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Filosofia - Forum filosofico sulla ricerca del senso dell’essere.
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Vecchio 19-05-2008, 09.20.21   #21
Noor
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Riferimento: Siamo solo un ammasso di cellule?

Citazione:
Originalmente inviato da Il_Dubbio
Nessuna di quelle trovate è compatibile, quindi o esistono altre leggi che legittimano il libero arbitrio oppure semplicemente non esiste.
Perfetto...si torna al punto di partenza..al grande Mistero..
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Vecchio 19-05-2008, 09.26.45   #22
nexus6
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Riferimento: W gli "ismi" (!?)

Citazione:
Originalmente inviato da Noor
E tu di chi sei sogno ,Antonio?
...già..ho imparato qui che devo sempre scegliere...ad esempio:o sono un teista o un ateista..
Non ho ancora deciso ,ma devo uscire al più presto,da questo dilemma
Ciao
Gigi
Perbacco mi sembra chiaro di chi sono sogno: di me!

Devi scegliere Gigi, devi scegliere! Io ti dirò che tu sei un panteista, con sprazzi di solipsismo ed animismo, conditi da un nichilismo positivo alla maniera del Nagarjuna.

Eppoi dimmi che non ti ho aiutato ad uscire dal dilemma! Ho aiutato due miei sogni ad uscire dal dilemma... manco fossi madre teresa...

... e come si fa senza sogni... mah! Dovrò star più attento...



Occhio alla penna... ehm allo ismo...

Antonio
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Vecchio 19-05-2008, 15.18.21   #23
Dayasagaran
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Riferimento: Siamo solo un ammasso di cellule?

Oh Nexus6, sfottitore d' ogni branca della filosofia
Non chiudermi tutte le infinite strade... sono ancora giovane
Fammi divertire almeno un altro poco in questo enorme ambiente astratto
Comunque, ho seguito il tuo consiglio (quello dello specchio) . Poi sono tornato al pc ed ho letto i nuovi messaggi del forum, e non è che sia cambiato molto.

Questa "teoria" dei sogni ... mi sa tanto di voler spiegare qualcosa di complesso con un concetto terreno (quello dei sogni).
E non confuta certo il determinismo fisico-biologico.

Quale può essere una teoria risolvente? Epicurus, la tua sembrava interessante: mente come entità esterna al cervello.

Per S.B.: Non tutto ciò che non si riesce a dimostrare è un postulato.
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Vecchio 19-05-2008, 16.11.28   #24
epicurus
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Citazione:
Originalmente inviato da Il_Dubbio
Puoi dare una definizione di "capacità emergente"?; altrimenti non si capisce cosa sia la mente secondo te.

Ne sento parlare tantissimo ma nessuno riesce a darmi una definizione esaustiva e chiarificatrice.

Ho iniziato come materialista, sono passato al funzionalismo computazionale, poi all'emergentismo. Ma è ormai da un po' che non sono neppure emergentista: nella mia storia questa posizione, infatti, rappresenta, più che una vera e propria posizione, una transizione dal funzionalismo computazionale al pluralismo concettuale.

Citazione:
Originalmente inviato da nexus6
Ah, quanto tempo è trascorso... anni, eppure sembra un giorno od una vita, chissà... ma le domande sono sempre le stesse... ne sa qualcosa Epicurus, eh? E ne so qualcosa anch’io... ... forse questo è l'uomo: una domanda su se stesso.
[...]
E non seguire il consiglio di Epicurus, non toccare i libri di filosofia, prosegui per la tua strada. La filosofia è l’oppio delle sinapsi, come ebbe a dire non mi ricordo chi... ... così come tutti quei termini “riduttivistico-naturalista”... e che vorranno mai dire...

Eh sì, quanta nostalgia caro nexus

Comunque grazie per l'appoggio nella discussione, ma non mi allontanare i forumisti dalla filosofia
A proposito, mi sono dimenticato di consigliare un bellissimo libro/antologia sull'argomento: "La mente e la natura" (a cura) di Mario De Caro e David Macarthur. Davvero raccomandato!

Citazione:
Originalmente inviato da Dayasagaran
Quoto totalmente col dubbio, facendo inoltre notare che secondo la teoria riduttivistico-naturalista che il famoso (è vero ) epicurus cita in molte sue discussioni (ma con le quali non sembra essere daccordo), queste cose tutti stiamo scrivendo non le stiamo scrivendo perchè l' abbiamo scelto

Conosco bene ciò che sostieni e le sue varie implicazioni perché, come ho scritto sopra, per un po' di tempo sostenni anch'io tali tesi. Provo a buttare già un po' di cose per spiegare meglio cosa penso, anche se c'è già tutto scritto in giro per il forum, quindi farò prevalentemente un azione di copia-incolla.

Il naturalista (scientifico) afferma e crede: "ciò che esiste è ciò che è studiato dalle scienze naturali, e nient'altro esiste". Ma se egli ha una così gran fiducia nelle scienze naturali -- io più che fiducia direi che si è creato una visione metafisica della scienze naturali, infatti anch'io ho gran fiducia nelle scienze naturali -- tanto che arrivi all’esagerazione affermando che tutto è studiabile in modo completo da queste e che esiste solamente tale mondo, allora non capisco proprio come la tesi propria del naturalismo sia da considerarsi scientifica: che esistano solamente fatti naturali (delle scienze naturali), è un fatto a sua volta che non può far parte dei fatti naturali. Quindi il naturalismo è contraddittorio. Sinteticamente il problema è che il naturalismo vorrebbe liberarci da ogni metafisica, ma non si accorge che è esso stesso una metafisica.

Vorrei proporre, qui di seguito, una interessante argomentazione del mio amico Shpongle (non è utente di questo forum). Egli mostra le conseguenze filosofiche del modo di ragionare del naturalista/riduzionista. Shpongle: "Si arriva al semplice fatto che 'tutto è comunque energia', cioé processi e mutamenti; non vi è nulla di statico o permanente, quindi non ha senso parlare di mattoncini che compongono il tutto e a cui si possa ridurre tutto."

La sua argomentazione, in sostanza, non consiste nient'altro che nel mostrarci effettivamente a cosa vogliamo ridurre il mondo, se il nostro e solo modello fosse quello che ci viene fornito dalla fisica.
Shpongle: "l'osservazione avviene sempre per mezzo di una interazione. Se voglio osservare la struttura del nucleo atomico, dovrò bombardare il nucleo con altre particelle. Grazie a queste abbiamo visto che il nucleo è "fatto di" protoni e neutroni. Una volta trovato il modo di bombardare i nuclei con particelle diverse o in modi diversi (energie più alte), siamo giunti ad ulteriori scoperte di struttura, cioé i quark, e pare non abbiamo ancora finito. Se i protoni sono un ammasso coeso di quark e gluoni, l'esistenza (in senso stretto) dei primi viene spostata in favore dei secondi, e così via ci si aspetta la scoperta di nuovi livelli di struttura, a seconda di quali nuovi modi riusciremo a trovare per bombardare i nostri atomi con particelle.

Ciò che scopriamo, quindi, più che l'esistenza di qualcosa, è la fenomenologia delle interazioni.

Arrivando poi al fatto che le particelle stesse si trasformano in altre seguendo leggi di conservazione dell'energia, la teoria dei campi ci insegna che le particelle sono manifestazioni contingenti di campi energetici.

Per esempio, quello di cui parli cioé la previsione teorica di una particella (ad esempio i bosoni W e Z scoperti da Rubia per cui prese il Nobel) con successiva verifica sperimentale, è avvenuta proprio tenendo da conto delle leggi di conservazione dell'energia: "dove va a finire questa energia in uscita mancante? Ci sarà una nuova particella! " e così fu.

Se vogliamo dirla tutta, il gioco delle matrioske si ferma al fatto che "tutto" il mondo fisico sembra essere una manifestazione di campi di energia. Ma l'energia esiste? L'energia è definita sulla base di dinamiche e processi, come stavo appunto dicendo prima.

E' dura affermare che "esista" in quanto tale un pezzettino di energia che si manifesta come particella, perché è tanto sfuggevole quanto impossibile da osservare nella sua interezza (principio di indeterminazione...).
Quindi dell'esistenza di Cosa si sta parlando? L'unica cosa che si può affermare con certezza è la manifestazione nel tempo di processi, mutamenti e interazioni.

Al contrario, per fare i calcoli e rappresentare i fenomeni, è sensatissimo invece dire che "esiste questo o quest'altro", perché non si parla di esistenza intrinseca o filosofica, ma del fatto che i numeri che riesco a misurare vengono fuori correttamente se uso certi modelli matematici che prevedono in modo ben preciso la presenza di enti corpuscolari."


Io questo lo considero una reductio ad absurdum del naturalismo: si vuole spiegare il mondo e alla fine si rimane con niente. D'altro canto è banale osservare che il naturalismo porta anche allo scetticismo radicale. E se non è un fallimento questo -- per una filosofia che voleva abbandonare l'insensatezza e poca praticità delle metafisiche -- non saprei proprio come interpretarlo.

D'altro canto, se fossimo dei naturalisti, come descrivere/comprendere/spiegare/risolvere la grande recessione americana del '29? Riusciresti a trattare le guerre, le mode, le immigrazioni, i desideri, etc.? Non ti stai perdendo troppo? E' questo il problema del naturalismo, non considera troppe cose, e tra le altre cose si perde anche la libertà umana (faccio fatica ad usare il termine "libero arbitrio", che sembra avere una connotazione metafisica troppo distante).
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Vecchio 19-05-2008, 16.13.12   #25
epicurus
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Sulla libertà d'agire. La nostra capacità di rimetterci in discussione non ha limiti a priori. Perché sono nati l'interazionismo simbolico e la psicologia culturale? Perché i paradigmi basati su meccanismi automatici di stimolo/risposta o di associazione di idee hanno fallito. d'altro canto in molti (filosofi, psicologi, etc.) hanno tentato di scovare generalizzazioni del tipo:

se un individuo I ha le credenze C1...Cn e i desideri D1...Dk, allora compierà l'azione A

ma è stato tutto vano. Anche perché le credenze e tutti gli altri stati intenzionali sono olisticamente definiti, quindi non sono ben separabili tra loro e il numero di stati intenzionali da inserire nella formula (e non solo credenze e desideri, ma anche aspettative, valori etici, paure, etc.) sono potenzialmente infiniti. Inoltre, l'altro problema è che si sarebbe dovuto mettere un peso di rilevanza ai vari stati intenzionali, ma la rilevanza (o la forza) di uno stato intenzionale si manifesta solamente con l'azione e non è rilevabile in precedenza. Caso base ed ipersemplificato: se io voglio nuotare ma ho paura dell'acqua, allora la mia azione dipenderà da quale dei due stati intenzionali è più forte, ma determinarlo in anticipo non è possibile. Quindi, come puoi vedere, le cose non sono così facili. Senza contare che che la determinazione degli stati intenzionati posseduti da un agente è un'azione prettamente ermeneutica, e questo non fa che accentuare le difficoltà per i paradigmi meccanicisti.

D'altro canto la libertà può essere in crisi se si adotta (solo) la prospettiva naturalistica per comprendere l'uomo, ma io sostengo che tale naturalizzazione sia impossibile: le scienze naturali hanno da dirci molto sull'uomo, ma non tutto. Ciò che vado proponendo è che il modello delle scienze naturali (o i vari modelli che hanno da offrirci) non sono adeguati a studiare (in modo completo) molti fenomeni, tra i quali le persone. Niente di religioso o trascendente, bensì riconoscere che ci sono modelli più appropriati per alcune questione e altri meno per altre questioni.

La tua posizione mi sembra molto problematica, infatti ritieni che sia possibile studiare le relazioni umani come se studiassi microfisica, ma ciò appare così difficile da credere, non perchè l'uomo sia qualcosa di trascendente, ma perchè l'uomo è molto diverso da un sasso o da un virus: tu ritieni doveroso adoperare indiscriminatamente ed in ogni conteso il sistema concettuale della fisica, quando gli stessi scienziati che lavorano in campi diversi dalla fisica trovano questa una posizione mitologica (che non trova riscontro in 'laboratorio' ma solamente nelle teste dei filosofi).

Citazione:
Originalmente inviato da Jerome Bruner
Questo lavoro non si propone come uno studio «esaustivo» di tutti i possibili aspetti del processo di costruzione di significato, anche perché sarebbe un’impresa impossibile, ma piuttosto come un tentativo di illustrare che cos’è una psicologia che si occupa principalmente del significato e come essa diventi inevitabilmente una psicologia culturale, che deve avventurarsi oltre gli obiettivi convenzionali della scienza positivistica, con i suoi ideali di riduzione, spiegazione causale e predizione. Non c’è bisogno di trattare questi ideali come se fossero la Santissima Trinità, perché quando ci occupiamo di significato e di cultura ci proponiamo inevitabilmente un diverso ideale. Ridurre il significato o la cultura a una base materiale, dire che essi «dipendono», per esempio, dall’emisfero cerebrale sinistro, significa banalizzare significato e cultura a beneficio di un’inopportuna concretezza. Considerare irrinunciabile la spiegazione «causale» serve solo a impedirci di cercare di comprendere come gli esseri umani interpretano i loro mondi e come noi interpretiamo i loro atti di interpretazione. E se consideriamo che l’oggetto della psicologia (come quello di ogni impresa intellettuale) è il raggiungimento di una comprensione, perché dovremmo ad ogni costo comprendere in anticipo i fenomeni da osservare? Il concetto di predizione non è che questo. Alle spiegazioni causali non sono forse preferibili delle interpretazioni plausibili, soprattutto quando il raggiungimento di una spiegazione causale ci costringe a rendere così artificiale l’oggetto del nostro studio, da farlo diventare quasi irriconoscibile come rappresentativo della vita umana?
Lo studio della mente umana è così difficile, così vincolato dall’essere l’uomo contemporaneamente l’oggetto e l’agente del proprio studio, che non può limitare la propria indagine all’uso di strategie ereditate dalla fisica di ieri. Al contrario, questo compito è così importante da meritare tutta la ricchezza di intuizioni di cui disponiamo per comprendere che cosa l’uomo sa del suo mondo, dei suoi simili e di sé stesso.

Le scienze sociali (economia, psicologia, economia, sociologia, antropologia, etc.) stanno sviluppando sistemi esplicativi sempre più profondi, senza pretendere di ridurre ogni concetto alla classe dei concetti delle scienze naturali. Dobbiamo credere che la razionalità sia un'esclusiva solamente delle scienze naturali? Questa sarebbe una posizione veramente problematica, sicuramente non accettata dalla comunità scientifica, alla quale tu, in quanto naturalista, dovresti rifarti.

Ritornando alla libertà. Io non credo affatto che l’uomo abbia una libertà assoluta (sarebbe assurdo), infatti tale superlibertà (o libero arbitrio, o libertà metafisica) richiederebbe l’onnipotenza, cosa che evidentemente l’uomo non possiede. Sarà banale, ma forse è il caso di precisarlo: vi sono diversi gradi di libertà. Qui l’idea che voglio difendere è che l’uomo disponga di una buona dose (una dose desiderabile) di libertà. Io potrei anche condividere quanto il dubbio dice che non esiste la libertà assoluta (se con essa si intende qualcosa di trascendente e/o che ci permetterebbe di fare ogni cosa), però esiste la ‘libertà da’ e la ‘libertà di’: questi sono i giochi linguistici dove si utilizza la parola ‘libertà’. Noi siamo liberi di cambiare le nostre idee riguardo Tizio, siamo liberi dall’influenza dell’impero marziano, etc. ma il passo falso che compie il dubbio (e molti altri) è quello di non accontentarsi di tali giochi linguistici e pretendere di più, molto di più. E' come se lui condividesse il fatto che Carlo è libero di radersi il volto quando gli pare, ma che a tale libertà manchi qualcosa (forse la trascendenza?). In realtà alla libertà non manca proprio nulla, essa è apposto così com’è.

Per quanto riguarda le leggi naturali e la libertà, voglio incollarvi un pezzo di una riflessione fatta da Wittgenstein: il pezzo merita veramente di esser lettoe dovrebbe servirci per liberarci da una cattiva immagine (metafisica) di leggi fisiche che limitano la libertà.

Citazione:
Originalmente inviato da Wittgenstein
Si potrebbe dire che la decisione di una persona non è stata libera perché è stata determinata dalle leggi naturali?
[…]
Di primo acchito, per loro è estremamente curioso che le leggi naturali siano dopo tutto descrizioni generali di ciò che è accaduto, che ciò che sta per accadere dovrebbe costringere le cose ad accadere così come accadono.
Wittgenstein ha detto che si potrebbe spiegare il modo in cui la gente guardava alle leggi naturali dicendo che le guardavano come se fossero dei binari lungo cui le cose devono muoversi. L’espressione di una legge naturale è in qualche modo un tale binario.
Io ho detto: “Non si può dire in modo generale che i binari determinano il percorso di qualcosa lungo di essi. I binari generalmente non cambiano la loro forma quando qualcosa viaggia lungo di essi. Se fosse così, sarebbe impossibile predire dove il treno sta per andare”.
Se la legge naturale vale, considerarla così non fa alcuna differenza. Se essa non vale, tutto ciò che possiamo fare è paragonarla a un binario la cui forma è cambiata, o dire che non conoscevamo la forma esatta del binario.
Perciò, dire che la legge naturale in qualche modo costringe le cose ad andare come vanno è in un certo senso un’assurdità.
Supponete che dicessi: “Una certa legge naturale le costringe a muoversi così come si muovono, sotto l’influenza della gravità”. E’ questo ciò che dovrei dire? O dovrei dire quale legge naturale le costringe? Se dicessi che è la legge di gravità, potrei sbagliarmi. Qualcun altro potrebbe allora dire: “D’accordo Wittgenstein, non è la legge di gravitazione di Newton, è un’altra legge”. Wittgenstein: “Dimmi quale”.
[…]
“Supponete che non sia questa ma qualche altra legge. Qualche legge di natura costringe la cosa ad andare come va”. Questo dice qualcosa di diverso dal dire che la cosa va come va?
[…]
Che diavolo significherebbe che la legge di natura costringe una cosa ad andare come va? La legge di natura è corretta, e questo è tutto. Perché mai si dovrebbe pensare alle leggi naturali come ad eventi costrittivi? Se ciò che dico è corretto sembrerebbe che si sia preso un granchio.
[…]
Non c’è ragione per cui, anche se ci fossero regolarità nelle decisioni umane, io non dovrei essere libero. Riguardo alla regolarità, non c’è niente che renda qualcosa libero o meno. La nozione di costrizione viene in gioco se pensate alla regolarità come costretta; come prodotta da binari.
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Vecchio 19-05-2008, 16.14.31   #26
epicurus
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Per quanto riguarda la libertà umana e gli istinti vi cito Hilary Putnam dal suo "L'evoluzione spiega la rappresentazione?".

Citazione:
Originalmente inviato da Hilary Putnam
I filosofi che applicano la teoria dell'evoluzione di solito lo fanno in un modo molto semplice. Il filosofo individua qualche capacità posseduta dagli esseri umani, una capacità che in un modo o nell'altro è utile possedere per gli esseri umani, e sostiene che essa deve essere stata selezionata nel corso del processo evolutivo.Quest'uso della teoria dell'evoluzione è considerato estremamente discutibile da molti biologi evoluzionisti. Chi lavora come biologo evoluzionista non dà affatto per scontato che ongi capacità utile di una specie sia il risultato della selezione. Un'alterazione genetica ha di frequente molti effetti diversi. Se uno qualsiasi di questi effetti contribuisce in modo marcato al successo riproduttivo di membri della specie che hanno quel gene, allora il nuovo tratta genetico sarà selezionato e gli altri effetti collaterali gli andranno dietro, a patto che essi non siano così negativi da cancellare i benefici che derivano dal processo del tratto genetico in questione. In questo modo, può anche avvenire che un tratto che non constribuisce al potenziale di sopravvivenza né al successo riproduttivo di una specie, o addirittura che per la specie sarebbe meglio non possedere, emerga attraverso la selezione naturale senza che esso sia stato selezionato. Ma può anche accadere che il tratto che è stato trascinato sia effettivamente benefico per la specie, sebbene non sia quella la ragione per cui esso ne è diventato una carattere universale. In generale, la teoria evoluzionistica contemporanea rifiuta l'assunzione che ogni cambiamento in una specie che sia di beneficio a quest'ultima sia stato specificatamente selezionato. Gli evoluzionisti sono molto cauti nel dire quali capacità, organi e vosì via siano stati specificamente selezionati (siano stati "adattamenti") nella storia evolutiva di una specie e quali invece siano sorti in modo casuale. I filosofi, invece, non sono altrettanto cauti.

Voglio aggiungere qualcosa di più specifico in merito al possibilità o impossibilità di ridurre ogni nostra capacità o ogni nostro atteggiamento (credenza, desiderio, etc.) ad una base di bisogni biologici fondamentali.
Innanzitutto va detto che la cultura è un aspetto importantissimo (indispensabile, io direi) della nostra vita, assieme all'aspetto biologico: l'uomo è un agente tanto biologico quanto culturale. Tra le moltissime conseguenze che ha questo fatto, c'è anche quello che, per esempio, le nostre decisioni (e le ragioni di queste) non sono riducibili a bisogni biologici fondamentali: (per esempio) se l'istinto di sopravviventa mi spinge a rimanere in vita, i miei valori potrebbero spingermi ad andare contro questi e sacrificare la mia vita per salvare una scolaresca di bambini delle elementari. "Ma anche tale tuo valore ha una ragion d'essere perchè un qualche istinto biologicamente radicato in te ha fatto si che tu abbia tale istinto", mi potresti obiettare. Ma che forza ha tale obiezione? E' convincente? Si hanno delle prove per dire questo? Oppure, come io credo, è più ragionevole sostenere semplicemente che i miei valori sono quelli e che non centrino nulla (o poco) con i miei istinti primordiali? E' ragionevole pensare che l'evoluzione abbia potuto selezionare così accuratamente anche il mio senso dell'altruismo e del sacrificio per gli altri? Ma non solo tali principi in generale, ma anche che abbia formato tali principi in modo così preciso che essi fossero applicabili in contesti precisi come quelli della vita d'ogni giorno? Ne dubito fortemente. D'altro canto l'evoluzione biologica segue un processo darwiniano, mentre quella culturale ne segue uno lamarckiano.


Detto tutto questo, vorrei aggiungere che sono molti i problemi che si fa incontro se si vuole difendere la tesi che le persone sono riducibili ai neuroni del loro cervello, pure che sono riducibili a stati computazionali. Molte argomentazioni sono abbastanza tecniche e senza una lettura preventiva di lettuere di filosofia della mente è difficile spiegarle. Un'argomentazione abbastanza facile e diretta -- ma che non è la mia prefetia -- va nella direzione dell'esperimento che aveva proposto nexus con lo specchio. Se si considera che noi abbiamo un punto di vista del mondo e nel mondo (cioè proviamo qualcosa ad essere ciò che siamo, sentiamo che ci siamo), che siamo per così dire coscienti e autocoscienti, allora è difficile sostenere che i neuroni (o gli stati computazionali) sono tutto ciò che c'è da sapere sull'uomo.

Nagel espone bene questo punto sull'articolo "Che effetto fa essere un pipistrello?":

Citazione:
Originalmente inviato da Nagel
Se il fisicalismo merita di essere difeso, si deve fornire un resoconto fisico degli aspetti fenomenologici stessi. Ma allorché ne esaminiamo il carattere soggettivo, un risultato siffatto pare impossibile. Questo perché ogni fenomeno soggettivo è connesso essenzialmente con un punto di vista singolo e pare inevitabile che una teoria fisica oggettiva abbandoni quel punto di vista.
[...]
E’ difficile capire che cosa si possa intendere per carattere oggettivo di un’esperienza, indipendentemente dal punto di vista particolare da cui il soggetto l’apprende. Dopotutto, che cosa resterebbe del com’è essere un pipistrello, se togliessimo il punto di vista del pipistrello?
[...]
Se il carattere soggettivo dell’esperienza è pienamente comprensibile solamente da un unico punto di vista, ogni spostamento verso una maggiore oggettività, vale a dire un minore attaccamento a un unico punto di vista specifico, non ci conduce più vicino alla natura reale del fenomeno: ce ne allontana ancora di più.
[...]
Se i processi mentali sono davvero processi fisici, allora c’è intrinsecamente una cosa come il subire certi processi fisici. Che cosa significhi essere una cosa del genere rimane un mistero.

"Che cosa resterebbe del com'è essere un pipistrello, se togliessimo il punto di vista del pipistrello?", si chiede Nagel. E' questo il punto centrale. Se decidiamo a priori di voler oggettivizzare il nostro oggetto di studio, allora non potremo che perdere l'aspetto soggettivo di tale oggetto, ma se tale oggetto fosse proprio la soggettività?

Nagel ci dice che l'essere cosciente è una esperienza intrinsecamente in prima persona, ma la prospettiva fisica/computazionale (per propria natura, ma anche per necessità) quando spiega gli eventi li descrive in terza persona, in modo oggettivo. Ma studiare in terza persona e in modo oggettivo il nostro lato soggettivo ha senso? No, sarebbe un po' come voler vedere tutte le gradazioni dell'arcobaleno, portando occhiali con lenti marroni.


E adesso offritemi almeno una pizza
epicurus is offline  
Vecchio 19-05-2008, 16.37.00   #27
nexus6
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Riferimento: Siamo solo un ammasso di cellule?

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Comunque, ho seguito il tuo consiglio (quello dello specchio) . Poi sono tornato al pc ed ho letto i nuovi messaggi del forum, e non è che sia cambiato molto.
"Parlami dell'esistenza
di mondi lontanissimi
di viaggiatori anomali
in territori mistici"

diceva Battiato come solo lui sa dire, ahimé..! (Con lui, la mia mente si è data parecchio da fare...)

Daysagaran, forse non pensavi ch'io sapessi già la tua giovin età?

Non è cambiato molto, affermi... beh, le rivoluzioni si chiamano apposta così, anzi le ho chiamate appunto così, poichè son complesse, ma non difficili, né impossibili, persevera! Prima ci si infarcisce la mente di pensieri altrui (li chiamano "filosofia") come un panino di MacDonald's e poi si pretende subito la rivoluzione... capisco l'ansia giovanile, ma abbi fiducia, chi scommetterebbe che un misero seme possa diventare una quercia secolare? Io non ci scommetterei nulla, per esempio, eppure così accade... alberi...

... ti ho fatto anche un'altra richiesta, quella di spiegarmi cosa intendi con "cellula" e "reazione chimica" e da dove hai appreso queste parole... qui sta il nocciuolo della discussione, para mi, ovviamente...

Abbi fiducia, il "determinismo fisico-biologico" non ti servirà a nulla, "il giorno della fine non ti servirà l'inglese" cantava ancora splendidamente il buon Franco...

Spendide riflessioni...

Antonio

p.s. e leggi pure Epicurus ... domandati pure che effetto faccia essere un pipistrello, ma anche che effetto faccia essere un uomo...

p.s.2 Ahì!, lasciamo andare il passato e le nostalgie, Epicurus, liberiamoci da questa trama mentale che siamo noi, eppure non siamo noi... (come la vuoi la pizza?)

p.s.3 dalla filosofia non si allontana nessuno, non ti preoccupare, ne abbiamo tutti bisogno... ma ora non riesco a ragionare di "fisicalismo" senza mettermi a ridere, non ci posso fare nulla. Passerà, forse.
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Vecchio 19-05-2008, 16.39.39   #28
Il_Dubbio
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Riferimento: 3°

Citazione:
Originalmente inviato da epicurus
Nagel


Attenzione, Nagel, se non ricordo male, ipotizza un io che sovrintende alla mente. Ciò non è mai stato provato, ma anche se fosse vero (ne sarei contento) manca di una spiegazione fisica. Chiaramente la filosofia ci aiuta a comprendere chi siamo cosa vogliamo e cosa faremo, ma poi in soldoni dobbiamo attenerci a ciò che sappiamo, e non si spiega,secondo le nostre conoscenze, come la mente possa creare un io che agisce "sulla" mente, ma è l'unica che ci autorizzerebbe a parlare veramente di libero arbitrio...altre ipotesi sono annacquate. ciao
Il_Dubbio is offline  
Vecchio 19-05-2008, 17.10.30   #29
Fabio1985
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Messaggi: 27
Riferimento: Siamo solo un ammasso di cellule?

Siamo un'essere rinchiuso da un'ammasso di cellule che svolgono complessi compiti senza che noi ce ne interessiamo. Come dire "tu pensa a vivere che al resto ci pensiamo noi". Non mi posso identificare con X cellule o X neuroni, mi sembra palese che c'è dell'altro...


Fabio1985 is offline  
Vecchio 19-05-2008, 18.07.08   #30
Noor
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La goccia,l'Oceano,la Libertà.

"La schiavitù nasce solo se ti frammenti. Divieni una parte, ti separi dal resto e poi cerchi di capirlo. E come se una goccia dell'oceano pensasse: "Io sono separata dall'oceano. Soffro e devo continuare a spostarmi sulla superficie dell'oceano"...
Poonja
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