i programmi. Questi già ci sono, noi possiamo solo scoprirli, mai inventarli.

Quindi io non comprendo il motivo per cui tu giudichi l'intelligenza umana solo quantitativamente diversa dalle altre specie. Già il dna ci insegna invece che una certa informazione ci da una scimmia, un'altra un topolino... e molte altre nulla.
Questi programmi inseriti nella natura stabiliscono che gli uccelli possano volare (e come ho detto, se in serbo alla natura, ci fosse la possibilità di far volare anche gli uomini, basterebbe conoscere l'informazione necessaria e il programma per leggerlo), mentre gli uomini sono intelligenti, anzi io dico dotati di coscienza (che rende l'intelligenza di qualità diversa).

Il tuo discorso andrebbe bene se bastasse, faccio per dire, aumentare il numero di geni per rendere un animale sempre diverso. Ma non è l'aumento di "informazioni" che rende "leggibile" un dna. Ci vuole un programma che legga una tale informazione; un numero consistente di bit potrebbe infatti non significare nulla, mentre pochi geni, ma disposti in modo tale che possano essere letti dal programma, si ottiene un batterio.

Come dico sempre, l'informazione per essere riconosciuta come tale deve significare qualcosa per colui il quale lo sta leggendo. Non è il suo numero però che è importante, ma la disposizione e il programma di lettura.
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Vecchio 04-09-2011, 21.00.49   #55
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Ok, allora facciamo fare lo stesso percorso formativo di un bambino che a dieci anni sa leggere e scrivere (e molto altro ancora) ad una scimmia (di qualsiasi specie) che vive sicuramente più di dieci anni, e vediamo se alla fine (prima di morire, forse a 30 o 40 anni) riesce almeno a scrivere un riassunto di una scena che ha vissuto (non c'è nemmeno bisogno che parli...). Dopo tutto le scimmie sono le più simili a noi quindi qualcosa debbono pur fare se aumentano le loro esperienze e si avvicinano, nel numero, a quelle che facciamo noi... basta mandarle a scuola e vedere cosa ne esce.
Faccio il mea culpa, il confronto è sbagliato; ma tu ti sei buttato a tuffo nel barattolo della marmellata. Comunque, analizzandolo, il mio è stato un errore freudiano, poiché volevo confermare che il metodo di apprendimento è sempre lo stesso, sia per l'animale sia per l'uomo; e non centra la divisione delle strade che ci hanno separato. Per correggere il tiro, possiamo metterla in questo modo: se un gruppo di bambini farà molte esperienze, "probabilmente", saranno in vantaggio nei confronti di quelli che saranno tenuti chiusi dentro una stanza per lo stesso periodo. Ugualmente vale per un cane, una scimmia o qualsiasi altro animale. Di fatto il paragone doveva essere fatto tra gli stessi animali e non con l'uomo. Chiedo scusa.
Per altro, confermo che quella che chiamiamo intelligenza, non è altro che la sommatoria di tutti i patrimoni che abbiamo a disposizione nella nostra memoria, sia fisica sia mnemonica. Patrimoni che sono letti da quel metodo veicolativo chiamato pensiero. Questa prassi, per la formazione di quella che chiamiamo intelligenza, la ripropongo, perché fino ad ora, secondo me, non è stata confutata da argomenti altrettanto logici. Per ritornare al paragone con l’intelligenza del computer, ho affermato che le esperienze o patrimoni che noi abbiamo dentro la nostra memoria, comprese le esperienze che facciamo quotidianamente, si possono paragonare ai programmi che noi mettiamo nella memoria dello stesso.
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Vecchio 04-09-2011, 21.24.01   #56
Tempo2011
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Chiarito questo, la memoria da cosa è formata se non da tutte le esperienze che ci hanno tramandato i nostri avi, dalle esperienze rappresentate dalla materia con cui siamo formati e da quelle che facciamo tutti i giorni? Abbiamo affermato centinaia di volte che la nostra intelligenza è paragonabile a quella di un computer, o viceversa, poiché se non s’inseriscono i dati, esso è un semplice pezzo di ferro, filamenti e circuiti integrati. Allora, i nostri dati che inseriamo nella nostra memoria sono formati dalle esperienze di cui sopra; pertanto, secondo me, non vi è bisogno di interpellare una psicologa per questa semplice e dimostrabile evidenza.
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Il_Dubbio
Dimentichi però un fatto importante, i dati devono essere letti. Solo con i dati ci fai la frittura mista. La lettura di un dato, che io chiamerei per brevità bit, l'unità di informazione, senza un programma di lettura non serve a nulla. Puoi aumentare all'infinito i bit (o le esperienze), ma se non hai chi li interpreta è lingua morta.
Probabilmente, vi è stato un periodo in cui la memoria operava solo per la trasformazione del corpo che la ospitava; da qui il collo lungo della giraffa e le tante altre trasformazioni. Similmente, quando la stessa ha deciso di interferire anche col mondo esterno, si è costruito un metodo che io chiamo veicolativo, per portare all'esterno le esperienze che erano in lei. Quel metodo che legge e trasmette le esperienze all'esterno, lo individuo nel pensiero. Nella pratica è il pensiero che legge le esperienze, ma senza la memoria non esisterebbe nulla, nemmeno il pensiero. Le osservazioni effettuate su chi perde la memoria completamente, a quanto pare, portano a queste conclusioni. Perciò, è riduttivo affermare che le esperienze sarebbero un cumulo inutilizzabile se non ci fosse chi le interpreta, perché quando non vie era lui, la memoria lavorava sul corpo di chi la ospitava. Allora, ai tempi nostri possiamo affermare che il binomio: memoria-pensiero, sono inscindibili, ma quella più importante è la prima. Altro che frittura mista.
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Vecchio 05-09-2011, 09.52.26   #57
CVC
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Originalmente inviato da ulysse
FENOMENOLOGIA DELLA PERCEZIONE

“Sul piano psicoemotivo, a prescindere dal piano scientifico/razionale, non dobbiamo chiederci se percepiamo veramente, oggettivamente il mondo, ma credere semplicemente che il mondo è quale noi lo percepiamo… e percepire, quindi secondo convenienza!”

In effetti ”noi non viviamo nella realtà oggettiva, ma nella nostra percezione della realtà... generante come una specie di ingenuo senso comune!"
Addirittura siamo, di tale percezione, funzione e conseguenza sia neuropsichica che biosomatica…persino culturale.


La percezione inoltre si modifica in base al nostro interesse: se teniamo molto ad un obiettivo… gli ostacoli che si frappongono li sminuiamo, li trascuriamo... o, addirittura, non li vediamo affatto… mentre ci paiono insormontabili se l’obiettivo non interessa.
La montagna è alta o bassa a seconda del sentirmi o meno desideroso di scalarla
L’altezza percepita della montagna non è che la conseguenza di una mia sensazione…


Un diverso ambiente, quindi, o anche solo una diversa percezione dello stesso ambiente, ci avrebbe diversamente strutturati non solo per l’attuale vivere, ma anche geneticamente, nel corso dei passati millenni di evoluzione .

La realtà, pur scientificamente, per ora parzialmente, esplicata, spesso, non ci appare nel suo oggettivo essere ed alla fine, comunque, per il nostro vivere ed evolvere, essa conta molto meno della “percezione” che ne abbiamo!

Ma non è che siamo marionette, atttori o figuranti prigionieri di un copione scritto altrove: semplicemente i nostri sensi non sono evoluti per percepire ciò che è oltre la loro portata…ciò che è oltre i nostri bisogni primordiali…quelli essenziali per la nostra sopravvivenza come specie e come individui.
Forse un giorno i nostri sensi potranno anche evolvere oltre il range degli attuali limiti…se la cosa potrà dare un qualche vantaggio per la sopravvivenza della specie o la prevalenza dell’individuo.

Intanto, comunque, ce la caviamo con le sofisticate protesi strumentali della scienza che meglio avvicinano la percezione alla realtà del mondo oggettivo.

Non percependo il moto relativo degli astri nel giusto verso, parliamo di un Sole che sorge e tramonta ed è questo che conta per noi ed ha influito, nei millenni, sulla nostra esistenza sociale e psicofisica, per l’evoluzione nostra e di tutte le specie.
Della rivoluzione della terra intorno al sole e del sole intorno al centro della galassia, e del centro della galassia....ecc.. siamo consciamente ignari… e nemmeno ci frega tanto.

Ci confortano invece le false lacrime delle madonne, i leggendari racconti dell’antichità, le esplicazioni mitiche delle religioni e loro intrinseche superstizioni …così come ci commuovono le canzoni urlate dai palchi, ci esaltano le vittorie agognate negli stadi, il supporto e l’empatia dei tanti ignoti amici di facebook (!) …un tutto esclusivo che pare dare senso al nostro esserci.

Credenze, suggestioni, emozioni di ogni genere, problematiche scaturenti da stimoli ambientali sia fisici che sociali o da culture acquisite, influenzano profondamente, più o meno stabilmente, i nostri comportamenti ed i nostri caratteri sia in favore che a sfavore del nostro vivere, deprimendo o esaltando le nostre capacita e adeguatezze fino all’estremo sopravvivere, abbiano essi un riferimento con la realtà circostante o con la fantasia, suggestione e creatività nostra o trasfusa dall’ambiente socioculturale in cui siamo immersi.

Quindi, rendiamoci conto, non viviamo nella realtà, ma nella percezione della realtà…percezione che da un lato ci plasma, ma che dall’altro, sforzandoci di vedere oltre, possiamo anche modificare sotto l’aspetto percettivo ed emotivo a nostro favore secondo i nostri desideri ed emozioni...se siamo creativi… oppure possiamo valutare le cose in modo da far risaltare gli aspetti positivi… anzichè solo quelli, eventualmente negativi, percepiti.

Quanto descritto circa la nostra capacità percettiva ce la mostra irreale e approssimata rispetto all’essere oggettivo del mondo fisico fuori di noi o anche rispetto alla perseguita razionalità delle interrelazioni sociali, ma niente vi è insito, comunque non in prevalenza, di finzione o simulazione cosciente e niente fa pensare che le nostre azioni e il nostro comportamento siano eterodiretti in estraneità all’ambiente in cui ci troviamo ad operare.

Un altro insegnamento, all’opposto, lo possiamo ancora trarre dallo sfuggire o colmare la nostra labilità percettiva ed i relativi trabocchetti.

Infatti dobbiamo sforzarci di essere oggettivamente vigili e orientati razionalmente nelle diagnosi e valutazioni: le osservazioni, i rilievi, i controlli, le analisi delle situazioni e delle interrelazioni, delle sperimentazioni devono essere freddamente e oggettivamente rilevati, registrati, descritti, valutati estraniandoci freddamente dal nostro essere….nel verso e nel senso di una verità oggettiva pur solo asintoticamente raggiungibile….nel suo continuo divenire

In definitiva la possibilità che la nostra percezione si discosti, oltre i limiti usuali, dalla realtà oggettiva è molto forte…tanto più, quanto più aderiamo alle nostre pulsioni emotive.

E’ anche approfittando di questa facoltà, rivoltata in profitto, che, nella esplicazione delle modalità risolutive di un problema o di una relazione o nostra decisione, sia essa di lavoro che ludica, dobbiamo estrapolare ed esaltare tutta la nostra “fantasia, ottimismo, capacità dialettica di rivoltare le situazioni a nostro favore” cogliendo e profittando di segnali favorevoli e avvertimenti impliciti o alternative possibili.

Non siamo, quindi, allucinati prigionieri di un mondo irreale e artificioso: siamo solo, a volte, incapaci o non orientati a distinguere fra percezione di un reale ostile o favorevole che sia, e percezione dell’immaginario …desiderato: in effetti, è anche dalla sensazione e interpretazione di un percepito negativo che possiamo e dobbiamo, per nostra soddisfazione o convenienza, impegnarci a volgerlo in un percepito positivo…comunque secondo nostro desiderio e gratificazione...scevro, in ogni caso da pericolose illusioni.

Cosa che accade continuamente..,.. anche oltre la nostra coscienza e capacità di controllo razionale.

Comunque non è finzione o simulazione:…è la nostra capacità e libertà di interpretazione del percepito che giunge a nostro salvamento e puo' mostrarci i lati positivi del percepito negativo: cosa che non può fare l'ignaro tacchino di cui ad un post precedente!

Del resto, nel contingente quotidiano, se non sapessimo simulare il nostro disgusto per certi “amici, parenti, conoscenti, collaboratori e capi”…volgendo il nostro ghigno in sorriso, o anche armandoci di santa sopportazione, o persino scorgendo i lati favorevoli per una pacifica convivenza….. quante guerre pubbliche e private dovremmo sostenere?

E’ deliberata ipocrisia? …forse!...ma soprattutto è saggia preservazione delle energie psicosomatiche per riversarle sulle questioni di vera sopravvivenza.
La percezione è strettamente legata al concetto di implicazione o aspettativa. Ciò che percepiamo dipende in larga misura dalla nostra aspettativa nei confronti di un dato evento. Per uno studente che si attendeva un esito pessimo da un esame, un 7 sarà percepito come un voto relativamente alto. Se la sua aspettativa fosse stata invece quella di ottenere il massimo voto , il 7 sarà percepito come deludente.
Lo stesso dicasi della nostra aspettativa circa la realtà. La realtà è per noi deludente o gratificante in base a ciò che ci aspettiamo da essa.
Siamo noi con la nostra visione cosciente e strutturazione delle nostre conoscenze che ci creiamo un aspettativa ed influiamo sulla nostra percezione. Alla fine la realtà ci sorprende sempre perchè è sempre diversa da come ce l'aspettavamo. Per determinare la realtà non possiamo fidarci interamente della nostra percezione perchè è viziata dall'aspettativa. Dobbiamo servirci della nostra intelligenza, è la nostra intelligenza a dirci se qualcosa è coerente con la realtà.
La finzione a sua volta per essere tale deve essere in qualche modo coerente. La finzione può essere una struttura che crea comunque un habitat vivibile per una persona o per intere comunità di persone.
La nostra realtà dipende dal nostro stato di coscienza, lo stato di coscienza dipende dalla percezione, la percezione dipende dall'organizzazione.
Prendiamo il classico test della Gestalt (prova a cercare su google "immagini gestalt"), ti viene mostrato un disegno che contiene un altro disegno nascosto. Inizialmente non riesci ad identificare l'immagine dentro l'immagine, può darsi che ti ci voglia diverso tempo per distinguerla. Una volta che sei in grado di distinguerla isolandola dal resto cambia la tua percezione del disegno iniziale.
La tua coscienza si riorganizza, quindi cambia la tua percezione, cambia la tua coscienza, cambia la tua realtà (relativamente a ciò che si osserva)
E' l'atto di organizzazione operato dall'intelligenza ciò che è davvero determinante


Giulio Cesare nel "De bello gallico" scriveva che gli uomini credono volentieri in ciò che sperano.
Ciò gli permise di mettere in atto uno stratagemma per ingannare il nemico.
Forse è proprio questa speranza o aspettativa il nostro più grande offuscamento della realtà.
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Vecchio 05-09-2011, 11.25.17   #58
Il_Dubbio
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Allora, ai tempi nostri possiamo affermare che il binomio: memoria-pensiero, sono inscindibili, ma quella più importante è la prima. Altro che frittura mista.


Allora la questione non è sottile, ma è molto evidente. Se hai una memoria ma non hai il programma di lettura, con la sola memoria non te ne fai nulla.
Questa è la mia tesi che però tu sembri rigettare.

Io lo rispiego con degli esempi:

Sarebbe come leggere benissimo lettere dell'alfabeto disposte a caso. Il risultato è che anche aumentando il numero di lettere non si aumenta di un passo la conoscenza. Quindi è molto più importante il programma.

L'uomo sembra prediligere infatti il programma alla memoria. Questo non significa che la memoria non serve a nulla, non serve a nulla se manca il programma.

L'aumento di esperienze è certamente importante, ma lo è ancora di piu il contenuto mnemonico stabilito dal programma; quindi ciò che tu individui come importante, cioè l'aumento della memoria, esso deve essere già supportato dal programma. Altrimenti anche se aumenta la memoria, essa rimane fine a se stessa...diciamo pure che non serve a nulla, se non è affiancata dal programma. Quindi in sostanza è più importante la seconda.

Fai il conto ( esempio) di un bimbo di 7 anni straniero che va a scuola il primo giorno conoscendo solo due parole di italiano. L'insegnante ne usa molte di più e nel frattempo lui le ascolta e forse le memorizza, ma capirà cosa l'insegnante vorrà dire solo quando pronuncerà quelle due parole.
Il bimbo aumenterà quindi la sua conoscenza non ascoltando l'insegnante mentre parla e memorizzando ciò che dice, ma quando incomincerà a comprendere le parole che dice l'insegnante, anche se ce ne saranno molte che non capirà e che comunque continuerà memorizzare (o che potrebbe continuare a memorizzare).
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Vecchio 05-09-2011, 20.39.48   #59
ulysse
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Come affermato varie volte, secondo me, l'intelligenza, come unica peculiarità misurabile, non esiste; mentre vi sono, nello stesso individuo, milioni di cosiddette intelligenze che potranno essere composte di tanti abbinamenti, tramite la memoria e il suo metodo veicolativo chiamato pensiero.

In effetti credo che quasi nessuno sia in grado di “definire” cosa sia l’intelligenza.
Si può dire però che essa si manifesta in modo più o meno eclatante, con uso della logica, della intuizione, della fantasia, della osservazione, ecc… nell’affrontare, attuare e risolvere le più disparate ed originali problematiche occorrenti nella elaborazione di teorie e sistemi di pensiero afferenti la nostra vita pratica, affettiva, intellettuale e spirituale nel campo del personale e/o del sociale.

In breve l’intelligenza ci permette di vivere più o meno bene, o ci mette nei guai, a confronto e in funzione dell’ambiente in cui ci troviamo.

E’ fuor di dubbio, comunque, che ci conviene avere una buona intelligenza se vogliamo che, prevedibilmente…”l’io, speriamo che me la cavo”…riesca abbastanza bene o eccezionalmente bene.…

Alcuni pensano di poter misurare l’intelligenza individuale nel suo esplicarsi globale o parziale…e ci riescono anche, entro certi limiti di ordine statistico…cioè può sempre essere che qualcuno sbaracca...ma, per lo più, no!

In proposito, sono universalmente noti i test di QI affrontando i quali ciascuno può ottenere, entro limiti probabilistici specificati, uno specifico punteggio o vari punteggi a seconda che sia esplorato il campo globale o gli specifici campi di esplicazione: intelligenza letteraria, matematica, bidimensionale, visivo-spaziale, pensiero divergente, ecc….

Possiamo essere soddisfatti di punteggi superiori a 100.
Possiamo essere gratificati oltre 110. Oltre 150 sfioriamo la genialità…Oltre 170 siamo geni certificati.
Sotto i 70 siamo minus habens!
Sotto i 50 potremmo persino avere peculiari genialità, per esempio estrarre all’impronta la radice quadrata di qualsiasi numero o conoscere l’ora in qualsiasi momento senza consultare l’orologio, ma essere incapaci di allacciarci le scarpe.

In effetti la definizione di intelligenza umana non può essere che approssimata e così la sua qualità… più o meno elevata ed, entro certo range, diversa da individuo ad individuo.
Ma anche, come rilevato dai test di QI, (o da altri sistemi), la stessa intelligenza, nel medesimo individuo, è composta da un mix di intelligenze: si può parlare di intelligenza globale per un individuo che riesce bene in tutto, magari anche ad alto livello, oppure si può parlare di intelligenza particolarmente vivace ed eclatante in certi campi di esplicazione e limitata in altri.

Banalmente l’orientamento appare già a scuola ove c'è, ad esempio, chi si trova bene con le materie letterarie e chi con le materie scientifiche.
Difficile dire se la cosa sia ereditaria o frutto di casualità o allenamento...magari anche frutto dalla gratificazione percepita e rinforzata nelle prime esperienze positive e/o negative negli specifici campi.

In effetti le prime esperienze della nostra vita, dalla nascita oppure, addirittura, dal feto, sembra abbiano estrema importanza nella strutturazione cerebrale e nell’orientamento intellettuale.
L’organo cerebrale è estremamente plastico nei nostri primi anni…interagisce straordinariamente con l’esperienza… tanto che veniamo consegnati alla scuola quando già i grandi giochi sono fatti e molto del nostro essere psichico e intellettivo è determinato…sia in fatto di connessioni neuroniche, che di attività elettrochimica o altro, ecc...

La curva della plasticità tende poi a scendere per tutta la vita, verso lo zero in età avanzata, ma qualcosa è sempre possibile fare per la nostra intelligenza, sia sul piano fisico che psichico e intellettuale, ma sempre meno…anche se col tempo può aumentare notevolmente l’accumulo, nella memoria a lungo termine per esperienza e conoscenza pratica e/o teorica.

Infatti una certa capacità raziocinante, supportata da accumulo di memorie può spesso simulare una buona intelligenza anche se difficilmente geniale.

Credo che il genio a tutto tondo o anche solo limitato a specifiche esplicazioni, sia prevalentemente genetico…o derivante da un complesso di concorenze.
Successive connessioni e strutturazioni sinaptiche conseguenti a particolari esperienze precoci possono aiutare.
Infatti se Leopardi non avesse avuto precocemente a disposizione la biblioteca paterna forse avremmo perso “l’infinito”.
Magari Mozart fu un genio genetico arguibile dal fatto che anche il padre e la sorella erano musicisti apprezzati..per quanto per avere una certezza bisognerebbe risalire più a monte,
Comunque se Mozart non avesse avuto a disposizione un padre musicista a lui dedicato, forse avremmo perduto la sua precocità…e molto altro.
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Chiarito questo, la memoria da cosa è formata se non da tutte le esperienze che ci hanno tramandato i nostri avi, dalle esperienze rappresentate dalla materia con cui siamo formati e da quelle che facciamo tutti i giorni?
Direi che gli avi non tramandano esperienze, ma certamente la capacità contingente di memorizzare è una componente essenziale della nostra capacità intellettiva.
E’ cosa buona e giusta essere dotati di buona memoria, ma essa non è che il magazzino dei dati di cui l’intelligenza si serve e che dobbiamo metterci…proprio come un computer.

Se gli organi di senso e di elaborazione non mettono qualcosa in memoria il computer non funziona…pardon…il. cervello non funziona.

Il nostro cervello ha però il vantaggio e la straordinarietà che si costituisce e struttura in contemporanea all’immissione/acquisizione dei dati e da questo dipende il livello di QI …se, cioè, fin dalle origini si struttura in modo adeguato o meno…e che lo faccia o meno bene è un fatto genetico.

E’ come se io stesso scrivendo contribuissi a “strutturare” il mio computer e che la qualità del computer riuscisse o meno bene dipendesse dalla mia abilità di scrittore.

Mi vien da osservare, sospettare, che il cervello umano è veramente qualcosa di molto complesso, forse il più complesso nell’universo o, forse, nemmeno l’universo è a tale livello.
Eppure, a confronto, è estremamente piccolo: solo un chilo e mezzo in un melone!
Sarebbe da leggere in proposito la poesia di Emily Dickinson.
Non è stupefacente questa evoluzione?!

A questo punto, e forse già prima, c’è proprio bisogno di un esperto…per quanto, ho già detto,…ben pochi sanno come…o forse nessuno…per ora…
Molti, però, possono dire di più e più giustamente: bisognerebbe interpellarli …appunto!..
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Vecchio 05-09-2011, 21.33.06   #60
Tempo2011
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Tempo2011
Allora, ai tempi nostri possiamo affermare che il binomio: memoria-pensiero, sono inscindibili, ma quella più importante è la prima. Altro che frittura mista.
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Il_Dubbio
Allora la questione non è sottile, ma è molto evidente. Se hai una memoria ma non hai il programma di lettura, con la sola memoria non te ne fai nulla.
Questa è la mia tesi che però tu sembri rigettare.

Io lo rispiego con degli esempi:

Sarebbe come leggere benissimo lettere dell'alfabeto disposte a caso. Il risultato è che anche aumentando il numero di lettere non si aumenta di un passo la conoscenza. Quindi è molto più importante il programma.

L'uomo sembra prediligere infatti il programma alla memoria. Questo non significa che la memoria non serve a nulla, non serve a nulla se manca il programma.
L'aumento di esperienze è certamente importante, ma lo è ancora di piu il contenuto mnemonico stabilito dal programma; quindi ciò che tu individui come importante, cioè l'aumento della memoria, esso deve essere già supportato dal programma. Altrimenti anche se aumenta la memoria, essa rimane fine a se stessa...diciamo pure che non serve a nulla, se non è affiancata dal programma. Quindi in sostanza è più importante la seconda.
Mi sembra di intuire che, la differenza tra le nostre opinioni sta nel fatto che tu, con i tuoi esempi, parli della vita dopo milioni di anni che il tutto si era formato e trasformato, mentre io guardo all'inizio. Ovvero, da quando è iniziata la vita sulla terra. Di fatto, la domanda che mi sono posto è la seguente: di cosa deve aver avuto bisogno la prima forma di vita per progredire e svilupparsi in quel mondo inospitale? Si può dire che la risposta mi è arrivata da sola, poiché mi è venuta in mente subito la memoria. Infatti, la prima forma di vita doveva "ricordarsi" quali erano i paletti termici a lei adatti, e che gli avevano permesso di nascere. Naturalmente, quello che le serviva era semplicemente una memoria fisica che le facesse sentire il troppo caldo o il troppo freddo. Certamente ti chiederai, come avesse potuto, una forma così semplice, avere una memoria fisica? Allora immaginiamo che sia avvenuto uno imprinting termico durante la nascita che gli ha permesso di memorizzato quelle temperature. Tra l’altro, non dimentichiamo che la materia stessa, da cui è nata la vita, ha già in se una memoria termica, rappresentata dallo stato solido, liquido e gassoso.
Allora possiamo affermare che la memoria ha avuto un'importanza "vitale" fin dai primi momenti che è nata la vita.
In tal senso ti potrei portare l'esempio, ampiamente divulgato, dell'ameba, la quale, una volta individuata la strada che la portava al cibo, anche se era tagliata in due o in quattro, ogni parte non dimenticava la strada giusta. Secondo te, quale programma usava per ricordarsi la via del cibo? E in quale pezzetto era disposto tale programma? Quindi, dobbiamo dare atto che esiste una memoria semplicemente fisica senza un programma? Oppure, che cosa intendi per programma senza il quale le esperienze sarebbero solo frittura? E da che cosa sarebbe rappresentato? E cosa pensi dell’esempio appena accennato?
Pertanto, affermare che ogni esperienza senza un programma non vale niente, a mio modo di vedere non tiene conto che l'esperienza vissuta mette in moto delle sensazioni che non sono fine a se stesse; infatti, prima che si formasse il pensiero, la memoria lavorava da sola per migliorare la struttura fisica di ogni essere, adattandola all'ambiente; per questo ho portato l'esempio, anche se banale, del collo della giraffa.
A questo punto ci potremmo domandare: è nato prima l'uovo o la gallina? Oppure: la memoria o il programma?

Ultima modifica di Tempo2011 : 06-09-2011 alle ore 02.54.39.
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