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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 05-07-2014, 17.43.59   #121
paul11
Ospite abituale
 
Data registrazione: 17-12-2011
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Riferimento: La vittoria pragmatica di Gorgia : nulla è

Citazione:
Originalmente inviato da green&grey pocket
.............................. .....
La cultura di un tempo condiziona il modo di rappresentare il mondo, ed è talmente pregnante da esserne propedeutica delle scienze e delle varie discipline umanistiche, così come convenzione.Il termine condiziona non deve essere interpretato come concetto dispotico o di giudizio aprioristico, molto più semplicemente sono culture di epoche ad esempio come l’illuminismo, il romanticismo, il decadentismo, sono epoche in cui l’umanità si sente partecipe nel seguire un determinato indirizzo culturale.
Questo è quello che intendo per cultura, se si entra in filosofia politica allora la dialettica è fra cultura del potere e cultura libera.
Fino a quelle culture che ho indicato, nell’Occidente, la filosofia ne era alla guida, semmai era in conflitto oppure subalterna fino all’umanesimo con le teologie ecclesiastiche.
Questa premessa la ritengo importante per capire il seguito.

Green, il problema è se si accetta ancora oggi un ruolo e un compito alla metafisica della tradizione,nonostante Nietzsche l’abbia fortemente estromessa da un ruolo culturale.
Se possiamo ancora credere che sia possibile costruire una metafisica nella postmodernità dopo tutte le invenzioni e scoperte scientifiche dell’ultimo secolo e oltre,che hanno mutato i modelli rappresentativi ed entrate nella quotidianità della vita, mutando gli scenari tecnologici e umani, insomma, impattando sul nostro modo di vivere e di vedere la vita.
La metafisica ha dato delle risposte negli ultimi centocinquanta anni alle problematiche poste dai tempi degli antichi greci ad oggi?
Se la filosofia della tradizione ha esaurito il suo percorso e il suo tempo, e non ho ancora capito se non si riesce ancora a farsene una ragione nel forum, era del tutto ragionevole visto il ruolo delle scienze naturali e fisiche ,che ribadisco sono figlie dello stesso pensiero tradizionale filosofico, prendere il sopravvento. L’idealismo(ma qui la filosofia ha l’ultimo grande respiro), la fenomenologia, l’esistenzialismo, l’ermeneutica e la filosofia post moderna che ruolo hanno avuto nel concetto di cultura che sopra ho esposto:di preminenza o di sottomissione sempre negli ultimi centocinquanta anni?
La lettura che personalmente dò alle pragmatiche intesa come storia umana della cultura ed essendo stata ormai influenzata dalle scienze la stessa cultura, è la necessità di scientificizzare la filosofia, metaforiacamente la scienza sale di un livello culturale e la filosofia ne discende di altrettanto.
Se veramente la filosofia avesse ancora avuto un ruolo di guida culturale di un tempo ,questo forse non sarebbe accaduto.
Le pragmatiche hanno domini segmentati e troppo spesso vengono sistematizzate come ambienti chiusi per meglio quantificarne le variabili. Queste discipline non hanno una cultura e non producono quella cultura che permeava il tempo, al massimo si spostano da un dominio all’altro in modo interdisciplinare quelle leggi che appartengono a quel particolare dominio che appunto perché non sono universalistiche sono relativistiche, perché appartengono alle specificità.
D’altra parte è altrettanto vero che le pragmatiche (continuo a chiamare così tutte le discipline e correnti cultuali dell’ultimo secolo) hanno avuto grande impatto sui modelli teorici, pratici e applicativi delle tecniche e tecnologie.
L’economia e i modelli di produzione, lo scambio economico, sono sempre rimasti fuori dalle filosofie soprattutto antiche.Rientrano in gioco nel momento in cui si definisce la filoafia del diritto e della politica,fino a diventare coscienza di classe ne l socialismo e comunismo.
La tecnica ha asservito l’economia da sempre, prima ancora delle filosofie greche, fin dal tempo dell’invenzione della ruota, fin dal tempo delle società patriarcali o matriarcali, fin da tempo delle società raccoglitrici o cacciatrici., perché crea surplus nella ricchezza dei raccolto e della caccia e crea divisione del lavoro e quindi segmenta le specializzazioni dei ruoli sociali così ormai evidente in quanto esaltata ed esasperata dalla catena di montaggio della precedente fase di rivoluzione industriale.

Perché gli intellettuali attuali non hanno ruolo? Per quieto vivere, chi glielo fa fare di prendere posizione rischiando il proprio posto i lavoro, fu così anche nelle dittature dello scorso secolo.
Ci vuole coraggio a prender posizioni, sostenerle argomentandole .E questa è una società anche peggiore, per certi versi essendo ambigua, di quella dittatoriale, essendo amorfa e “plastica”.

Ho fatto un veloce e piccolo riassunto(non può essere esaustivo) sul ruolo e compito della filosofia,che pongo alla tua riflessione e a tutti i forumisti.

L’atteggiamento della filosofia :
che accetta la scienza come una conoscenza vera e riduce la filosofia a riflessione sulla scienza;
che accetta la scienza come conoscenza vera, ma la ritiene subordinata alla vita e all’azione (è il pragmatismo “vero”);
affida alla filosofia il compito di analizzare il modo d’essere che è il fondamento delle manifestazioni e atteggiamenti umani,riconoscendo la scienza e altri aspetti della vita spirituale e pratica;
riconosce alla scienza il valore descrittivo ,ma non sufficiente a cogliere gli spetti nascosti del fenomeno specialmente quelli della vita che presuppongono ragioni che sfuggono alla riducibilità matematica e alla predittività;
nega alla scienza la conoscenza autentica , essendo i fatti naturali pura apparenza, una realtà assoluta del tutto spirituale testimoniata dalla coscienza o raggiunta con un processo razionale e dialettico che risolva la stessa coscienza umana come infinita;

La critica della scienza come convenzionalità delle costruzioni scientifiche che si presenta come analisi logico linguistica della scienza, riducendo la filosofia a questa analisi;
la riflessione sul sapere scientifico che non accresce la conoscenza, ma le condizioni della validità che sono date da categorie intese come determinazioni universali ed originarie della ragione umana, la cui estensione va dalle scienze naturali a quelle dello spirito, alla storia umana e ai valori;
il pragmatismo(Dewey,James) che intende la filosofia come puro atto orientativo dell’azione e in generale della vita che quindi non costruisce conoscenza superiore a quella schiettamente scientifica;
la fenomenologia come analisi degli atteggiamenti fondamentali da cui si origina tutta la conoscenza del mondo e della vita umana;
l’esistenzialismo come modo di essere dell’uomo come ente finito in rapporto con l’essere e il mondo e il passaggio all’ermeneutica che considera questo rapporto come continua interpretazione;
lo spiritualismo come ripiegamento interiore, il rapporto dell’uomo con se stesso che è la coscienza, da cui le esigenze morali,estetiche diventano la guida del filosofare;
l’idealismo come atto del filosofare in cui lo spirito infinito si riconosce nelle manifestazioni finite.
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Vecchio 05-07-2014, 20.20.45   #122
maral
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Riferimento: La vittoria pragmatica di Gorgia : nulla è

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Originalmente inviato da FMJ
No. Sei fuori strada. Mi dispiace. Non tutte le costruzioni funzionano (a partire da certe premesse). Non è che una costruzione valga tanto quanto l'altra. Tu stai cercando dove poggiare i piedi? Li puoi poggiare solo sui tuoi ASSUNTI e sui tuoi "FACCIAMO FINTA CHE". Leggi quello che ho scritto a Sgiombo e che non posso ripetere qui.
Ok, partiamo dal "FACCIAMO FINTA CHE" per stabilire dei principi primi in linea di massima del tutto arbitrari che determineranno un certo piano fenomenico entro il quale potremo verificare cosa funziona e cosa no e ciò che funziona lo dichiareremo vero rispetto a quei principi primi e al piano fenomenico che hanno determinato.
Prima obiezione: il "FACCIAMO FINTA CHE" non appare né casuale né arbitrario. Non è che Euclide abbia estratto a caso da una serie illimitata di "FACCIAMO FINTA CHE". I presupposti postulati non sono mai qualsiasi cosa ci venga in mente, ma godono di pregressa assoluta credibilità. Non è ad esempio un "facciamo finta che gli asini volino e che esistano cerchi quadrati" anche se sarebbe del tutto lecito postularli, per vedere quale campo fenomenico coerente si determina (e qualche campo fenomenico coerente si determina sicuramente da qualsiasi postulato si assuma, anche dal più assurdo). Questa pre-determinazione dei postulati (per la quale alcuni si presentano, altri no, o si presentano solo in un secondo momento) è quella che possiamo chiamare realtà esterna: una necessità che condiziona alla radice e di fatto ogni possibilità di postulazione.
Secondo appunto: "FACCIAMO FINTA CHE" significa sia che stiamo fingendo (ossia che ciò che appare inizialmente in qualche misura mente su ciò che è), sia che in qualche modo sappiamo di fingere, ossia sappiamo che le cose non stanno così come le enunciamo pur non potendo sapere come stanno. In altre parole ci proviamo in attesa di poter verificare se ulteriori rappresentazioni coerenti a quel far finta comprovi le nostre assunzioni. E questa prova la chiamiamo "funzionare della finzione originaria nell'ambito di quella finzione originaria", perché è evidente che non può esservi altro funzionare se non riferito al dominio di quei postulati e non di altri. La prova di funzionamento è quindi solo ed esclusivamente una prova di coerenza del dominio determinato da quei postulati di per sé indiscutibili, come indiscutibile deve essere il loro dominio per intrinseca coerenza. Ma se ogni postulato (che è una finzione indiscutibile) determina un dominio, se ogni dominio determina un funzionamento tutto questo resta comunque una finzione in cui ciò che conta è solo la sua robustissima costituzione interna per la quale verrà escluso tutto ciò che non la supporta, è in altre parole pura messa in atto di una volontà di potenza a sostenere una finzione, ossia a sostenere qualcosa che sappiamo fin dall'inizio che non è vera e che dovrà mostrarsi non vera, ma internamente coerente e pertanto ben robusta e potente.
Questo pone poi il quesito di come ci rapportiamo alle altre finzioni? agli altri
"FACCIAMO FINTA CHE" che lecitamente determinano i loro dominii in linea di principio altrettanto funzionanti e veri che si oppongono al nostro? O assumiamo una posizione completamente indifferente di tipo relativista che isola ogni costruzione nella propria interna coerenza e che però evidentemente non può portare da nessuna parte perché questo isolamento di fatto non sussiste, o assumiamo una posizione di potenza vantando (per convincere) la maggiore coerenza dei nostri postulati in ogni campo contraddicendoci (e questo è proprio quanto propone Gorgia quando afferma che nulla è e si mette a dimostrare l'illogico con pura coerenza logica). Oppure ancora cerchiamo di verificare il funzionamento su altri piani, ad esempio sul piano dell'esperienza, come ha sempre detto di fare una certa scienza per ingenui cercando conferme fenomenologiche al funzionamento delle proprie teorie. Solo che la scienza questa verifica di funzionamento la impone in modo assai meno ingenuo e assai più potente secondo le direttive di un proprio metodo osservativo, la scienza non ha mai guardato al mondo come appare (come mette bene in luce Kant: forse lo fa un'ameba, non uno scienziato) e quel metodo osservativo è ancora un paio di occhiali che lo scienziato si pone davanti agli occhi perché è strumento di estrema coerenza, ossia di estrema ed esclusiva potenza per la scienza stessa, per l'affermazione credibile della finzione imposta dal suo campo di dominio che in tal modo ha l'assoluta pretesa di poter ricondurre a sé ogni altro dominio in modo tale che la pretesa non possa essergli contestata in virtù non della coerenza alla realtà, ma della coerenza alla propria visione determinata dai propri postulati verificati a mezzo del proprio metodo così potentemente coerente, in 3 parole: del proprio autoreferente funzionamento.
Il costruttivismo estremo sorretto dal metodo scientifico risulta alla fine l'apoteosi dei sofisti, raggiunta paradossalmente proprio a mezzo del fallimento metafisico della loro platonica e aristotelica negazione, non è più la realtà che conta, ma ciò che si mostra funzionante alla luce dei propri presupposti, del proprio dominio, della finzione che si è impostata a mezzo di quei presupposti e da cui è negato poterne uscire, perché solo in quell'ambito, primo tra tutti gli ambiti, funziona. E poco importa quali siano i nuovi sofisti, perché sempre sofisti sono per quanto dotati di tecniche di convincimento ben più confacenti ai tempi di quanto non lo sarebbero quelle di Gorgia.
Il funzionare è in origine un termine tecnico, le macchine funzionano e non a caso M. e V. definiscono il vivente macchina autopoietica inserendolo in modo assai potente nell'ambito di un dominio ben specifico che è il dominio tecnico ove conta solo il meccanicistico funzionare, fosse anche il funzionare meccanicisticamente solo per se stessi. Questo poter funzionare apre praterie smisurate, ma non significa nulla se riferito autopoieticamente a se stesso, è solo l'ennesima affermazione di potenza di un dominio su ogni altro contrabbandata per verità emergente dai funzionamenti.
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Vecchio 05-07-2014, 21.09.20   #123
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Il costruttivismo non spiega tutto. La scienza presuppone le certezze del senso comune, che esista una realtà esterna alla mente, che esista anche quando non ci pensiamo, che sia conoscibile. Queste certezze del senso comune possono essere messe in discussione, ma per creare scienza bisogna adottarle.
Le nostre costruzioni sono variazioni sul tema, alla fine il principio di non contraddizione ci impone di pensare in un certo modo. Costruiamo perché ci poniamo domande, ma il nostro costruire è strettamente legato ai vincoli della razionalità. Gli assiomi euclidei non sono costruzioni, sono evidenze, realtà che appaiono evidenti di per sé. C'è differenza io credo. Il teorema di Pitagora (su cui si basano gli assiomi di Euclide) ha fatto la sua in varie civiltà, perché tutte hanno costruito lo stesso teorema?
Studi hanno rilevato che i concetti geometrici sono innati nella natura umana.
Il costruttivismo è relativo a ciò che ci permette di costruire, la filosofia indaga sull'universale, senza cui non è possibile costruzione alcuna.
Il relativismo universale è un aborto
Il costruttivismo risolve alcuni problemi, ma nella molteplicità del reale esistono più cose di quante uno schema ne possa contenere

Non ho mai detto che il costruttivismo "spieghi" tutto. Comunque, vediamo quello che hai scritto:
1) La scienza ASSUME che là fuori ci sia qualcosa che esiste;
2) La scienze ASSUME che quello che sta là fuori sia conoscibile dall'uomo;
3) La scienza deve fare queste ASSUNZIONI (1 e 2);
4) Il principio di non contraddizione, se ASSUNTO, ci impone di ragionare in un certo modo;
Fino a qui, sottoscrivo. Poi però, vuoi che le ASSUNZIONI Euclidee diventino "VERE". Come mai? Perché proprio le ASSUNZIONI Euclidee e non quelle della geometria ellittica o della geometria iperbolica? Hai un motivo particolare per farlo? Pensa che io, un giorno, ho descritto tutta la planimetria di casa mia secondo la geometria iperbolica... e tutto funzionava perfettamente...

La filosofia quale UNIVERSALE indaga? Chi ha stabilito cos'è l'universale?

FMJ
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Vecchio 05-07-2014, 21.21.11   #124
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x fmj

http://it.wikipedia.org/wiki/Costruttivismo_%28psicologia%2 9



la scorsa settimana avevo provato a spiegarti che matematicamente la tua era una tautologia, non dimostrata.

questa settimana leggo finalmente quali sono i tuoi cattivi maestri:
infatti è una teoria completa che si autospiega.

alias è una tautologia, non dimostrata.

tra l'altro aporetica perchè se ognuno ha il suo mondo, allora non esiste mondo.

è tipico delle tautologie, presupporre qualcosa che però è poi negato dalla sua stessa assunzione.

il fatto che si pensino scienza...

l'esautorazione è inoltre meglio spiegata (i professori hanno copiato maluccio direi) dalla filosofia a cavallo tra 800 e 900, persone come scheler, come gehlen con anders, mai si sarebbero sognate di dire che è una teoria che si autofonda (mi sorprende che nessuno lo abbia notato).

In realtà l'esautorazione esiste in nome di un mondo, là fuori che è frutto del procedimento io-totalità, l'io si pone come soggetto, in relazione alle mappe cognitive che in esso realizza, il fine della vita, è un fine di autoconservazione della specie, in questo il soggetto usa la tecnica come procedimento di esautorazione delle mappe, le mappe diventano simbolo.
Il simbolo che è frutto della tecnica come attività esautorante la protezione della specie, è originariamente inteso come relazione io-mondo.
relazione in particolare, e se vi è un particolare vi è una totalità che lo sottende.
quando il simbolo passa dall'essere relazione a soggetto extraumano, siamo in pieno crisi post-moderna.
ecco che allora la protezione della specie, (forza biologica) diventa soggetto.
siamo ad un passo da tutte le forme bio-scientiste del nostro tempo.

il passo finale è quello che esautora completamente il soggetto e rimuove nel limbo l'io.
si tratta a mio parere della confusione fra io e tu, ossia io mi ritengo soggetto in nome di una autorità esautorante, che non è più protezione della specie, ma protezione della sua stessa autorità.

in nome della scienza, e non con i metodi della scienza, queste pseudoscienze si auto-riflettono, e cioè il soggetto esautorato, ossia noi pensiamo di essere quel sistema biologico di cui tutti dicono.


ripeto non vedo cosa c'entri la verità (e infatti gli autori citati si guardano bene dal confrontarvicisi)

rimane che

1) il rapporto con la verità, come dice maral, è sempre un rapporto con la totalità, e la filosofia classica lo sa bene.

2) come può essere verità ciò che si autofonda, non si dimostra, e si suppone che sia?e chiamarsi ancora scienza?

(siamo alle solite: dire che non vi sono verità assolute ma solo relative, è essa stessa (quel tipo di discorso) una verità assoluta).

Ti avevo risposto in maniera educata ma mi pare che i moderatori mi abbiano censurato. Proviamo a cambiare modello:
1) Ci sono dei cattivi maestri che, ovviamente, sono quelli stabiliti da te;
2) Hai DIMOSTRATO che il costruttivismo è una sciocchezza assoluta come le menti più geniali che ci siano al mondo, non avevano capito;
3) Lo hai dimostrato con la matematica mentre Kelly, un matematico e io, laureato con lode e menzione in matematica alla Normale di Pisa, nemmeno ce ne siamo accorti;
4) Com'è noto (a te) nessuno degli autori che ho citato si è mai confrontato con la verità. Evidentemente, nel corso dei miei studi di filosofia, mi hanno raccontato un mare di inesattezze e i libri che ho letto erano tutti falsi; la mia seconda laurea in filosofia, a questo punto, posso ben gettarla nel cestino;
5) Sono tutte pseudo-scienze che si autoriflettono... :-))))

Mi inchino alla tua sapienza e getto via le mie quattro lauree.

A proposito, quando hai tempo, mi potresti indicare una scienza, una religione, una filosofia, che non sia autofondante? Grazie.

FMJ

P.S. mi sono limitato a riassumere le rivelazioni che hai scritto e a farti una domanda, vediamo se mi censurano pure questa.
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Vecchio 05-07-2014, 21.53.29   #125
FMJ
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Originalmente inviato da maral
Ok, partiamo dal "FACCIAMO FINTA CHE" per stabilire dei principi primi in linea di massima del tutto arbitrari che determineranno un certo piano fenomenico entro il quale potremo verificare cosa funziona e cosa no e ciò che funziona lo dichiareremo vero rispetto a quei principi primi e al piano fenomenico che hanno determinato.
Prima obiezione: il "FACCIAMO FINTA CHE" non appare né casuale né arbitrario. Non è che Euclide abbia estratto a caso da una serie illimitata di "FACCIAMO FINTA CHE". I presupposti postulati non sono mai qualsiasi cosa ci venga in mente, ma godono di pregressa assoluta credibilità. Non è ad esempio un "facciamo finta che gli asini volino e che esistano cerchi quadrati" anche se sarebbe del tutto lecito postularli, per vedere quale campo fenomenico coerente si determina (e qualche campo fenomenico coerente si determina sicuramente da qualsiasi postulato si assuma, anche dal più assurdo). Questa pre-determinazione dei postulati (per la quale alcuni si presentano, altri no, o si presentano solo in un secondo momento) è quella che possiamo chiamare realtà esterna: una necessità che condiziona alla radice e di fatto ogni possibilità di postulazione.
Secondo appunto: "FACCIAMO FINTA CHE" significa sia che stiamo fingendo (ossia che ciò che appare inizialmente in qualche misura mente su ciò che è), sia che in qualche modo sappiamo di fingere, ossia sappiamo che le cose non stanno così come le enunciamo pur non potendo sapere come stanno. In altre parole ci proviamo in attesa di poter verificare se ulteriori rappresentazioni coerenti a quel far finta comprovi le nostre assunzioni. E questa prova la chiamiamo "funzionare della finzione originaria nell'ambito di quella finzione originaria", perché è evidente che non può esservi altro funzionare se non riferito al dominio di quei postulati e non di altri. La prova di funzionamento è quindi solo ed esclusivamente una prova di coerenza del dominio determinato da quei postulati di per sé indiscutibili, come indiscutibile deve essere il loro dominio per intrinseca coerenza. Ma se ogni postulato (che è una finzione indiscutibile) determina un dominio, se ogni dominio determina un funzionamento tutto questo resta comunque una finzione in cui ciò che conta è solo la sua robustissima costituzione interna per la quale verrà escluso tutto ciò che non la supporta, è in altre parole pura messa in atto di una volontà di potenza a sostenere una finzione, ossia a sostenere qualcosa che sappiamo fin dall'inizio che non è vera e che dovrà mostrarsi non vera, ma internamente coerente e pertanto ben robusta e potente.
Questo pone poi il quesito di come ci rapportiamo alle altre finzioni? agli altri
"FACCIAMO FINTA CHE" che lecitamente determinano i loro dominii in linea di principio altrettanto funzionanti e veri che si oppongono al nostro? O assumiamo una posizione completamente indifferente di tipo relativista che isola ogni costruzione nella propria interna coerenza e che però evidentemente non può portare da nessuna parte perché questo isolamento di fatto non sussiste, o assumiamo una posizione di potenza vantando (per convincere) la maggiore coerenza dei nostri postulati in ogni campo contraddicendoci (e questo è proprio quanto propone Gorgia quando afferma che nulla è e si mette a dimostrare l'illogico con pura coerenza logica). Oppure ancora cerchiamo di verificare il funzionamento su altri piani, ad esempio sul piano dell'esperienza, come ha sempre detto di fare una certa scienza per ingenui cercando conferme fenomenologiche al funzionamento delle proprie teorie. Solo che la scienza questa verifica di funzionamento la impone in modo assai meno ingenuo e assai più potente secondo le direttive di un proprio metodo osservativo, la scienza non ha mai guardato al mondo come appare (come mette bene in luce Kant: forse lo fa un'ameba, non uno scienziato) e quel metodo osservativo è ancora un paio di occhiali che lo scienziato si pone davanti agli occhi perché è strumento di estrema coerenza, ossia di estrema ed esclusiva potenza per la scienza stessa, per l'affermazione credibile della finzione imposta dal suo campo di dominio che in tal modo ha l'assoluta pretesa di poter ricondurre a sé ogni altro dominio in modo tale che la pretesa non possa essergli contestata in virtù non della coerenza alla realtà, ma della coerenza alla propria visione determinata dai propri postulati verificati a mezzo del proprio metodo così potentemente coerente, in 3 parole: del proprio autoreferente funzionamento.
Il costruttivismo estremo sorretto dal metodo scientifico risulta alla fine l'apoteosi dei sofisti, raggiunta paradossalmente proprio a mezzo del fallimento metafisico della loro platonica e aristotelica negazione, non è più la realtà che conta, ma ciò che si mostra funzionante alla luce dei propri presupposti, del proprio dominio, della finzione che si è impostata a mezzo di quei presupposti e da cui è negato poterne uscire, perché solo in quell'ambito, primo tra tutti gli ambiti, funziona. E poco importa quali siano i nuovi sofisti, perché sempre sofisti sono per quanto dotati di tecniche di convincimento ben più confacenti ai tempi di quanto non lo sarebbero quelle di Gorgia.
Il funzionare è in origine un termine tecnico, le macchine funzionano e non a caso M. e V. definiscono il vivente macchina autopoietica inserendolo in modo assai potente nell'ambito di un dominio ben specifico che è il dominio tecnico ove conta solo il meccanicistico funzionare, fosse anche il funzionare meccanicisticamente solo per se stessi. Questo poter funzionare apre praterie smisurate, ma non significa nulla se riferito autopoieticamente a se stesso, è solo l'ennesima affermazione di potenza di un dominio su ogni altro contrabbandata per verità emergente dai funzionamenti.

1) Certo che Euclide non ha estratto a caso i suoi "facciamo finta che". Lo ha fatto in modo che potessero avere il massimo di potere anticipatorio sugli "eventi" che la sua stessa costruzione ha reso "reali". Per esempio, ASSUNTA la geometria euclidea, in tutto il suo dominio, la somma degli angoli interni di un triangolo da' 180°. Questo "evento" è reso "REALE" dalle ASSUNZIONI che stanno alla base della geometria euclidea. Se cambio le ASSUNZIONI, e uso, per esempio, quelle della geometria ellittica, questa previsione viene "INVALIDATA". EPPURE, con la geometria euclidea ci lavorano geometri e ingegneri e FUNZIONA "REALMENTE", tanto che ci posso costruire ponti e case. MA ANCHE le geometrie non euclidee possono essere usate per costruire ponti e case. Ma allora, la PRESUNTA "VERITA'" dove sta?

2) Io stesso ti ho detto che NON TUTTE LE COSTRUZIONI sono equivalenti. Ti ho scritto che non si passa da un muro. Ricordi? Ma ci sono MOLTE COSTRUZIONI che funzionano e quindi, esattamente come esistono molte geometrie che funzionano. Quando una costruzione non funziona, si dice che è stata INVALIDATA in quel DOMINIO specifico sul quale è stata generata o applicata.
Tu vuoi chiamare l'invalidazione, REALTA' ESTERNA. Guarda che lo puoi fare. Alcuni lo fanno. Ma quando l'hai fatto, che hai risolto? Nulla. Come dire: "Io chiamo realtà esterna ciò che invalida le mie costruzioni". Un'ASSUNZIONE per un nuovo dominio di fenomeni che tu decidi di chiamare "realtà esterna". Un nuovo POSTULATO. Se FUNZIONA e finché funziona, puoi farlo. Ripeto: molti lo fanno. Altri no. L'importante è SAPERE che anche questo non è nient'altro che un'ASSUNZIONE, un POSTULATO. E nulla più. Altrimenti, ti sfido a dimostrarmi il contrario.

3) Come rapportarsi con le altre costruzioni? In genere, dalle loro conseguenze. Guardando alle conseguenze che una certa costruzione genera anche in piani fenomenici diversi: etico, morale, biosistemico, ecologico, politico... ecc.

4) La scienza, per me, non è altro che una costruzione in un certo dominio. Nel suo dominio FUNZIONA molto bene e proprio per questo, le menti ingenue, arrivano a chiedere la prova dell'esistenza di DIO, intesa come prova scientifica. Cercano di far sconfinare la costruzione scientifica in piani fenomenici sui quali la scienza non può anticipare proprio nulla. Per la scienza, valutiamone le conseguenze nel suo dominio e negli effetti che la generazione dei suoi "eventi", genera in domini diversi... se ne potrebbe parlare per anni...
Non ho alcuna simpatia per chi riduce le proprie costruzioni ai soli presupposti scientifici, ai soli postulati scientifici.

5) Funzionare, per me, è capacità di ANTICIPAZIONE. La scienza, nel suo dominio ha una grande capacità di anticipazione degli eventi. Questo non significa che sia "VERA", significa che FUNZIONA. Esistono mille teorie scientifiche e coerenti su ogni cosa, ognuna con una maggiore o minore capacità di anticipazione. Tante, FUNZIONANO. Alcune no perché vengono invalidate. Tu vuoi ASSUMERE che l'invalidazione sia la REALTA' che parla. Ma quanto tante funzionano, qual è la REALTA' che parta? Quando funziona euclide, l'ellittica, l'iperbolica e tante altre, qul è quella "VERA" più "VERA delle altre"? Allora, anche chiamando "REALTA'" quella cosa che invalida le tue costruzioni (e quindi IN NEGATIVO) quale chiami "REALTA'" tra le migliaia che FUNZIONANO?

FMJ
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Vecchio 05-07-2014, 23.25.45   #126
maral
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...
d'altronde l'apparire stesso della aporia, anche tu, la pensi, come traccia di qualcosa di originario, di autentico, anche se follemente autentico (immagino).

non so questo lato del professore, se lo citi, esisterà, in cosa consiste?

sono l'ultimo dei metafisici, perchè ne conservo ancora l'emozione.

ci hai visto giusto. complimenti, dal cartaceo è difficile capirlo.






spero non sia un problema per ulteriori confronti.

e spero si capisca, ho veramente cercato di stringere il più possibile.
Un problema? E perché mai dovrebbe esserlo? Se l'ho capito è perché ritrovo delle risonanze che di sicuro mi appartengono, poiché il nucleo di questo discorso è la volontà di potenza dell'io la cui fenomenologia comprendente le sue emozioni più profonde non vuole cedere il passo a nessuna necessità originaria e perpetua, vuole volere in eterno e con esso tutta l'angoscia, la paura e il dolore che ne scaturisce che, per quanto possa affliggere è pur sempre infinitamente meglio di qualsiasi principio logico. L'inferno voluto dopotutto è sempre meglio di qualsiasi paradiso non voluto, ma inevitabile.

Non tutto mi è chiaro in questo tuo intervento, ma tento di individuarne il senso.
La morte, tu dici, è il pensiero della paura che a mio avviso resta angoscia di fronte a una evidente contraddizione, poiché il morire indica in tutta evidenza all'ente l'incontrovertibilità paradossale del suo essere niente proprio in quanto esistente. C'è un eterno niente che appartiene all'essente, nei termini del divenire lo precede e lo segue, ma è quello che lo segue il solo che lo angoscia. poiché solo l'esser stato chiude per sempre ogni discorso e lo chiude in modo radicale, definitivo, compiuto e inalterabile. Se il nascere è il sorgere di una potenza, il morire è il suo concludersi, il suo vanificarsi, la più radicale sconfitta di ogni volontà di potenza. Il mondo che appare a McBeth come una favola scritta da un idiota non può che apparirgli così solo alla fine dell'ultimo atto e non certo al primo, al primo lui credeva in quella favola, pragmaticamente ci credeva, soppesando quello che funziona e quello che non funziona e illudendosi sempre di quanto funzionava al punto di farlo diventare re di Scozia. Illusioni perché tutti i funzionamenti sono profondamente ambigui, pieni di doppi sensi in cui è impossibile districarsi e in cui ogni conferma alla volontà che si traduce in aspettativa (la migliore o peggiore volontà che sia non ha importanza) è sempre in qualche misura inganno, trucco, finzione.
Ma resta il fatto che al gioco di questa favola che è un gioco di simboli che continuamente cambiano significato per quanto si cerchi di darne definizione precisa, non ci si può sottrarre. Severino dice che questo è il necessario manifestarsi della piena identità logica di ogni cosa a se stessa e che vista in questo senso la storia che ci narra non è più una favola scritta da un idiota (fosse pure un Dio di sconfinata volontà di potenza), ma è gioia nel senso più profondo, ontologico del termine. Sì, l'aporia è subito presente, è l'altra faccia del principio di identità, la faccia manifesta.
Certamente anche il discorso di Severino non è scevro dal sospetto di ambiguità, il principio di non contraddizione potrebbe essere solo l'ennesimo inganno degli stregoni imbroglioni e fallaci, mica lo vediamo, mica lo tocchiamo, perché noi viviamo e vediamo solo le innumerevoli contraddizioni, noi viviamo le nostre sensazioni, le nostre emozioni, noi viviamo la nostra volontà di potenza, il nostro io per una necessità che vorremmo paradossalmente non fosse necessità, ma volontà. Anzi è proprio solo questa esigenza che viviamo e vogliamo, non un principio logico che pragmaticamente lascia il tempo che trova. Ma è possibile mettere in dubbio il principio di identità? Davvero il mondo fenomenico lo mette in dubbio o siamo noi a volerlo perdendoci continuamente nei suoi giochi e nelle sue folli simbologie di potenza che giustamente, come dici, pur tuttavia dobbiamo vivere, dobbiamo attraversare in quanto viviamo?
Non so, se c'è una cosa che rimprovero a Severino è il suo auto proclamato isolamento (che non è un lamento, anzi una forte rivendicazione) che per certi versi è pure certamente vero in quanto nessuno in Occidente ha mai trattato il divenire come la più profonda delle follie (tranne Parmenide ovviamente, che però per Severino è proprio colui che paradossalmente dà inizio a questa follia con la finzione di un puro Essere astratto che è in effetti niente nella sua sublimata astrazione): io credo invece che come tutta la storia filosofica dell'Occidente è attraversata da questa follia, sotto di essa vi è pure da sempre la verità del destino di ogni essente, la verità di una Gioia ontologica le cui tracce possono essere riconosciute sotto la follia, e forse la si può mettere in luce (magari un secondo Severino può farlo appropriatamente, sempre che accetti di pagarne il prezzo vivendo, ossia partecipando al dolore della meravigliosa e angosciante follia della trama).
L'idiota che scrive la favola che viviamo è paradossalmente proprio quel principio di identità che la favola vuole mostrare a mezzo del suo continuo contraddirsi, delle continue aporie che rappresentano da sempre ogni essente con tutte le loro angoscianti ambiguità. E' questa un'altra favola che illude di gioia? Può essere, ma se lo è McBeth ha ragione e ogni nostro parlare è pura demenzialità insensata, conta solo il saper fingere a se stessi e agli altri che non lo sia, che il trucco c'è ma non si vede e proprio per questo funziona.
Non so se in qualche modo sono stato coerente con la tua risposta, lo spero.
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Vecchio 06-07-2014, 00.57.51   #127
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Originalmente inviato da FMJ
1) Certo che Euclide non ha estratto a caso i suoi "facciamo finta che". Lo ha fatto in modo che potessero avere il massimo di potere anticipatorio sugli "eventi" che la sua stessa costruzione ha reso "reali".
Ma ti accorgi questa teoria del funzionamento è tutta un'assunzione dettata solo da una sconfinata volontà di potenza? E di fatti parli di potere anticipatorio sugli eventi, di costruzioni che rendono reali. Ma se le costruzioni sono finzioni, se il loro funzionamento è fissato nel dominio di quelle funzioni come possono rendere reale alcunché? Lo postuliamo? Facciamo finta che? Come fa la realtà a venire determinata da delle costruzioni che dipendono da finzioni? Anzi proprio come può la realtà essere costruita? se è costruita non è realtà, finzione era e finzione rimane. Tanto vale dire che l'unica realtà è solo volontà di potenza, almeno Nietzsche ha avuto il coraggio di dirlo fino in fondo accettando di pagarne tutto il prezzo.
Citazione:
Per esempio, ASSUNTA la geometria euclidea, in tutto il suo dominio, la somma degli angoli interni di un triangolo da' 180°. Questo "evento" è reso "REALE" dalle ASSUNZIONI che stanno alla base della geometria euclidea. Se cambio le ASSUNZIONI, e uso, per esempio, quelle della geometria ellittica, questa previsione viene "INVALIDATA". EPPURE, con la geometria euclidea ci lavorano geometri e ingegneri e FUNZIONA "REALMENTE", tanto che ci posso costruire ponti e case. MA ANCHE le geometrie non euclidee possono essere usate per costruire ponti e case. Ma allora, la PRESUNTA "VERITA'" dove sta?
Ribadisco il concetto, non può esserci nessuna assunzione che rende qualcosa reale, la realtà non la si costruisce né la si crea, ma c'è, qualsiasi cosa essa sia e la verità sta solo nel mostrarla dicendola per quale essa è. Il punto è che ogni verità che si dice mostra solo inevitabilmente un aspetto del reale e quindi non può apparire alcuna verità totalmente vera e totalmente funzionante a meno di non costruirne un campo ad hoc a posteriori, per questo ogni verità resta aperta alla contraddizione esattamente come ogni dominio e ogni funzionamento a cui quella verità dà luogo. Ogni dire la verità e ogni funzionare è un'apertura a un altro dire e a un altro funzionare che la contraddirà inevitabilmente. I domini non sono chiusi e isolati nella propria verità che asserragliata lì dentro si fa forte della propria assoluta coerenza funzionante per imporsi in nome di essa. Verità è questione semantica e non sintattica.

Citazione:
2) Io stesso ti ho detto che NON TUTTE LE COSTRUZIONI sono equivalenti. Ti ho scritto che non si passa da un muro. Ricordi?

Esattamente e io ti ho risposto che possiamo invece benissimo assumere che il "si passa da un muro" sia lecitamente postulabile. Non lo è nel tuo campo definitorio dove identifichi totalmente l'ente che passa attraverso il muro come una cosa fatta di materia solida, lo è invece se lo rappresenti in termini diversi, ad esempio come informazione. L'informazione che mi esprime e che mi identifica può passare attraverso i muri una volta che sia stata completamente definita?
Citazione:
Ma ci sono MOLTE COSTRUZIONI che funzionano e quindi, esattamente come esistono molte geometrie che funzionano. Quando una costruzione non funziona, si dice che è stata INVALIDATA in quel DOMINIO specifico sul quale è stata generata o applicata.
Tu vuoi chiamare l'invalidazione, REALTA' ESTERNA. Guarda che lo puoi fare. Alcuni lo fanno. Ma quando l'hai fatto, che hai risolto? Nulla. Come dire: "Io chiamo realtà esterna ciò che invalida le mie costruzioni". Un'ASSUNZIONE per un nuovo dominio di fenomeni che tu decidi di chiamare "realtà esterna". Un nuovo POSTULATO. Se FUNZIONA e finché funziona, puoi farlo. Ripeto: molti lo fanno. Altri no. L'importante è SAPERE che anche questo non è nient'altro che un'ASSUNZIONE, un POSTULATO. E nulla più. Altrimenti, ti sfido a dimostrarmi il contrario.
Io la chiamo semplicemente realtà, che di per sé non è né esterna né interna, ma entrambe le cose insieme. In quanto mi si oppone posso rappresentarmela come esterna, esterna alla mia volontà o come tu dici alle mie aspettative e ai miei modi di valutarne i funzionamenti e questo è fondamentale per demolire ogni pretesa di onnipotenza. C'è un limite che nemmeno il funzionare o no definisce, perché ogni funzionamento, ogni mappa tracciata da qualsiasi funzionamento sarà sempre e comunque limitata, dunque errata pure nel suo stesso dominio (in quello che si costruisce e quindi si finge essere il suo dominio).

Citazione:
3) Come rapportarsi con le altre costruzioni? In genere, dalle loro conseguenze. Guardando alle conseguenze che una certa costruzione genera anche in piani fenomenici diversi: etico, morale, biosistemico, ecologico, politico... ecc.
D'accordo, ma queste costruzioni non sono enti in sé isolate, si originano le une dalle altre, si contraddicono le une con le altre e danno significati le une alle altre continuamente e che lo si voglia o no. I postulati di Euclide non nascono da una pura evidenza matematica, ma dalla testa di Euclide, dalla biologia e dalla psicologia di Euclide, dalla società in cui Euclide viveva, pure dall'etica di Euclide, ossia dalla realtà di Euclide, esattamente come quanto io ora dico e tu ora dici. Affermare che determinano un campo ove funzionano comunque in sé isolabile è finzione (un fare finta che) esattamente come quei postulati, tant'è che possono venire contraddetti dalla realtà delle cose e da altri postulati in quel medesimo campo a dispetto di ogni loro esaustività. E' tutto un gioco di finzioni ove i funzionamenti a ben vedere sono anch'essi finzioni, ma con enormi pretese.

Citazione:
4) La scienza, per me, non è altro che una costruzione in un certo dominio. Nel suo dominio FUNZIONA molto bene e proprio per questo, le menti ingenue, arrivano a chiedere la prova dell'esistenza di DIO, intesa come prova scientifica. Cercano di far sconfinare la costruzione scientifica in piani fenomenici sui quali la scienza non può anticipare proprio nulla. Per la scienza, valutiamone le conseguenze nel suo dominio e negli effetti che la generazione dei suoi "eventi", genera in domini diversi... se ne potrebbe parlare per anni...
Non ho alcuna simpatia per chi riduce le proprie costruzioni ai soli presupposti scientifici, ai soli postulati scientifici.
Ma è ovvio che oggi si chieda prova dell'esistenza di Dio alla scienza, è la finzione dominante e non perché funziona, ma perché il suo funzionare è di gran lunga diventato il più convincente, ossia quello che consente la maggiore potenza possibile. In ogni caso è una posizione del tutto temporanea, la pura tecnica la sta già da tempo sopravanzando: la tecnica può creartelo il tuo Dio multiuso che funziona, la scienza no, può al massimo esserne il prologo o il mezzo.

Citazione:
5) Funzionare, per me, è capacità di ANTICIPAZIONE. La scienza, nel suo dominio ha una grande capacità di anticipazione degli eventi. Questo non significa che sia "VERA", significa che FUNZIONA. Esistono mille teorie scientifiche e coerenti su ogni cosa, ognuna con una maggiore o minore capacità di anticipazione. Tante, FUNZIONANO. Alcune no perché vengono invalidate. Tu vuoi ASSUMERE che l'invalidazione sia la REALTA' che parla. Ma quanto tante funzionano, qual è la REALTA' che parta? Quando funziona euclide, l'ellittica, l'iperbolica e tante altre, qul è quella "VERA" più "VERA delle altre"? Allora, anche chiamando "REALTA'" quella cosa che invalida le tue costruzioni (e quindi IN NEGATIVO) quale chiami "REALTA'" tra le migliaia che FUNZIONANO?
Bella domanda: qual è la realtà? E' la domanda metafisica per eccellenza a cui sono state date infinite risposte, la realtà descritta dalle mie aspettative che funzionano è solo l'ultima finzione metafisica per potersi illudere come sempre di aver trovato una risposta definitiva, ma così non è, perché nemmeno questo funzionamento veramente funziona, proprio perché costruito (è un fare finta che) e credimi, dopotutto è una fortuna che sia così.
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Vecchio 06-07-2014, 02.24.49   #128
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fmj
1) Ci sono dei cattivi maestri che, ovviamente, sono quelli stabiliti da te;


sono scelti da me, non stabiliti: e il criterio è il tema dell'esautorazione.

2) Hai DIMOSTRATO che il costruttivismo è una sciocchezza assoluta come le menti più geniali che ci siano al mondo, non avevano capito;

ho detto solo che il costruttivismo è autofondante, nei nomi del prof. kelly e company.
e l'ho dimostrato, mi pare, sia matematicamente che discorsivamente.

(il post che mi è stato pubblicato, in effetti era un pò troppo polemico, sono stato redarguito e non avrei obiettato al suo cestinamento.
voglio dire: possiamo restare semplicemente sui temi di cui stiamo argomentando. senza trascendere.)

3) Lo hai dimostrato con la matematica mentre Kelly, un matematico e io, laureato con lode e menzione in matematica alla Normale di Pisa, nemmeno ce ne siamo accorti;

Certo che ve ne siete accorti, ma continuate a usarli lo stesso, senza problematizzare quella fondazione.(per me non ha senso, vedila come una mia problematica, non so che dirti, è inutile polemizzare su questo credo.
non mi scandalizza la cosa, per inciso.)


4) Com'è noto (a te) nessuno degli autori che ho citato si è mai confrontato con la verità. Evidentemente, nel corso dei miei studi di filosofia, mi hanno raccontato un mare di inesattezze e i libri che ho letto erano tutti falsi; la mia seconda laurea in filosofia, a questo punto, posso ben gettarla nel cestino;

Non posso sapere cosa ti hanno raccontato o cosa hai letto.
Qua si è sempre disponibili (salvo qualche cestinamento qua e là legittimo )

a meno che ho perso il momento in cui hai definito il concetto di verità.
in quel caso potresti riscrivermelo?

5)
A proposito, quando hai tempo, mi potresti indicare una scienza, una religione, una filosofia, che non sia autofondante? Grazie.


la scienza galileliana si basa, mi sembra, sulla descrizione, per poi ipotizzare una legge di ordine generale, osservatore-oggetto, l'autofondazione non sta nei postulati, ma nel metodo adottato, che infatti è notoriamente progredibile sia in riferimento all'osservatore sia all'oggetto, ma sempre di relazioni si parla, di leggi universali sì, ma rispetto a quella descrizione storica di quella relazione.
inoltre la guerra dei protocolli sta proprio a testimoniare, che vi è anche una forza poltica non trascurabile nelle scelte, di volta in volta.(nei miei interventi in sintesi, cercavo di ricordarlo)

la religione non si autofonda per imposizione, ma nasce da una millenaria sapienza, che unisce problemi e emozioni, comuni evidentemente a genti, popoli, razze.(non è un costruttivismo gratuito, ma un sincretismo secolare al massimo e comunque saggio) (problemi politici esclusi ovvio)

la filosofia fondamentale è infine quella che tramite il logos, scoperto per abduzione di cose che avvengono, e non sono fantasia, stabilisce quelle regole di relazione, uomo-dio-natura, sullo sfondo dei concetti particolare-totalità. (sia chiaro: quello che dici ha un senso, se diversamente descritto)
(visto che sei laureato, mi pare addirittura ridicolo dovertelo ricordare, insomma a questo punto sorgono curiosità, tutte mie, su come consideri platone aristotele tommaso spinoza hegel severino....)

questo per dire che c'è autofondazione e autofondazione, quelle che ho elencato mi piacciono, perchè hanno una loro logica forte.
(da matematico credo tu possa capire cosa intendo fino in fondo)


in estrema sintesi quello che non capisco è la tua ossesione contraria verso il concetto di totalità.
puoi insomma fare funzionare benissimo la tua filosofia della buona funzionalità, senza dover per questo mettere in discussione l'intera storia della filosofia.

insomma non deve essere polemica a tutti i costi, in quel caso possiamo finirla anche qui.
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Vecchio 06-07-2014, 02.43.11   #129
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Originalmente inviato da paul11
La cultura di un tempo condiziona il modo di rappresentare il mondo, ed è talmente pregnante da esserne propedeutica delle scienze e delle varie discipline umanistiche, così come convenzione.Il termine condiziona non deve essere interpretato come concetto dispotico o di giudizio aprioristico, molto più semplicemente sono culture di epoche ad esempio come l’illuminismo, il romanticismo, il decadentismo, sono epoche in cui l’umanità si sente partecipe nel seguire un determinato indirizzo culturale.
Questo è quello che intendo per cultura, se si entra in filosofia politica allora la dialettica è fra cultura del potere e cultura libera.
Fino a quelle culture che ho indicato, nell’Occidente, la filosofia ne era alla guida, semmai era in conflitto oppure subalterna fino all’umanesimo con le teologie ecclesiastiche.
Questa premessa la ritengo importante per capire il seguito.

Green, il problema è se si accetta ancora oggi un ruolo e un compito alla metafisica della tradizione,nonostante Nietzsche l’abbia fortemente estromessa da un ruolo culturale.
Se possiamo ancora credere che sia possibile costruire una metafisica nella postmodernità dopo tutte le invenzioni e scoperte scientifiche dell’ultimo secolo e oltre,che hanno mutato i modelli rappresentativi ed entrate nella quotidianità della vita, mutando gli scenari tecnologici e umani, insomma, impattando sul nostro modo di vivere e di vedere la vita.
La metafisica ha dato delle risposte negli ultimi centocinquanta anni alle problematiche poste dai tempi degli antichi greci ad oggi?
Se la filosofia della tradizione ha esaurito il suo percorso e il suo tempo, e non ho ancora capito se non si riesce ancora a farsene una ragione nel forum, era del tutto ragionevole visto il ruolo delle scienze naturali e fisiche ,che ribadisco sono figlie dello stesso pensiero tradizionale filosofico, prendere il sopravvento. L’idealismo(ma qui la filosofia ha l’ultimo grande respiro), la fenomenologia, l’esistenzialismo, l’ermeneutica e la filosofia post moderna che ruolo hanno avuto nel concetto di cultura che sopra ho esposto:di preminenza o di sottomissione sempre negli ultimi centocinquanta anni?
La lettura che personalmente dò alle pragmatiche intesa come storia umana della cultura ed essendo stata ormai influenzata dalle scienze la stessa cultura, è la necessità di scientificizzare la filosofia, metaforiacamente la scienza sale di un livello culturale e la filosofia ne discende di altrettanto.
Se veramente la filosofia avesse ancora avuto un ruolo di guida culturale di un tempo ,questo forse non sarebbe accaduto.
Le pragmatiche hanno domini segmentati e troppo spesso vengono sistematizzate come ambienti chiusi per meglio quantificarne le variabili. Queste discipline non hanno una cultura e non producono quella cultura che permeava il tempo, al massimo si spostano da un dominio all’altro in modo interdisciplinare quelle leggi che appartengono a quel particolare dominio che appunto perché non sono universalistiche sono relativistiche, perché appartengono alle specificità.
D’altra parte è altrettanto vero che le pragmatiche (continuo a chiamare così tutte le discipline e correnti cultuali dell’ultimo secolo) hanno avuto grande impatto sui modelli teorici, pratici e applicativi delle tecniche e tecnologie.
L’economia e i modelli di produzione, lo scambio economico, sono sempre rimasti fuori dalle filosofie soprattutto antiche.Rientrano in gioco nel momento in cui si definisce la filoafia del diritto e della politica,fino a diventare coscienza di classe ne l socialismo e comunismo.
La tecnica ha asservito l’economia da sempre, prima ancora delle filosofie greche, fin dal tempo dell’invenzione della ruota, fin dal tempo delle società patriarcali o matriarcali, fin da tempo delle società raccoglitrici o cacciatrici., perché crea surplus nella ricchezza dei raccolto e della caccia e crea divisione del lavoro e quindi segmenta le specializzazioni dei ruoli sociali così ormai evidente in quanto esaltata ed esasperata dalla catena di montaggio della precedente fase di rivoluzione industriale.

Perché gli intellettuali attuali non hanno ruolo? Per quieto vivere, chi glielo fa fare di prendere posizione rischiando il proprio posto i lavoro, fu così anche nelle dittature dello scorso secolo.
Ci vuole coraggio a prender posizioni, sostenerle argomentandole .E questa è una società anche peggiore, per certi versi essendo ambigua, di quella dittatoriale, essendo amorfa e “plastica”.

Ho fatto un veloce e piccolo riassunto(non può essere esaustivo) sul ruolo e compito della filosofia,che pongo alla tua riflessione e a tutti i forumisti.

L’atteggiamento della filosofia :
che accetta la scienza come una conoscenza vera e riduce la filosofia a riflessione sulla scienza;
che accetta la scienza come conoscenza vera, ma la ritiene subordinata alla vita e all’azione (è il pragmatismo “vero”);
affida alla filosofia il compito di analizzare il modo d’essere che è il fondamento delle manifestazioni e atteggiamenti umani,riconoscendo la scienza e altri aspetti della vita spirituale e pratica;
riconosce alla scienza il valore descrittivo ,ma non sufficiente a cogliere gli spetti nascosti del fenomeno specialmente quelli della vita che presuppongono ragioni che sfuggono alla riducibilità matematica e alla predittività;
nega alla scienza la conoscenza autentica , essendo i fatti naturali pura apparenza, una realtà assoluta del tutto spirituale testimoniata dalla coscienza o raggiunta con un processo razionale e dialettico che risolva la stessa coscienza umana come infinita;

La critica della scienza come convenzionalità delle costruzioni scientifiche che si presenta come analisi logico linguistica della scienza, riducendo la filosofia a questa analisi;
la riflessione sul sapere scientifico che non accresce la conoscenza, ma le condizioni della validità che sono date da categorie intese come determinazioni universali ed originarie della ragione umana, la cui estensione va dalle scienze naturali a quelle dello spirito, alla storia umana e ai valori;
il pragmatismo(Dewey,James) che intende la filosofia come puro atto orientativo dell’azione e in generale della vita che quindi non costruisce conoscenza superiore a quella schiettamente scientifica;
la fenomenologia come analisi degli atteggiamenti fondamentali da cui si origina tutta la conoscenza del mondo e della vita umana;
l’esistenzialismo come modo di essere dell’uomo come ente finito in rapporto con l’essere e il mondo e il passaggio all’ermeneutica che considera questo rapporto come continua interpretazione;
lo spiritualismo come ripiegamento interiore, il rapporto dell’uomo con se stesso che è la coscienza, da cui le esigenze morali,estetiche diventano la guida del filosofare;
l’idealismo come atto del filosofare in cui lo spirito infinito si riconosce nelle manifestazioni finite.

1) Non credo di aver capito dove sta il fulcro del tuo pensiero, per ora vedo solo che ti rammarichi di un assente. Di una assenza.
ma il significato, per ora non ha nominazione, non mi dici cosa tu vorresti.


2) Non credo che dire ad un metafisico (quale io sono) che la metafisica sia finita è un buon punto di partenza.
se vuoi si fa partire un altro 3d, ma non mi sembra che risolverebbe quel cruccio.

3) quello che dici, mi torna ovviamente. in termini psicanalitici si è pure analizzato come l'"impasse del posto".
per guarire realmente è necessario criticare il potere: nessuno lo fa.
e quando lo si fa per davvero, si finisce male, come il caso verdiglione sta a testimoniare. (e gli esempi antichi non mancano).

non riesci a essere più stringato ai fini dell'individuazione del problema?

non lo vedo ancora

scusa!
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Vecchio 06-07-2014, 03.02.03   #130
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Originalmente inviato da maral
Un problema? E perché mai dovrebbe esserlo? Se l'ho capito è perché ritrovo delle risonanze che di sicuro mi appartengono, poiché il nucleo di questo discorso è la volontà di potenza dell'io la cui fenomenologia comprendente le sue emozioni più profonde non vuole cedere il passo a nessuna necessità originaria e perpetua, vuole volere in eterno e con esso tutta l'angoscia, la paura e il dolore che ne scaturisce che, per quanto possa affliggere è pur sempre infinitamente meglio di qualsiasi principio logico.
....
Non so se in qualche modo sono stato coerente con la tua risposta, lo spero.

severino si lamenta eccome, finora ho capito che si lamenta che non lo seguono sulla logica ma forse anche a quale tipo di eternità il punto c alluda, per abduzione aporetica se mi si consente.

il fatto è che se uno si racconta la favola che è quella favola di chi racconta favole, si fa fatica a smascherare cosa non sia favola.

io penso che l'emozione aiuti quando si proceda all'indietro, nel riconoscere le catene dei fabulanti.
ma so benissimo che quella emozione può essere favola essa stessa.
(per questo di fronte all'aporia medito assai profondamente)
mac beth...non solo è quello, ma è una molteplicità di affabulazioni, dietro la tragedia della morte.

rimane il punto di vista, rispetto alla totalità, certo, severino ha ragione che non ci riflettiamo abbastanza.

d'altronde se lo fa lui e una manciata di logici matematici, ci sarà un perchè.

ps
non è importante la coerenza, sicuramente ogni tuo intervento, che non sia il polemos con altri utenti , mi da ispirazione.

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